Alessandro Barbero (Ansa)
bandiera bianca
Barbero e le nuove catene dell'algoritmo
Dai mecenati ai follower: l’illusione della libertà online si schianta sulla censura delle masse e sul controllo opaco delle piattaforme. Anche se digitale, è sempre il principe a decidere chi può parlare. Il caso del video dello storico contro la riforma Nordio, limitato da Meta
Nella sua inaccettabile assurdità, la limitazione imposta da Meta ai contenuti di Alessandro Barbero ci rivela i nuovissimi sviluppi di una questione annosa: la libertà degli intellettuali. Per secoli siamo stati convinti che gli intellettuali dovessero le proprie catene a fattori esogeni; anticamente potevano essere gli interessi del mecenate, o le condizioni poste dai committenti, o il capriccio del principe, o – più di recente – le inclinazioni del mercato. Tutto ciò ha da sempre condizionato il modo in cui l’intellettuale poteva esprimersi, determinando pertanto non solo la diffusione delle sue idee ma, non di rado, la loro stessa produzione a priori. All’alba del nuovo millennio si è creduto che gli intellettuali potessero alfine attingere alla completa libertà grazie alla disintermediazione garantita dai nuovi media, con i social network che garantivano a chiunque (soprattutto ai non intellettuali, per la verità; ma è un altro discorso) una felice parresia senza l’oculato setaccio di editori interessati solo, si diceva, a vendere. Illusi di poter dire ogni giorno ciò che volevano sui qualsiasi argomento, gli intellettuali sono corsi felici incontro alle loro catene. Si è infatti presto scoperto che, sui social network, esiste infatti un doppio grado di censura: quella popolare, esercitata dall’isterica maggioranza che detta cosa si possa dire e cosa no, e quella sovrana, applicata con ottusa fermezza da un anonimo algoritmo che persegue principii astratti e non sempre cristallini. Purtroppo, riuscire a superare indenni la prima, incorrendo magari nel favore delle masse, ha spesso distratto gli intellettuali dalla presenza occulta della seconda e li ha indotti ad arrogarsi il potere di dire ciò che volevano in qualsiasi momento. Trasformati così in macchine sputasentenze – e forse ignari di essere stati resi tali da una nuova incarnazione di mecenati e committenti, i follower che garantivano la propria adorazione al di fuori delle tradizionali leggi del mercato – gli intellettuali hanno colpevolmente sottovalutato la presenza, su di loro, di un occhio che vaglia ogni loro parola e, senza offrire giustificazione né norma, è pronto in qualsiasi istante a tacitare la loro voce. Un principe virtuale non è per questo meno capriccioso.