Il priore di Camaldoli (foto ANSA)

Bandiera Bianca

Non serve essere monaci di Camaldoli per avere bisogno di isolarsi dai social, ogni tanto

Antonio Gurrado

In una lettera indirizzata ai confratelli, il priore della località toscana ha vivamente sconsigliato l’utilizzo di social network e piattaforme di streaming nelle celle. Insieme al telefono portiamo tutte le persone che ci sbraitano dentro, e di tanto in tanto c'è la necessità allontanarcene

Non c’è bisogno di essere camaldolesi per essere d’accordo col priore di Camaldoli. Il monaco, in una lettera indirizzata ai confratelli, ha vivamente sconsigliato – che è un modo elegante di vietarlo – l’utilizzo di social network e piattaforme di streaming nelle celle. Il divieto non si applica in toto alla vita dei religiosi, che quindi possono utilizzare gli smartphone con discernimento, ma riguarda specificamente i momenti di solitudine che devono trascorrere quotidianamente chiudendo la porta dietro di sé.

Quando ci si dà al doomscrolling o al binge watching, la porta non è chiusa anche se materialmente lo è: poiché, foss’anche barricati in un pertugio con branda e tavolino, attraverso il telefono portiamo insieme a noi tutte le persone che ci sbraitano dentro e, pur trovandoci al coperto e al chiuso, restiamo comunque esposti alla furia delle nostre emozioni o alle intemperie del primo cretino che posta qualcosa. Non c’è bisogno di essere camaldolesi per sentire, di tanto in tanto, il bisogno di stare in silenzio e al riparo, dimenticando il mondo esterno e immergendosi in una solitudine che non consiste nell’assenza fisica di compagnia, bensì nel contatto diretto con il nostro essere individui. Camaldolesi o no, il priore ci ha detto che dentro ciascuno di noi c’è una porta. Ogni tanto, va chiusa.

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