Oltre Prodi e il silenzioso "voto cattolico" per il Sì

Matteo Matzuzzi

Il No deciso degli organizzatori del Family Day, il Sì dei gesuiti e del Regno. L’equilibrio di Avvenire

Roma. Parlare di “voto cattolico” nel 2016 lascia il tempo che trova, eppure è anche in quel vasto e “silenzioso” bacino che Matteo Renzi dovrà andare a pescare per portare il Sì referendario alla vittoria. Una grossa mano, in questo senso, potrebbe darla il Sì del “cattolico adulto” Romano Prodi (così si definì il Professore nel 2005, quando annunciò la partecipazione al referendum sulla procreazione assistita nonostante il consiglio opposto della Cei ruiniana), giunto ieri con una nota ufficiale: “Anche se le riforme proposte non hanno certo la profondità e la chiarezza necessarie, tuttavia per la mia storia personale e le possibili conseguenze sull’esterno, sento di dovere rendere pubblico il mio Sì, nella speranza che questo giovi al rafforzamento della nostre regole democratiche soprattutto attraverso la riforma della legge elettorale”.

 

Le gerarchie episcopali, si sa, non s’esprimono, divise come sono al loro interno e in questioni ben più gravi affaccendate (tra pochi mesi ci sarà l’elezione del nuovo presidente della Cei, e la bussola risulta ancora impazzita, incapace di segnare una rotta chiara ai presuli votanti). Una divisione che si riflette anche nell’elettorato di riferimento, con le piazze piene dei sostenitori del Family Day impegnati a brandire il No alle modifiche costituzionali come si trattasse di dire No ai ddl di Monica Cirinnà – “Un esecutivo che ha già mostrato la sua vocazione autoritaria nell’approvazione della legge sulle unioni civili e che preannuncia di voler approvare le adozioni per tutti, la regolarizzazione della maternità surrogata (utero in affitto), l’educazione gender nelle scuole, la legalizzazione della cannabis, il suicidio assistito, eccetera, va contrastato e non assecondato”, ha detto Massimo Gandolfini.

 

Dall’altra parte, ci sono i toni ben più favorevoli alla riforma espressi da riviste e giornali cattolici. In principio è stata la Civiltà Cattolica, con un lungo saggio primaverile in cui si definiva “auspicabile” il successo del referendum. A spiegarne le ragioni, al Foglio, era l’estensore dell’articolo, il gesuita Francesco Occhetta: “La Carta è sì un testo vivente, una sorta di bussola che orienta il cammino di un popolo. Ma non è un testo sacro”. Si tratta di uno sviluppo che, al netto di certi errori e di qualche ambiguità, “è certamente compatibile” con il progetto dei padri costituenti. Qualche giorno fa, poi, è arrivato l’endorsement anche del Regno, prestigiosa rivista d’area cattolico-progressista (fa riferimento ai dehoniani): “Se la vittoria del Sì ha l’incertezza delle scelte politiche del premier – ha scritto il direttore Gianfranco Brunelli in un editoriale – quella del No ha la certezza di una crisi profonda del sistema politico, di una crisi economica ancora più ‘cattiva’, di un arretramento di anni rispetto alla transizione istituzionale”. Quindi, la chiosa finale: “Chi immagina che ci si possa prendere la libertà di fare fallire questo governo, perché tanto non accadrà nulla, perché tutto in fondo è sempre uguale, e ce la caveremo con una crisi di governo e qualche balletto rituale, non ha da offrire al paese se non il proprio cinismo o la propria incompetenza”.

 

Opinione che, seppur più sfumata, pare condivisa anche dal direttore di Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani che ha mantenuto una posizione di equilibrio nella contesa. “L’importante è che teniamo salda la consapevolezza che la nostra Carta, che settant’anni fa ha dato direzione e slancio alla costruzione e ricostruzione di una nuova Italia, ha alla base idee guida, visioni e grandi intese che non sono poste minimamente in discussione da questa riforma che riguarda aspetti cruciali dell’ordinamento della Repubblica, ma non l’impianto valoriale della nostra democrazia”, scriveva Mario Tarquinio lo scorso agosto, aggiungendo che “sarebbe grave sprecare questo passaggio consegnandoci a un dibattito condizionato dal timore e, magari, dalle personalizzazioni antipatizzanti verso il premier Renzi o qualunque altro leader”.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.