Anche i vescovi conservatori attaccano Trump
Mons. Timothy Broglio, fino a due mesi fa presidente della Conferenza episcopale americana, si schiera contro le minacce alla Groenlandia. Il vescovo, da ordinario militare, si dice preoccupato perché i soldati “potrebbero essere messi in una situazione in cui ricevono l’ordine di fare qualcosa di moralmente discutibile”
Il problema per Donald Trump e J. D. Vance (e Marco Rubio) non è tanto il comunicato congiunto con cui tre cardinali americani di peso hanno sfiduciato pubblicamente la linea di politica estera dell’attuale Amministrazione. Che Blase Cupich di Chicago, Robert W. McElroy di Washington e Joseph W. Tobin di Newark fossero oppositori del presidente in carica non è poi un gran segreto. Tutti e tre sono le punte di diamante del gruppo di porpore liberal con cui Papa Francesco cercò – riuscendovi solo in minima parte – di dare una sterzata a un episcopato schierato nettamente a destra. Il problema vero è che a pensarla non troppo difformemente dal trio cardinalizio è mons. Timothy Broglio, che fino allo scorso novembre era il presidente della Conferenza episcopale ma che, soprattutto, è esponente di spicco della maggioranza conservatrice. Diplomatico al servizio della Santa Sede, ex nunzio apostolico, al principio del secondo mandato trumpiano fu contestato in modo sommesso da qualche confratello perché reo d’aver assunto una posizione troppo soft rispetto ai primi ordini esecutivi emanati dall’Amministrazione repubblicana. Broglio aveva separato le disposizioni “profondamente preoccupanti” da altre che “possono essere viste in una luce positiva”, come ad esempio quelle volte a “riconoscere la verità su ogni persona umana come maschio o femmina”. A essere da lui bocciati, invece, erano i provvedimenti “incentrati sul trattamento dei migranti e dei rifugiati, sugli aiuti esteri, sull’espansione della pena di morte e sull’ambiente”. Troppo poco per l’ala più movimentista dell’episcopato, tant’è che il vescovo di El Paso, mons. Mark J. Seitz, pubblicò a stretto giro un comunicato “alternativo” in cui chiariva che “l’uso di generalizzazioni eccessive per denigrare qualsiasi gruppo, come ad esempio descrivere tutti gli immigrati privi di documenti come ‘criminali’ o ‘invasori’, per privarli della protezione prevista dalla legge, è un affronto a Dio”.
Da ordinario militare per gli Stati Uniti in carica, mons. Broglio ha ora chiarito ai microfoni della Bbc di “non riuscire a vedere alcuna circostanza” per cui un’eventuale operazione militare volta ad assicurarsi la Groenlandia o un altro territorio alleato potrebbe soddisfare i criteri della guerra giusta. Non solo: gli appetiti manifesti di Trump & Co. per la grande isola nell’Artico “offuscano l’immagine degli Stati Uniti”.
Il vescovo va oltre e in forza del suo attuale incarico si dice preoccupato perché i soldati “potrebbero essere messi in una situazione in cui ricevono l’ordine di fare qualcosa che è moralmente discutibile”. E sarebbe molto difficile per un soldato, un marine o un marinaio, da solo, disobbedire a un ordine del genere”. Però, a quel punto, “per quanto riguarda la propria coscienza, sarebbe moralmente accettabile disobbedire a quell’ordine. Tuttavia, ciò metterebbe probabilmente quella persona in una situazione insostenibile, ed è questa la mia preoccupazione”. Giorno dopo giorno, minaccia dopo minaccia, si sta progressivamente logorando il campo cattolico che aveva contribuito alla rielezione di Donald Trump. Prima le riviste autorevoli – con firme assai lette e commentate, come quella del filosofo Edward Feser – di stampo conservatore smentivano la sussistenza degli elementi a sostegno della guerra giusta per occupare la Groenlandia. Ora si fanno sentire anche i vescovi. Non solo quelli già classificati come “nemici” dall’universo Maga, ma anche tanti di coloro che erano reputati alleati. E possibili canali di collegamento sicuri con il Papa di Chicago.