Ha ancora senso il Giubileo?

Messe, pellegrinaggi e grandi eventi. Ma quel che resta dell'Anno santo è la soddisfazione per le nuove piazze e l'inaugurazione delle stazioni del metrò. È la riduzione del più alto momento spirituale a una profana Expo

Matteo Matzuzzi

Il successo è stato indubbio, lo dimostrano i numeri. Però non ci si può fermare alla mera contabilità di affluenze e partecipazione. Non è il Festival di Sanremo, di cui si commenta lo share televisivo e le interazioni sui social network. Il problema di un evento modellato sul "Grande Giubileo" del 2000. Quando però il mondo (e la Chiesa) erano ben diversi da come lo sono oggi

Ha senso ancora un Giubileo fatto e pensato come quello che si chiuderà fra pochi giorni, il 6 gennaio, quando Papa Leone XIV chiuderà la Porta Santa di san Pietro dando appuntamento al 2033, l’Anno santo della Redenzione? La domanda potrebbe risultare provocatoria, quasi fosse lo sfogo di un qualunque romano (vero o acquisito) che ha vissuto un anno in una città invasa da orde di turisti che, tra una Porta santa e l’altra, si concedevano ovvie e lentissime passeggiate in centro, con serpentoni umani a occupare i già poco liberi marciapiedi, puntando lo sguardo ora sulla facciata di una bella chiesa barocca, ora su una gelateria con la mercanzia in bella vista. La domanda, poi, potrebbe sembrare senza senso, considerato l’indubbio successo dell’evento. Lo dicono i numeri, quelli esibiti con giusta soddisfazione dalle autorità d’Oltretevere, dagli enti organizzatori, dal comune di Roma. Trenta milioni e mezzo a fine novembre, diceva il responsabile organizzativo lato vaticano, mons. Rino Fisichella. Altri tre a dicembre, complici le festività natalizie, nonostante siano state guastate dal maltempo. Tutto in linea con le previsioni. Ingressi record in San Pietro e non era affatto scontato. Come scontato non era il milione di ragazzi che all’inizio di agosto ha affollato Roma, tra canti da mattina a sera – a due passi dalla Camera dei deputati si è pure udito cantare il Magnificat da parte di adolescenti entusiasti –, presìdi gioiosi per godersi un gelato o un panino tra le piazze e i vicoli, con bandiere in mano e zaino in spalla. Pronti per il raduno a Tor Vergata, replica di quello storico del 2000 con Giovanni Paolo II, che profeticamente sentenziò che il chiasso che Roma aveva udito quella sera non se lo sarebbe più dimenticato. 

E’ stato un anno particolare, apertosi con i mesi della malattia di Francesco, con un funerale papale caduto quand’era fissato il Giubileo degli adolescenti e la canonizzazione di Carlo Acutis e un Conclave in tempo pasquale. Settimane di incertezza e sospensione, quelle dello scorso, grigio inverno: il Pontefice al Gemelli con i bollettini serali e le teorie dei complottisti che affollavano i social, piazza San Pietro vuota. Messe disertate perché – dicevano in buona fede i pellegrini intervistati – “non c’è il Papa”. Se il timore non era quello del flop – ammesso che si possa parlare di flop per un Giubileo – qualcuno sussurrava a labbra quasi serrate la previsione che sarebbe stato un Anno santo un po’ così, trascurabile e dimenticabile. Anonimo, come quello del 1975, di cui si ricordano solo i calcinacci che sfiorarono Paolo VI mentre apriva la Porta Santa in mondovisione

 

Però non ci si può fermare ai numeri, alla mera contabilità di affluenze e partecipazione. Non è il Festival di Sanremo, di cui si commenta lo share televisivo e le interazioni sui social network. Il Giubileo del 2025 era ricalcato pressoché sul medesimo schema di quello del 2000, il “Grande Giubileo” che segnava il cambio di secolo e di millennio. Il Giubileo dell’ottimismo, dopo che dalle seriose cattedre d’oltreoceano s’era decretata un po’ troppo frettolosamente la fine della Storia. Messe papali quasi ogni domenica, udienze giubilari aggiunte alle normali udienze del mercoledì. Incontri, eventi collaterali, di riflessione e culturali. Tutto, o quasi, come venticinque anni fa in un trionfo di gigantismo a non a pochi apparso fuori dal tempo. Il punto su cui forse ci si è poco soffermati è che la Chiesa di oggi non è più quella del 2000. Banale dirlo, ma forse neanche tanto. Non lo è la Chiesa e non lo è neppure il mondo. C’è un’immagine che lo chiarisce più di tante già sentite e lette analisi antropologiche sul crollo della fede, della devozione o, più semplicemente, della pratica religiosa. Il 31 dicembre 1999, a mezzanotte, RaiUno si collegò con piazza San Pietro. Piena fino a via della Conciliazione. Stracolma di gente d’ogni età che si era radunata lì anziché partecipare a qualche concerto con appannate star della canzone o a danarosi veglioni dal consueto menù salmone-cotechino-lenticchie. Migliaia e migliaia di cattolici in attesa che al cambio di millennio il vecchio Giovanni Paolo II si mostrasse alla finestra, senza badare troppo al terrore del momento: il bug che minacciava di spegnere e mandare in tilt i computer. Quel momento storico accadde, il video è su YouTube. La ripresa dall’alto fa venire i brividi: in sottofondo le campane a festa della basilica, in lontananza i fuochi d’artificio, sui colli romani. E il Papa che saluta, parla brevemente e dà la benedizione in recto tono. Ecco.

 

Sarebbe oggi possibile anche solo immaginare una scena del genere? La risposta è scontata. Ed è rafforzata da quanto si vide pochi mesi fa, quando gli osservatori di questioni vaticane s’accorsero che sul sagrato petrino nei momenti di preghiera per la salute di Francesco, di gente se ne contava assai poca. Ci s’attendeva, per un Papa così popolare, e per di più in pieno Giubileo, la fiumana di popolo, se non proprio come durante l’agonia di Wojtyla, vent’anni prima, di certo non così poca. Dovettero pure cambiare la location, ricavando uno spazio più limitato e intimo per il rosario, con gazebo bianco. Si disse che era dovuto al fatto che il Pontefice non era lì, ma la spiegazione era probabilmente un’altra: crollata la partecipazione ai sacramenti, constatata la crisi del “sistema” d’aggregazione parrocchiale e la salute non proprio florida dei movimenti ecclesiali, è venuto automaticamente meno l’input ad andare lì correndo, a stringersi nell’abbraccio del colonnato berniniano. Non funzionava più la molla che mette in moto tutto. La malattia di Francesco è solo un esempio, non è questione di affetto per l’uno o per l’altro Papa: lo stesso discorso vale a proposito del rosario per la pace convocato da Leone XIV lo scorso 11 ottobre, con tanto di processione della statua della Madonna di Fatima in piazza per celebrare (anche) l’ultima sessione conciliare (a proposito, il sessantesimo anniversario della fine del Vaticano II è passato del tutto inosservato. Altro segno dell’epoca in cui siamo immersi). Mezza piazza era completamente vuota nonostante il clima fosse quasi estivo. Qualcuno, nelle prime file, se ne andò mentre iniziava la recita del primo mistero. Quasi che lo spettacolo fosse finito e la preghiera appartenesse a un trascurabile côté, ripetitivo e noioso per questi tempi in cui l’attenzione massima è quella di un reel su Instagram: figurarsi cinquanta avemarie, e poi i pater, i gloria, i canti, le litanie!. Giusto i fedelissimi all’appuntamento delle 18 su Tv2000, collegati con il Rosario trasmesso dalla Grotta di Lourdes erano pronti al momento, consapevoli di ciò che li attendeva. 

 

Il fatto è che ormai unicamente i grandi, grandissimi eventi riescono ancora a coagulare un popolo: i giovani appunto, molti dei quali per la prima volta in viaggio senza genitori. O le canonizzazioni di santi popolari e amati. Ecco perché il calendario assai ricco di celebrazioni che s’è visto nel 2025 è apparso fuori dal tempo: c’era un giubileo per ogni categoria umana, forze armate e detenuti, avvocati e insegnanti, corali e artisti, pure le bande musicali “e dello spettacolo popolare”. L’elenco è facilmente rintracciabile in rete, elencare tutti occuperebbe troppo spazio. Naturalmente, i pellegrinaggi di cui s’è più parlato sui giornali sono stati quelli dei cattolici lgbtqi+ e dei cattolici tradizionalisti: non tanto per indagarne le intenzioni, quanto per metterli contro, invocando interventi papali, comminando scomuniche reciproche, facendo a gara per chi assestava l’insulto più crudo ed efficace. Non proprio in conformità con l’invito a riscoprire l’inesauribile grazia della misericordia divina. In ogni caso, tutti avrebbero potuto trovare la categoria cui iscriversi, tanta era l’offerta.  Aveva forse senso nel 2000, ma oggi? 

 

Probabilmente, la fotografia più realistica è quella scattata prima di Natale dal cardinale François-Xavier Bustillo, ad Avvenire: “L’occidente ha emarginato Dio ma è infelice. I giovani? Hanno sete di spiritualità. A me non chiedono del matrimonio dei preti, ma dell’amore, della morte, del senso della vita. Abbiamo davanti generazioni che crescono in una sorta di vuoto e che, quando si accende in loro una tensione positiva, non si accontentano di risposte superficiali o a buon mercato”. C’è un desiderio di radicalità, di risposte alle domande che solitamente restano senza risposta perché pochi sanno darle con chiarezza, oggi. Nelle piccole oasi che spuntano qua e là nel deserto della fede occidentale, si vuole alimentare questa tensione positiva. Non sono gli eventi, piccoli o grandi, quel che serve. Un Giubileo non può ridursi alla conta dei milioni di pellegrini giunti in pullman che in due giorni passavano le quattro Porte sante, si facevano i selfie necessari a testimoniare la missione compiuta, mostravano il QR code e s’affrettavano a comprare un rosario a due euro e cinquanta come ricordo. Sì, il Giubileo è anche questo, lo è sempre stato, per carità: ma deve essere anche altro, soprattutto in questo particolare frangente della Storia. Come intercettare, oggi, la sete profonda di qualcosa di “alto” che nel vuoto emerge con forza? Quali risposte dare ai giovani che entrano nelle chiese cattoliche in Svezia e restano colpiti da quello strano oggetto che è il tabernacolo? Come reagire all’ateismo funzionale – come l’ha definito in una conversazione con il Foglio il cardinale timorese Virgilio do Carmo da Silva – che si è imposto alle nostre latitudini? Il Giubileo non è l’Expo, il suo lascito principale non può essere un monumento o un’infrastruttura. Eppure, nel dibattito corrente e mediatico, l’Anno santo è atteso per aprire qualche stazione di metropolitana o per realizzare un sottopasso che alleggerisca il traffico.

 

Ma il Giubileo non può essere un insieme di eventi, presentato come il cartellone stagionale di qualche autorevole ente teatrale. Quello che va a concludersi era, per intuizione e volontà di Papa Francesco, il “Giubileo della speranza”. E quasi nessuno, fra i cattolici, sa cosa sia la speranza. Cardinali e vescovi hanno dovuto scrivere libri sul tema, per dire che la speranza cristiana non è il semplice e banale ottimismo dell’andrà tutto bene di covidiana memoria. Ma quanti di coloro che hanno attraversato la Porta santa lo sanno? Non lo si spiega più neppure a catechismo. Francesco, nella sua ultima omelia natalizia, lo disse spendendo poche parole: “La speranza cristiana è il qualcos’altro che ci chiede di muoverci senza indugio”. “Il Giubileo si apre perché a tutti sia donata la speranza, la speranza del Vangelo, la speranza dell’amore, la speranza del perdono”, aggiunse quasi a sottolineare le priorità. Leone XIV, a poche ore dalla fine dell’anno civile, chiarì che l’Anno santo è sempre “un grande segno del suo disegno di speranza sull’uomo e sul mondo”, auspicando che il vero lascito sia “che questa città, animata dalla speranza cristiana, possa essere al servizio del disegno d’amore di Dio sulla famiglia umana”.

 

Già si pensa a quello del 2033, il “Giubileo della Redenzione” e all’ombra del Cupolone si cercano temi da sviluppare, come l’interazione fra spiritualità e intelligenza artificiale. Dall’altra parte, si pensa ai finanziamenti da stanziare per qualche maquillage più o meno impattante volto a migliorare la viabilità cittadina o gli spazi esterni. Insomma, nel 1950, in pieno Giubileo, si proclamava il dogma dell’Assunzione: oggi si pensa fluidificare il traffico. Mons. Rino Fisichella dice che per il 2033 è bene iniziare a pensarci subito, evitando di arrivare all’ultimo momento. Il programma, impegnativo: “In un mondo molto tecnocratico siamo chiamati a dire che c’è una salvezza, ad annunciare la gioia della dedizione del figlio di Dio che ha dato la sua vita per amore. Questa è una missione decisiva per la dimensione umana e spirituale”. Buoni propositi che, dato il contesto, sarebbe opportuno non restassero fioretti di fine anno scritti su un biglietto destinato a perdersi fra carte, pensieri e pii desideri. 

Che cosa sia davvero il Giubileo, in fin dei conti, l’ha detto il Papa prima del Te Deum di fine anno: “Un grande segno di un mondo nuovo, rinnovato e riconciliato secondo il disegno di Dio. E in questo disegno la Provvidenza ha riservato un posto particolare a questa città di Roma. Non per le sue glorie, non per la sua potenza, ma perché qui hanno versato il loro sangue per Cristo Pietro e Paolo e tanti altri martiri. Per questo Roma è la città del Giubileo”.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.