cerca

Nel Belgio dell’eutanasia legale il diritto di morire è diventato quasi un obbligo

Un libro scritto da infermieri e medici mette in guardia dal considerare il voler morire una scelta pienamente individuale

12 Settembre 2019 alle 06:00

Nel Belgio dell’eutanasia legale il diritto di morire è diventato quasi un obbligo

(foto Unsplash)

Non c’è modo migliore per comprendere quello che potrebbe succedere nel nostro paese se dovesse essere approvata una legge che depenalizza l’eutanasia e il suicidio assistito che rifarsi all’esperienza diretta dei curanti di un altro paese dove le cose stanno già così da diverso tempo. Il Belgio è un ottimo modello. Alcuni medici e infermieri belgi hanno recentemente pubblicato un libro, “Euthanasie, l’envers du décor (traducibile con “Eutanasia, il rovescio della medaglia”), nel quale sono raccolte le loro testimonianze, riccamente sostenute da riferimenti bibliografici e documentali. Il testo, al momento disponibile solo in francese, merita di essere letto con attenzione e offre alcuni spunti dolorosamente interessanti. In primo luogo si scopre che anche prima dell’approvazione della legge belga del 2002 molti erano i dubbi, espressi da alcune importanti istituzioni, riguardo i rischi di deriva. “Pensiamo che qualsiasi possano essere le precauzioni di cui la legge voglia dotarsi, esista un pericolo reale che la domanda di eutanasia non rifletta la vera volontà dell’individuo o sia troppo facilmente condizionata da circostanze o pressioni esterne – scriveva già nel 1983 la Commissione di riforma del diritto in Canada. E continuava: “Esiste un reale pericolo che la procedura messa a punto per permettere di uccidere quelli che si sentono di peso per sé stessi sia gradatamente sviata dal suo scopo primario e possa servire ad eliminare quelli che sono un fardello per gli altri e per la società”. In pratica si intravedeva quella che oggi in un paese come il Belgio è realtà. Eric Vermeer, infermiere specializzato in Cure palliative e Psichiatria lo dice con chiarezza nel libro. Alla fine del 2001 la Commissione che ha lavorato sull’allora progetto di legge sull’eutanasia aveva affermato senza ambiguità che la sola sofferenza psichica del paziente non avrebbe mai dovuto condurre alla morte su ordinazione. Ai nostri giorni il settimo Rapporto di registrazione delle eutanasie in Belgio riporta 113 casi di persone morte per eutanasia per cause psichiatriche come depressione, demenza anche ad uno stadio precoce, disturbi bipolari, schizofrenia e altre malattie mentali. La deriva ha riguardato anche i casi pediatrici. Vermeer riporta la richiesta dei migliori pediatri del mondo riuniti nel Congresso internazionale di cure palliative pediatriche di Mumbai, in India, nel 2014. Rivolgendosi direttamente al governo belga chiedevano di implementare le cure palliative e affermavano di pensare che “l’eutanasia non faccia parte della terapia palliativa pediatrica e non costituisca un’alternativa”. Altro rilievo fondamentale che si evince dal libro è quello delle motivazioni economiche che sostengono la spinta politica verso la “dolce morte”, un argomento volutamente taciuto nei dibattiti a favore dell’abbreviamento della vita. Uno studio approfondito del 2017 dell’Università canadese di Calgary ha dimostrato che lo stato nordamericano, se raggiungesse la percentuale dei morti per eutanasia del Belgio in rapporto alla popolazione, potrebbe risparmiare ogni anno circa 130 milioni di dollari, i soldi che servirebbero per curare chi invece potrebbe “farsi da parte”.

 

An Haekens, psichiatra belga direttrice della clinica Alexianen a Tienen, riporta le parole di un collega, il dottor Boudewijn Chabot, un militante pro eutanasia della prima ora. “Si nota – deve riconoscere anche Chabot – un cambiamento culturale inquietante a proposito della morte scelta in accordo con il medico” e emerge – continua – “un legame crescente tra le domande di eutanasia e ‘le déshabillage financier’ della sanità che minaccia la qualità delle cure delle persone, in particolare di quelle che soffrono per una malattia psichica, specie di lunga durata”. Sempre di più il “diritto di morire” si trasforma in un “dovere di morire”, sempre più frequentemente i medici obiettori di coscienza (la legge belga la prevede) si sentono discriminati e subiscono pressioni affinché si adeguino al pensiero dominante, sempre di più la logica della “qualità della vita”, dilagante ormai anche nel nostro lavoro quotidiano in Italia, esercita una sottile ma perfida e continua “spinta gentile” per convincere i nostri pazienti che la loro vita vale poco, di sicuro meno di quella dei sani o dei “guaribili”. Tale condizionamento fa ormai talmente parte della mentalità di medici e infermieri che molti rischiano, anche tra di noi, di non essere più consapevoli dei rischi che alcuni questionari apparentemente “innocenti” possono nascondere per i pazienti. Spesso venduti come strumenti di valutazione per migliorare la qualità delle cure, i sempre più frequenti elenchi di domande e relativi punteggi costruiscono delle artificiali graduatorie di “dignità” spesso a insaputa anche di chi li somministra per consuetudine o perché “il sistema qualità lo richiede”.

 

Il bioeticista Patrick Verspieren, insegnante di Filosofia morale al centro Sèvres, spesso ricordava come non esista un “io” che non sia dipendente da altri. “Il ricorso alla nozione di libertà individuale – scriveva – è dunque, in questo campo di scelta tra la vita e la morte, in parte illusorio. Quel malato desidera veramente morire ma questo desiderio non è il frutto della sua sola libertà: può essere, frequentemente è, la traduzione dell’attitudine dell’entourage, se non della società tutta intera che non crede più al valore della sua vita e glielo fa capire con ogni sorta di messaggio. Paradosso supremo: si rifiuta qualcuno dalla comunità dei viventi e egli stesso pensa di volere personalmente la morte. (…) Ciò che io sono e ciò che io voglio dipende dallo sguardo e dall’attitudine di altri”. A partire da questo assunto, colpiscono ancora di più le parole di uno dei padri fondatori della moderna sociologia, Emile Durkheim, a proposito del suicidio, parole scritte più di un secolo fa: “Il tasso dei suicidi non si spiega che sociologicamente. E’ la costituzione morale della società che fissa in ogni momento il contingente delle morti volontarie. Esiste una corrente “suicidogena” che agisce in ogni società, che influenza il desiderio di vivere o no”.

 

Occorre tenere gli occhi aperti, ci dicono dal Belgio questi nostri colleghi. Occorre fare tesoro della strada percorsa da alcuni “pionieri” e non cadere nell’errore di pensare di essere migliori di loro. Dopo alcuni anni di sentiero il cammino è diventato molto più buio e scivoloso di quanto alcuni potessero pensare. E’ il momento, come chiedeva un giorno ai giovani genovesi il cardinale Angelo Bagnasco, di avere il coraggio di andare controcorrente.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi