Vincent Van Gogh, “Knotwilg”, dipinto ad acquerello (particolare, 1882)

La fede dei giovani

Il cammino verso una libertà liberata dal desiderio

Angelo Scola

Viene spontaneo chiedersi, alla vigilia del Sinodo, se sia ancora pertinente la domanda maledettamente chiara di Jack Kerouac circa il camminare con una meta, soprattutto quella proposta dal cristianesimo

"Andate da qualche parte di preciso, voi ragazzi, o viaggiate senza meta?’. ‘Non capimmo la domanda eppure era una domanda maledettamente chiara'” (J. Kerouac).

 

Questo passaggio, tratto dal celebre romanzo Sulla strada, può rappresentare una chiave di lettura del rapporto tra i giovani e la Chiesa cattolica almeno nel nostro paese.

 

Papa Francesco ha indetto per il prossimo ottobre il Sinodo dei vescovi sul tema I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Ovviamente il Sinodo è un’assemblea di vescovi, ma in tutte le diocesi del mondo si stanno susseguendo incontri capillari e meeting nazionali per consentire ai giovani di raccontare la loro vita di fede e di appartenenza alla Chiesa come modo di stare nel mondo. In particolare il Papa stesso ha convocato a Roma per il 12 agosto un’assemblea di giovani da tutte le Chiese italiane. L’intento è evidentemente quello di considerarli come soggetto attivo del gesto sinodale e non come oggetto passivo delle discussioni di vescovi ed esperti.

 

Non mancano Centri di ricerca che forniscono dati statistici sul rapporto tra i giovani e la fede. In particolare ormai dal 2012 l’Istituto Toniolo, ente fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha creato l’Osservatorio Giovani. Ogni anno pubblica il Rapporto Giovani che segue stabilmente un campione di novemila persone tra i 18 e i 29 anni.

 

Il 12 agosto si terrà a Roma un’assemblea di ragazzi da tutte le chiese italiane. L’intento è di considerarli soggetto attivo del Sinodo

E’ sufficiente qui citare qualche dato del 2018. Il 52,7 per cento dei giovani italiani dice di credere alla religione cattolica, mentre il 23 afferma di non credere in nessuna religione. Ma dei credenti solo l’11,7 per cento frequenta la chiesa tutte le settimane, il 9,4 una volta al mese, altri in maniera del tutto occasionale e, soprattutto, il 25,1 per cento non frequenta mai. Inoltre alla domanda che chiede di valutare l’importanza della dimensione religiosa per la propria vita quasi il 60 per cento degli intervistati risponde “poco” o “nulla”. Se a questi dati si aggiunge la risposta del Rapporto 2014 a quale sia la figura di riferimento per la propria persona sbalordisce apprendere che solo l’1 per cento indica una figura religiosa (parroco, assistente religioso, prete, suora).

 

Pur senza enfatizzare queste statistiche, viene spontaneo chiedersi se oggi sia ancora pertinente la domanda maledettamente chiara di Kerouac circa il camminare con una meta, soprattutto quella proposta dalla fede cristiana.

 

L’ingiunzione della società secolarizzata

Per rispondere bisogna con onestà liberare il campo da una grave difficoltà che ha intaccato ogni apertura al trascendente. Essa va sotto l’ombrello di quella categoria di secolarizzazione su cui tutti, dagli intellettuali ai preti agli educatori, hanno puntato ma che oggi appare più evanescente che mai.

  

Charles Taylor, lo studioso universalmente riconosciuto come il più esperto in materia, nel suo poderoso saggio L’età della secolarizzazione, dopo averne analizzato le tre fasi, giunge a parlare per la situazione odierna di “umanesimo esclusivo”. Con questa espressione intende affermare che nell’attuale società plurale, soprattutto nel nord occidente del pianeta, la convivenza tra le diverse fedi e mondovisioni è possibile solo se si basa su un senso dell’umano che escluda ogni riferimento a fini trascendenti. In quest’ottica non solo una religione come il cattolicesimo nelle sue forme finora conosciute sembra destinata al tramonto, ma lo stesso senso religioso, privato della sua apertura al trascendente, verrebbe svuotato della propria consistenza. Gli elementi religiosi residui sarebbero, al massimo, frammenti secolarizzati che contribuiscono a creare il puzzle di questo nuovo tipo di umanesimo.

 

Come proporre Cristo ai giovani? La risposta non la possono dare analisi psico-pedagogiche o ricerche fatte a tavolino

Se l’analisi di Taylor stesse, la questione della meta non avrebbe più peso, se non per “piccoli circoli virtuosi” (Taylor cit; Dreher, Opzione Benedetto).

 

I giovani, all’interno delle varianti possibili dell’umanesimo esclusivo, potrebbero trovare solo risposte parziali e immanenti alla “domanda maledettamente chiara” sulla meta (professione, unioni affettive, difesa dell’ambiente, anelito alla giustizia e alla pace, salutismo…).

 

Il nocciolo del problema

Senza entrare in un’articolata valutazione dell’analisi di Taylor, le oppongo due dati: anzitutto la domanda sul senso del vivere è inevitabile, se la pongono tutti, indipendentemente dalla risposta. E non è necessario giungere all’età avanzata per prenderla in considerazione. Certo, da giovani si può schivarla in mille modi, ma non sradicarla dal proprio cuore (Pastori erranti […] / Sbagliati / Disorientati / Dal giorno che ci hanno gettati / Su questa terra dove si consuma / La nostra vita breve come schiuma, Jovanotti).

 

Se l’analisi di Charles Taylor fosse valida, la questione della meta non avrebbe più peso, se non per “piccoli circoli virtuosi”

Inoltre, ed è il secondo dato, la domanda ultima è per sua natura non solo metafisica, se si vuol ancora usare questa categoria caduta in disuso, ma è domanda religiosa. La riprova sta nel fatto che il senso religioso è inestirpabile. Lo si può seppellire sotto mucchi di detriti, ma come i fili d’erba a primavera, ritornerà a spuntare.

 

Parlare quindi di umanesimo esclusivo può al massimo individuare una categoria sociologica di qualche utilità, ma non va al nocciolo del problema.

 

Il cuore dell’uomo non può rassegnarsi al divieto ultimamente nichilista rinunciando all’ipotesi che ogni possibile – tutto il possibile – sia realmente possibile. Lo suggerisce un’osservazione memorabile del profondo, quanto bizzarro, pensatore apolide George Steiner: “Per me esiste la pressione assolutamente innegabile di una Presenza”. I fini trascendenti rinascono immancabilmente dalle loro stesse ceneri.

 

Forse un po’ rapidamente possiamo affermare che la domanda religiosa è ben presente nella vita dei giovani di oggi e si fa sentire nella loro quotidiana esperienza, al di là della consapevolezza che riescono ad averne e indipendentemente dal modo con cui provano a comunicarla. Da questo punto di vista i dati statistici prima citati possono essere letti non solo come il bicchiere mezzo vuoto, ma anche come quello mezzo pieno.

 

In ogni caso chi gode dell’incontro con Cristo, non può non considerare questi dati come una pro-vocazione a comunicare la sempre nuova e sorprendente bellezza del Vangelo. Come potremmo altrimenti spiegare l’esistenza dei tantissimi martiri di questi nostri tempi, unico argine al “male ingiustificabile” (Nabert) del terrorismo e delle varie forme di guerra? Come interpretare l’“incredibile” disponibilità a donare la vita dei martiri di Thibirine e delle sorelle di Madre Teresa nello Yemen? Non si può negare che queste, insieme a numerose altre figure di santi attuali, siano oggetto di ammirazione anche da parte dei giovani. La questione della meta nel suo significato religioso ultimo, si ripresenta, inesorabile. Le stesse mete frammentarie cui prima abbiamo fatto cenno, se ne sia coscienti o meno, stanno dentro questo orizzonte ultimo. L’uomo cammina quando sa bene dove andare (Chieffo).

 

Come proporre Cristo ai giovani?

A questo punto però si impone lancinante un interrogativo: come proporre ai giovani il volto di Cristo incarnato attraverso la sua Chiesa, in sé santa, anche se carica di peccati nel suo personale (Maritain)?

 

Il senso religioso è inestirpabile. Lo si può seppellire sotto mucchi di detriti, ma come i fili d’erba a primavera, ritornerà a spuntare

Dico subito che non saranno né analisi tecniche psico-pedagogiche, né la ricerca a tavolino di particolari linguaggi a rispondere in modo adeguato alla questione posta.

 

La strada maestra è semplicemente quella indicata dagli inizi del Vangelo di Giovanni: testimoniare il cambiamento prodotto nella persona dall’incontro con il Signore così da voler diventare Suoi familiari: “Maestro dove abiti?”, e incontrare la sua liberante e critica riposta: “Venite e vedrete” (cfr Gv 1,35-39).

 

L’episodio evangelico documenta le due attitudini che insorgono negli interlocutori di Gesù: il desiderio struggente di non perdere la familiarità con Lui e la disponibilità a lasciare tutto per seguirlo, soprattutto negli ultimi mesi della sua vita terrena, nella sua itineranza salvifica.

 


Caravaggio (attribuito), “Vocazione dei santi Pietro e Andrea”, olio su tela (1603-1606 ca)


 

Come evitare che questo straordinario racconto sfumi in ideologia da cui deriva una pretesa meccanica della sequela, impotente a mobilitare l’energia della libertà che, per quanto inespressa, abita il cuore dei giovani? Essi stessi ci indicano la strada: partire dal binomio bisogno-desiderio con il quale sono, in ogni caso, chiamati a fare i conti.

 

Gesù va incontro all’uomo proprio passando da qui. La Maddalena, la Samaritana, l’adultera, il cieco nato, il paralitico… arrivano a Lui trascinati da bisogni concreti, materialmente ben identificabili. Gesù, con la sua straordinaria potenza e capacità introspettiva, sospinto da un amore più grande, libera dal bisogno ma – ciò che conta – dilata quel particolare bisogno in un desiderio di pienezza. Come lo fa? Indicando la meta.

 

Il cuore dell’uomo non può rassegnarsi al divieto nichilista rinunciando all’ipotesi che tutto il possibile sia realmente possibile

Spesso nei nostri banali discorsi, ma anche in quelli di opinionisti ed esperti, si dice che questo anelito profondo di libertà – non lo si potrebbe chiamare altrimenti – sia proprio ciò che manca nei giovani di oggi, che sarebbero connotati da una persistente distrazione e dalla indefessa ricerca di piaceri di breve durata. Al massimo si è disposti ad ammettere che esistono delle eccezioni o che comunque i giovani di oggi sono generalmente seri con gli inevitabili impegni della loro esistenza (lo studio, il lavoro). E le loro fragilità, soprattutto a livello affettivo, non entrano in linea di conto perché ormai considerate dalla mentalità dominante espressione del processo di maturazione della libertà.

 

Liberare la libertà

Su cosa fa leva Gesù per spalancare il bisogno al desiderio? Sulla libertà dell’uomo. Il bisogno ha una natura ben diversa da quella del desiderio. Dice sempre indigenza, mancanza e possiede pertanto un carattere vincolante. E’ un po’ una schiavitù. Il malato perde il senso di sé e si identifica con il suo sintomo, l’affamato coincide con l’avida ricerca del pane ecc.

 

Appare immediatamente evidente che nel bisogno c’è di fatto ben poca libertà.

 

Gesù, e quindi la proposta del Vangelo che siamo chiamati a fare ai giovani, deve sfondare il muro di questa prigione per liberare l’uomo dal bisogno come schiavitù.

 

Nel contesto dell’attuale società plurale, con il meticciato di civiltà e culture, la proposta pubblica della fede è sommamente conveniente

E’ un classico nella tradizione filosofica e culturale dell’occidente articolare prevalentemente la libertà secondo tre moduli – libertà da, libertà con e libertà per – per coglierla in tutta la sua pienezza.

 

La libertà si rivela allora l’emblema dell’umano come tale. O essa è interamente a disposizione dell’esperienza della singola persona oppure questa esperienza ne sarà mutilata.

 

Ma l’essere liberi da condizionamenti, essere liberi con ogni altro e, soprattutto, esserlo per il bene dell’altro non è un dato che possa essere acquisito una volta per tutti. Non di rado la libertà si inceppa.

 

Ogni uomo percepisce che la sua libertà chiede di essere liberata.

 

L’esito di questa operazione è lo sbocciare nell’autocoscienza dell’io della limpida polla del desiderio che inevitabilmente, qualunque sia la sua natura, indica già prospetticamente la meta. Lo conferma con straordinaria genialità Dostoevskij nel finale di Delitto e castigo. Raskolnikov, ai lavori forzati in Siberia, cede finalmente all’amore della piccola Sonia che lo aveva seguito fin là senza mai risparmiargli la verità sul suo orrendo crimine. Nasce in lui un’inattesa esperienza: “A tal punto era felice, a tal punto inaspettatamente felice che quasi ne ebbe paura. Sette anni [di pena], solo sette anni”. Prima erano un peso smisurato, adesso sono niente.

 

La libertà liberata dal desiderio è ciò cui i giovani anelano, anche senza saperlo, perché una cosa sanno bene: la peste più temibile è l’aridità permanente del cuore, è non desiderare niente. E’ la noia, di cui ha dato una straordinaria definizione Baudelaire, il “poeta dell’assenzio”: “La noia è un mostro delicato che, senza strepito, inghiotte il mondo”.

 

Liberare la libertà è il dono più grande che un uomo possa ricevere. “Abbiamo necessità che Qualcuno ci as-sicuri definitivamente” (Marion). Solo Costui è il vero liberatore, è il Redentore. Non per nulla Gesù non si è limitato ad offrirci la libertà, ma significativamente ha detto: “Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero” (Gv 8,36). Condizione per la proposta cristiana ai giovani è una libertà liberata che suscita il desiderio della meta. Questa affermazione appare però ancora troppo generica per i ragazzi di oggi. Come possono sentirla attrattiva al punto di lasciarsi disporre alla “strana necessità del sacrificio” (Giussani)?

 

Il diritto alla felicità

San Giovanni Paolo II, parlando alla Giornata mondiale della gioventù di Toronto del 2002, ha introdotto un’espressione che, se non è sulla bocca dei giovani, attraversa però quotidianamente la loro esistenza: diritto alla felicità.

 

O la libertà è interamente a disposizione dell’esperienza della singola persona oppure questa esperienza ne sarà mutilata

Da dove può nascere un simile diritto se non dal desiderio di felicità? Un desiderio così potente che non può essere fermato da nulla. Trovandocelo addosso lo reclamiamo come un diritto, cioè come qualcosa che strutturalmente ci spetta.

 

Libertà e felicità non sono solo la trama e l’ordito dell’umana esperienza, ma hanno la forza di interpretare efficacemente ciò che preme alle ragazze e ai ragazzi d’oggi.

 

Conviene notare che si tratta di parole impiegate da Gesù nel Vangelo, non frutto di una riflessione teorica, ma di un’esperienza diretta. Se tu Lo segui sarai libero davvero e il tuo diritto alla felicità, al compimento – come dice Gesù al giovane ricco – troverà realizzazione. “Se vuoi essere perfetto [compiuto, felice] … seguimi” (Mt 19,21). Gesù non offre al giovane altri precetti morali, non fa discorsi sul cambiamento del mondo, lo invita a cambiare i rapporti, ad accorgersi dell’altro, a scoprire il fascino dell’essere in relazione, non in qualunque modo, a poco prezzo, ma a partire dalla relazione con Lui.

 

Felicità, libertà e relazioni sostanziali sono fattori indisgiungibili della proposta cristiana. Fin che esistono donne e uomini che vivono così, il cristianesimo è una possibilità reale. E il gran parlare di post-cristianesimo non riesce a eliminare la speranza.

 

Correre per conquistare la meta

In molti potrebbe sorgere qui un’ultima questione. Un cristianesimo ridotto alle dimensioni quantitative che sono sotto gli occhi di tutti ha un effettivo rilievo nella società plurale di oggi?

 

Non debbono i cristiani accettare quanto l’idea di laicità di marca francese ha proposto, a partire dalla famosa Legge del 1905, al di là della recente interpretazione che ne ha dato il presidente Macron?

 

In una società come quella attuale, interculturale e interreligiosa, chi vuole seguire Cristo ne assuma il Vangelo in forma personale e privata. Ne pratichi i riti, ne osservi i comandamenti, senza pretendere di proporre pubblicamente il proprio credo. Non solo lo stato e le sue istituzioni debbono essere rigorosamente neutre, ma la società stessa, tutta intera, deve essere neutra.

 

Non c’è dubbio che quando la parola “rilievo” assume un sapore egemonico è sempre fuori luogo, indipendentemente dalle vicende storiche della Chiesa. Proporre pubblicamente però non solo non significa imporre, ma nel contesto dell’attuale società plurale, con il meticciato di civiltà e culture che la caratterizza, la proposta pubblica della fede è sommamente conveniente.

 

Non si può infatti costruire amicizia civica, con la conseguente vita buona personale e sociale, senza un’indomita tensione al riconoscimento reciproco. E questo a partire dallo smarrimento sempre tentato di trasformarsi in “risentimento” (Nietzsche) prodotto dai formidabili fattori propri di questo cambiamento d’epoca.

 

A partire da questi fattori (mutazione della politica, economia e finanza, elevata conflittualità, biotecnologie, intelligenza artificiale e creazione dei cybor, civiltà delle reti ecc.) i giovani si impongono come gli attori decisivi della transizione a quello che, con termine ancor vago, si chiama post-moderno.

 

Con tutti i loro coetanei le ragazze e i ragazzi cristiani, toccati dalla tenerezza di Cristo, sono in grado di attraversare l’attuale complessità con un adeguato senso della meta. “Non ho certo raggiunto la meta, non sono arrivato alla perfezione [felicità], ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo” (Filippesi 3,12).