Attivisti pro choice e pro life si confrontano fuori dal Mississippi State Capitol a Jackson (LaPresse)

Il Foglio del weekend

La marcia dei nuovi pro life

Marco Bardazzi

Finita l’èra dei “conservatori compassionevoli”, è arrivato Trump. Le origini della spallata alla sentenza sull’aborto

E’ successo dieci anni fa, in questi giorni. Per la precisione il 28 giugno 2012: il momento in cui qualcosa si è definitivamente rotto in America e nessuno sa ancora come aggiustarlo. Il giorno in cui i repubblicani hanno dato l’addio all’era di Reagan e dei Bush e cominciato la marcia che li avrebbe portati all’approdo, allora impensabile, nelle mani di Donald Trump. Il giorno in cui i democratici hanno deciso che si poteva spingere l’acceleratore per andare più a sinistra, dalle parti di Bernie Sanders, là dove tanti americani non avevano alcuna intenzione di seguirli. E per una serie di future congiunzioni astrali, anche il giorno che ha segnato il destino di Roe v Wade, la storica sentenza sul diritto all’aborto che la Corte suprema ha appena reso carta straccia.

 

Quel giorno di dieci anni fa era stato segnato da un’altra sentenza storica dei giudici di Washington: quella sull’Obamacare. Con un voto di 5-4 rimasto incerto fino all’ultimo momento, la Corte suprema nel pieno di un anno elettorale dava ragione a Barack Obama e manteneva in vita la sua riforma della sanità. Quella che aveva imposto per la prima volta l’obbligo per ciascun cittadino americano di avere un’assicurazione medica e che aumentava il peso dell’intervento pubblico in un settore che in America è gestito quasi esclusivamente secondo logiche di mercato. 

 

Poche cose i repubblicani hanno odiato degli anni di Obama quanto la sua riforma sanitaria. E la sentenza del giugno 2012 è diventata un momento di svolta. Tante circostanze da allora sono cambiate radicalmente sul piano politico, sociale e anche giuridico. E per capire come si sia arrivati a ribaltare Roe, che dopo 50 anni sembrava ormai intoccabile nella società americana, bisogna tornare indietro a un decennio fa e al trauma che rappresentò per i conservatori quel verdetto di 5-4 sull’Obamacare. Perché il voto decisivo per salvare la riforma del presidente, regalandogli l’impeto per andare a vincere le elezioni di novembre contro Mitt Romney, era arrivato inaspettatamente da John Roberts, il giudice conservatore e cattolico che George W. Bush aveva messo alla guida della Corte e che in quell’occasione aveva votato con i progressisti.

 

Il voto decisivo per salvare l’Obamacare arrivò inaspettatamente da John Roberts, il giudice conservatore e cattolico scelto da George W. Bush  

 

Dieci anni dopo, Roberts si trova alla guida di una Corte che non controlla più. Nella sentenza Dobbs v Jackson Women’s Health Organization, quella che ha negato che esista un diritto costituzionale all’aborto e ha affondato Roe v Wade, il Chief Justice figura tra i 6 della maggioranza, ma ha presentato un’opinione solitaria in cui cercava un compromesso e sosteneva che non ci si doveva spingere fino cancellare del tutto Roe. Gli altri cinque conservatori lo hanno ignorato e sono proseguiti per la loro strada, forti di una maggioranza che stavolta, a differenza dell’Obamacare, avrebbero avuto comunque, anche se Roberts fosse tornato a votare con i progressisti.

 

In un decennio è cambiato tutto e la battaglia politica sull’aborto porta alla luce due fenomeni che riguardano il campo conservatore. Il primo è una maturazione della cultura giuridica del mondo pro life, che ha permesso di organizzare con cura – come vedremo – l’attacco finale a Roe in particolare dall’università cattolica di Notre Dame, in Indiana, facendo leva su solide basi di diritto. Basi che la storica sentenza sull’aborto di 50 anni fa invece non aveva e lo sapevano tutti: è bastata una spallata data al momento giusto e il presunto diritto costituzionale all’aborto si è rivelato indifendibile.

 

Il secondo fenomeno però deve far riflettere chi festeggia la sentenza dei giorni scorsi. Perché repubblicani e pro life arrivano alla loro vittoria storica nel momento in cui sono meno attrezzati per gestirla. Hanno abbattuto il totem di Roe, ma non hanno mai avuto così poco da offrire in cambio in termini di lotta alla povertà e sostegno alla famiglia, alle donne, all’educazione, all’accesso alle cure mediche, all’immigrazione, a tutti gli ambiti insomma che sarebbero necessari per offrire l’alternativa di una rete sociale solida a chi sceglie l’interruzione di gravidanza. Vale la pena fare un rapido viaggio a ritroso per cercare di capire perché. 

 

Negli anni dell’amministrazione Bush (2001-2008), la posizione dei repubblicani sull’aborto era più o meno identica all’attuale, ma era immersa in un contesto di azione sui temi sociali che veniva definito “conservatorismo compassionevole”. Per quanto ci fosse spesso assai poca compassione in diversi ambiti, per esempio la pena di morte, in generale resisteva l’eredità di una posizione moderata sui temi sociali che fin dai tempi dei “Reagan Democrats” rendeva capaci i repubblicani di attrarre elettorati diversi, per esempio gli immigrati ispanici. John McCain, lo sfidante di Barack Obama alle elezioni del 2008, era un esponente di questa vecchia guardia e non è un caso che quella sfida sia stato l’ultimo esempio di una battaglia politica tutto sommato “pulita”, che non si è più vista in America. 

   

Le posizioni minimamente moderate di Marco Rubio o Jeb Bush, spazzate via. Altri, come Ted Cruz, si sono spinti verso il populismo puro

 

C’era già però una parte più radicale del Gop che scalpitava per alzare il livello dello scontro, sui temi sociali come l’aborto o i matrimoni gay, ma anche su quelli economici. E per coprirsi su questo fianco, McCain scelse come vice un’eroina di quel movimento, Sarah Palin. Quando la crisi dei mutui subprime e il crollo di Lehman Brothers a due mesi dal voto cambiarono tutto, i conservatori si ritrovarono con un cumulo di macerie: la Casa Bianca in mano a Obama e l’economia in caduta libera. E qui cominciarono la lunga marcia per riprendere il potere, mettendo da parte per il momento i temi legati ai diritti e rimettendo al centro l’economia. Un compito affidato a un bizzarro movimento, il Tea Party, che era destinato a diventare l’incubatore di tutti i populismi attuali. 

 

Una larga parte del mondo cattolico americano, quella di impronta più conservatrice, si offrì come stampella a questo laboratorio dei repubblicani. Il nemico comune da battere era il presunto “socialismo” di Obama, dimostrato dalla sua riforma della sanità, e il primo traguardo da centrare erano le elezioni di Midterm del 2010. Le idee di alcuni pensatori cattolici che avevano avuto un certo peso negli anni di Bush, come Michael Novak o George Weigel, si rivelarono ben trasferibili in questo ambito, perché sembravano confermare una “eccezionalità” americana intrinsecamente legata al modello capitalistico. Si cominciò quindi a usarle come una clava cattolica da tirare in testa a Obama e i suoi. 

   

I repubblicani, dove avevano la maggioranza, hanno promulgato leggi fatte apposta per creare ricorsi e finire alla Corte suprema

     

In un’America in piena recessione, il Tea Party e le sue succursali cattoliche galvanizzarono i repubblicani nelle elezioni per il Congresso, spingendoli a riconquistare la Camera con un guadagno netto di 63 seggi, il più vasto mai avvenuto in un Midterm dal voto del 1948. Galvanizzato dalla vittoria, il Gop si radicalizzò ulteriormente e diede l’assalto all’Obamacare, certo di poter far saltare sia la riforma della sanità, sia il presidente alle elezioni del 2012. La parte più istituzionale del Partito repubblicano riuscì, per l’ultima volta, a imporre un candidato moderato come Romney, con un profilo in linea con quelli degli ultimi decenni. 

 

Poi è arrivato il 2012, il voto di Roberts che ha salvato l’Obamacare e il secondo mandato per il presidente democratico. E la deriva populista ha preso il sopravvento. Su qualsiasi tema, che fosse economico o legato ai diritti, non c’era più spazio per i compromessi: i nuovi repubblicani premiavano solo politici votati allo scontro. E dai candidati presidenziali volevano solo garanzie che, se eletti, avrebbero scelto non più giudici alla Roberts, ma persone votate a frenare quella che vedevano come una deriva progressista e radicale del paese. L’obiettivo finale, il totem da rimuovere, il segno della reale riconquista della Corte suprema, in questa ottica, era uno solo: ribaltare Roe v Wade.    

 

Chi ha cercato di mantenere posizioni minimamente moderate, come Marco Rubio o Jeb Bush, è stato spazzato via. Chi era già fortemente conservatore, come Ted Cruz, è stato spinto ancora più in là, verso il populismo puro. E alla fine ci si è ritrovati con Trump, il più improbabile dei presidenti, che una larga parte del paese ha votato nel 2016 (e rivotato nel 2020) quasi esclusivamente con la richiesta che scegliesse giudici giusti per la Corte. In cambio di questo, si sono chiusi tutti e due gli occhi – anche in larghissima parte del mondo cattolico americano – su tutto ciò che di Trump non andava (e la lista sarebbe lunghissima). Gli elettori volevano che scegliesse i giudici “giusti” e la sorte gli ha permesso di nominarne addirittura tre in quattro anni e di cambiare gli equilibri del massimo organo giudiziario. 

    

I due leader, Joe Biden e Nancy Pelosi, sull’aborto come tutti i democratici cattolici hanno fatto fatica a trovare una posizione coerente

    

Trump, scopertosi pro life solo al momento di scendere in politica, alla fine ha quindi fatto il lavoro che ci si aspettava da lui ed è stato lo strumento per la spallata finale sull’aborto. Ma nel frattempo il mondo repubblicano creava le premesse, nei singoli stati dove aveva la maggioranza, per tenere alta l’attenzione su Roe promulgando leggi fatte apposta per creare ricorsi e finire alla Corte suprema. Si chiama strategic litigation e in America è una pratica politico-giudiziaria consueta, ma non è mai stata applicata in modo così capillare e pianificato come in tema di aborto. 

 

Il pensiero dominante della Corte era che Roe fosse una questione settled, decisa per sempre anche grazie alla successiva sentenza Planned Parenthood v Casey del 1992 che era stata una sorta di test sulla tenuta del diritto costituzionale all’aborto. L’unica chance per i giudici conservatori per continuare a tornare sul caso Roe, era dimostrare che il paese ancora ne discuteva ed era diviso: da qui le leggi e le cause dei vari stati repubblicani che provocavano ricorsi e proteste, dimostrando così che sull’aborto non c’era consenso e occorreva continuare a riesaminare il caso. 

 

Una strategia che mirava a far arrivare a Washington, prima o poi, una vicenda con tutte le caratteristiche giuste per il colpo finale. Ed è stato il caso del Mississippi su cui si sono pronunciati i giudici nei giorni scorsi, già da tempo visto come il cavallo di Troia che avrebbe permesso di attaccare Roe alle radici. Si è scatenato un meccanismo da “tempesta perfetta” che ha visto coincidere una serie di fattori decisivi. 

 

Il primo è quello della costituzione della Corte. Non solo sei conservatori contro tre progressisti, ma anche una Corte composta da ben sei giudici che si dichiarano cattolici, forse sette perché Neil Gorsuch è considerato a cavallo tra la Chiesa episcopale e quella del Papa (gli altri due membri sono ebrei: in definitiva, una Corte che non assomiglia per niente all’America che rappresenta). Il movimento pro life, giustamente, ha ritenuto che non ci fosse momento migliore per riportare l’aborto al centro dell’attenzione dei giudici. 

 

Anche perché, secondo fattore, anche alla Casa Bianca e alla Camera ci sono due leader cattolici, Joe Biden e Nancy Pelosi, che sull’aborto come tutti i democratici hanno sempre fatto fatica a trovare una posizione coerente, esponendosi così tra l’altro agli attacchi dell’ala più conservatrice dei vescovi americani. Con da una parte la Chiesa che minacciava di rifiutare loro l’eucaristia – facendo irritare profondamente Papa Francesco, che non concorda con questa linea – e dall’altra l’ala radicale del partito che li accusava di essere troppo deboli nella difesa del diritto all’interruzione di gravidanza, Biden e Pelosi sono stati visti dai pro life come avversari battibili. 

 

Un terzo fattore importante è stata la piena maturazione di un mondo giuridico cattolico americano che ha costruito con pazienza, negli anni, una interpretazione del diritto costituzionale che offrisse alla stessa Corte spunti su cui appoggiare la spallata finale. La Law School di Notre Dame, da questo punto di vista, si è rivelata il pensatoio a cui ha attinto la sentenza scritta da Samuel Alito, il giudice che con più costanza e lungimiranza ha costruito l’attacco a Roe fin dagli anni in cui, nell’amministrazione Reagan, era un giovane funzionario della Giustizia.

 

Dalla Law School nell’Indiana, dove fino al 2017 insegnava Amy Coney Barrett, uno dei giudici supremi schierati con Alito, nell’agosto del 2021 sono partite per Washington ben tre petizioni amicus curiae sul caso Mississippi, cioè dei brief di soggetti terzi che offrono alla Corte suprema una loro interpretazione legale. Una era firmata da Carter Snead, direttore del Centro per l’etica e la cultura a Notre Dame, insieme all’ex professoressa di Harvard Mary Ann Glendon, che negli anni di Bush era l’ambasciatrice degli Stati Uniti presso la Santa Sede. “La giurisprudenza della Corte sull’aborto – hanno scritto Snead e Glendon – è completamente slegata dal testo, dalla storia e dalla tradizione della Costituzione”. Il brief offriva un’analisi devastante di Roe, con argomenti che hanno trovato poi ampia eco nella sentenza di Alito.

 

Un secondo brief, firmato da Richard Garnett, un altro docente di Notre Dame, attaccava tutta la giurisprudenza che aveva tenuto in piedi Roe e anche la sentenza Casey. John Finnis, un terzo professore di Notre Dame, aveva infine unito le forze con Robert George di Princeton, uno dei più autorevoli giuristi americani, per difendere la posizione delle autorità del Mississippi. 

 

Un’offensiva in grande stile, quindi, l’epilogo di una strategic litigation portata avanti per un decennio in mezza America con l’unico obiettivo di rimuovere il totem più progressista del diritto costituzionale americano. Un innegabile successo per il mondo pro life che ora però deve decidere cosa farsene, in un momento in cui sembra non avere molto da offrire sul piano di una più ampia strategia sociale. Un paradosso colto bene da Ross Douthat, uno dei più acuti commentatori conservatori, che sul New York Times ha messo in guardia un movimento che non può continuare a vivere di rabbia, attacchi ai nemici, commistioni con il mondo no vax e simpatie trumpiane. Mezza America li vede come matti inaffidabili. “Per vincere la battaglia a lungo termine – ha scritto Douthat – per persuadere la vasta e inquieta metà del paese, gli oppositori dell’aborto hanno bisogno di modelli che dimostrino che questa critica è sbagliata”. Modelli e leader che, per ora, non si vedono in giro.

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