Papa Leone XIV
oltre la vecchia realpolitik
Il drone spedito dal Papa sul Cremlino
Leone XIV contro le "strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di falsi motivi religiosi". In pratica, il "Mondo russo"
Non è una prospettiva irenistica quella del Pontefice quando parla di pace. Non è un volare alto su princìpi di buon senso, fondamenti teologici, riferimenti patristici. Ha anche molto di concreto, che solo a una lettura superficiale può sembrare insipida o inconcludente
Non è una prospettiva irenistica quella di Leone XIV quando parla di pace. Non è un volare alto su princìpi di buon senso, fondamenti teologici, riferimenti patristici. Ha anche molto di concreto, che solo a una lettura superficiale – o con qualche preconcetto – può sembrare insipida o inconcludente. Deludente, per chi si attende un ruolo decisivo della Chiesa nel risolvere le controversie internazionali. Ruolo che non è mai esistito, se non andando indietro nei secoli, quando il Papa faceva da mediatore tra le potenze e da queste, per interposta persona, veniva infatti eletto. Il ruolo della Chiesa è un altro, come ha detto il rappresentate vaticano per i rapporti con gli stati, mons. Paul Richard Gallagher, al Sir: “La Santa Sede non si propone come un attore geopolitico tra gli altri, ma come una coscienza critica del sistema internazionale, è la sentinella nella notte che vede già l’alba, che richiama alla responsabilità, al diritto e alla centralità della persona. La sua credibilità come mediatrice nasce dal rifiuto di accettare la guerra come normalità e dalla capacità di restare fermamente ancorata alla dignità delle persone e dei popoli coinvolti”.
In ogni caso, già nell’omelia della messa del giorno di Natale Leone XIV aveva citato le “tende di Gaza” e detto che “fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire”. Mercoledì sera, al Te Deum nella basilica vaticana, ha aggiunto qualche particolare in più. “In questo nostro tempo – ha detto Leone – sentiamo il bisogno di un disegno sapiente, benevolo, misericordioso. Che sia un progetto libero e liberante, pacifico, fedele. Altri disegni, però, oggi come ieri, avvolgono il mondo. Sono piuttosto strategie, che mirano a conquistare mercati, territori, zone di influenza. Strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di falsi motivi religiosi”. Quanti hanno subito ascritto il Pontefice alla schiera degli “euroscettici”, interpretando le sue parole contro il riarmo come un j’accuse alle burocrazie di Bruxelles, non faticheranno a farsi venire qualche dubbio leggendo i riferimenti su chi usa anche “falsi motivi religiosi” per perorare la propria strategia che mira a “conquistare, mercati, territori e zone di influenza”. Il tutto condito da “discorsi ipocriti e proclami ideologici”. Prevost non lo dice, perché è prudente e conosce i rischi che possono derivare dall’uso strumentale delle parole papali, ma il suo discorso pare un’efficace sintesi della dottrina del “mondo russo”, quella declamata al Cremlino e benedetta dal Patriarcato moscovita. Andrea Riccardi, intervistato da Repubblica, diceva che bisogna “essere realisti e capire che la pace è impura, non è mai perfetta, che c’è sempre una dose di ingiustizia perché è un accordo che passa dall’incontro di più volontà, anche prepotenti”. Aggiungeva, il fondatore di Sant’Egidio, che bisognerà aiutare “russi e ucraini a trovare un accordo, che vuol dire cedere il meno possibile di territorio ucraino”. Ecco il realismo politico, dottrina nobile e applicata più volte dalla Chiesa stessa – l’Ostpolitik, ad esempio – ma che non pare ancora essere la linea di Papa Leone XIV. Che parla sì di pace disarmata e disarmante, chiarendo che le armi devono tacere e che il dialogo “umile e perseverante” deve avere sempre l’ultima parola – e ci mancherebbe che il Papa non lo dicesse – ma che nei casi concreti mette bene in evidenza che chi mira a “conquistare territori” non lavora al Berlaymont di Bruxelles ma al Cremlino di Mosca.
le parole di Leone XIV