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Servirebbero mutande ermetiche, ma al Milan i problemi sono davanti

Ogni volta che c’è da fare un saltino di qualità, e domenica sera con una vittoria ci saremmo fatti largo in questa ressa per terzo posto e milioni, i nostri ricadono sulle rotule e noi dal pero.

9 Dicembre 2014 alle 16:59

Servirebbero mutande ermetiche, ma al Milan i problemi sono davanti

Ogni volta che c’è da fare un saltino di qualità, e domenica sera con una vittoria ci saremmo fatti largo in questa ressa per terzo posto e milioni, i nostri ricadono sulle rotule e noi dal pero. A essere onesti, progressi ci sono stati: per esempio becchiamo un gol ogni quindici, venti palle inattive. D’altronde le chiappe a chiusura stagna, le mutande ermetiche non esistono, non le ha inventate nemmeno il Chelsea di Mou attualmente la squadra più tosta d’Europa. Il nostro problema quindi non è dietro, reparto criticato oltre il ragionevole, ma davanti, proprio lì dove abbiamo fatto compere non proprio discount.

 

Il fondamentale dei fondamentali recita che al calcio vince chi segna di più e ha più chance di segnare chi tira di più, possibilmente nello specchio e preferibilmente con potenza o all’angolo, tiri spacca reti o infingardi o le due cose insieme. Ora uno come Ménez che pure sa anticipare le traiettorie, ha forza per vincere un tackle e rubare palla al centrocampista rude giocherellone, e fiato e gamba per farsi venti metri in accelerazione e il vuoto intorno, non può presentarsi da solo davanti al portiere e tirargli tra le braccia come un qualunque Balotelli in crisi d’astinenza da musica techno.

 

L’egoismo è il carburante dell’attaccante di razza ma è accettabile se produce risultati: Ménez non è da venti gol a stagione, qualche correttivo nel gioco si impone. Non siamo la grande squadra che appena ha un’occasione castiga e gestisce il risultato: siamo la decaduta che in due, tre anni vuole tornare nel giro che conta, dobbiamo perciò dannarci l’anima come il pugile discreto che il più di forza necessaria deve necessariamente trovarlo nella fame, nella ferocia. A Genova abbiamo disegnato tre trame, due ghirigori in area e fatto sei tiri in porta in un’ora, uno ogni quindici minuti e spicci: poco foolish e niente affatto hungry.

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