Il risultato del concistoro è nel metodo Prevost

Viene superato il C9 ideato da Francesco, cioè il gruppo ristretto di cardinali chiamato a consigliarlo nel governo della Chiesa universale e soprattutto a redigere la riforma della curia

Matteo Matzuzzi

Non era il momento per veder sorgere dai venti tavoli cardinalizi risultati pratici e immediatamente applicabili: troppo ampi gli argomenti proposti, enormi le divergenze di vedute, andate ampliandosi nel dodicennio bergogliano

Se si dovesse riassumere il giorno e mezzo di concistoro straordinario chiuso ieri sera dal Papa con il Te Deum, basterebbe usare la parola “insieme”. E’ stata la costante degli interventi di Leone XIV: nel messaggio iniziale, nelle parole a braccio al termine delle sessioni, nel discorso finale. Perfino nella messa di ieri mattina all’altare della Cattedra. Non era il momento per veder sorgere dai venti tavoli cardinalizi risultati pratici e immediatamente applicabili: troppo ampi gli argomenti proposti, enormi le divergenze di vedute, andate ampliandosi nel dodicennio bergogliano. A meno che qualche anima pia non pensasse che in trentasei ore scarse – compresi pranzi, celebrazioni, meditazioni, pause caffè e spostamenti – si decidesse il destino della messa vetus ordo. Il concistoro ha  introdotto semmai un nuovo metodo: riunirsi, discutere e confrontarsi. Viene superato il C9 ideato da Francesco, cioè il gruppo ristretto di cardinali (otto o nove) chiamato a consigliarlo nel governo della Chiesa universale e soprattutto a redigere la riforma della curia. Un consiglio della corona poco gradito dalla maggioranza dei porporati, che non comprendevano perché dovessero esserci cardinali di Serie A e cardinali di Serie B. Leone resetta tutto e tutti coinvolge. “L’unità attrae, la divisione disperde. Per essere Chiesa veramente missionaria, cioè capace di testimoniare la forza attrattiva della carità di Cristo, dobbiamo anzitutto mettere in pratica il suo comandamento, l’unico che Egli ci ha dato, dopo aver lavato i piedi dei discepoli: ‘Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri’”, ha detto il Pontefice, aggiungendo che “siamo un gruppo molto variegato, arricchito da molteplici provenienze, culture, tradizioni ecclesiali e sociali, percorsi formativi e accademici, esperienze pastorali e, naturalmente, caratteri e tratti personali. Siamo chiamati prima di tutto a conoscerci e a dialogare per poter lavorare insieme al servizio della Chiesa. Spero che potremo crescere nella comunione per offrire un modello di collegialità”. Un metodo destinato a perdurare perché “dobbiamo portare avanti una conversazione che mi aiuti nel mio servizio per la missione della Chiesa tutta”.

 

Robert Prevost ha chiesto consiglio ai suoi cardinali su quali siano “le attenzioni e priorità” chiamate a orientare la sua azione – e della curia – nei prossimi due anni. Non ha pregiudizi, raccomanda di “ascoltarsi l’un l’altro; esprimere solo il punto principale e in modo molto breve, così che tutti possano parlare: questo sarà il nostro modo di procedere”.  Avverte che “in futuro, questo stile di ascolto reciproco, cercando la guida dello Spirito Santo e camminando insieme, continuerà a essere di grande aiuto per il ministero petrino che mi è stato affidato. Anche dal modo con cui impariamo a lavorare insieme, con fraternità e sincera amicizia, può iniziare qualcosa di nuovo, che mette in gioco presente e futuro”. La domanda delle domande è quella che aveva già posto nell’omelia del 6 gennaio: “Lo dico di nuovo: ‘Chiediamoci: c’è vita nella Chiesa?’. Io sono convinto di sì, certamente. Questi mesi, se non l’avessi vissuto prima, certamente ho avuto tantissime belle esperienze della vita della Chiesa. Però la domanda è lì: c’è vita nella nostra Chiesa?”. Dai tavoli dei 170 eminentissimi sono arrivate le prime risposte. 

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.