Il buco nella legge sulle intercettazioni (che esiste già)

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22 APR 16
Ultimo aggiornamento: 07:26 AM | 24 AUG 20
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Ancora sulla questione delle intercettazioni. Le considerazioni del consigliere del Csm Piergiorgio Morosini, di Magistratura democratica, pubblicate ieri dal Fatto, non saranno forse perfettamente sovrapponibili a quelle degli avvocati dell’Unione delle camere penali. Si può sicuramente dire che il tema merita anche altri approfondimenti critici. Ma nella sostanza mi paiono largamente condivisibili. Intanto nell’approccio. Quando Morosini cita le circolari recentemente redatte in merito dai procuratori di Roma, Napoli, Firenze e Torino nelle quali “si responsabilizzano magistrati e polizia giudiziaria senza discostarsi dalla legge”, implicitamente nota come un problema esista e sia riconosciuto dagli stessi dirigenti di importanti procure. E se la “legge esiste già”, come il giornale che lo pubblica titola l’intervento del consigliere Morosini, ma necessitano circolari responsabilizzanti, vuol dire che qualche magistrato quella legge la viola. E’ un ottimo inizio di discussione. Morosini spiega poi perfettamente dove sta il problema: “[I giudici] Nel redigere ordinanze e sentenze, pubblicabili dalla stampa, possono inserire colloqui per esteso, solo se rilevanti e nel rispetto dei dati sensibili”. E’ il minimo, si badi bene. Le stesse circolari dei procuratori propongono pratiche più rigide già in fase di trascrizione, finendo però per intestarle alla polizia giudiziaria, e suscitando dubbi non infondati da parte del consigliere. Ma nemmeno quel minimo oggi succede.