Screenshot del video deepfake pubblicato su YouTube con Yanis Varoufakis creato dall'AI
bandiera bianca
I video deepfake diventano l'alibi perfetto dell'èra digitale
In un sistema di dichiarazioni compulsive, dove il confine tra vero e falso si dissolve, i video falsi prosperano. Dai casi Varoufakis e Freeman al patto tra i partiti italiani che si impegnano a non utilizzarli come arma di battaglia politica
È accaduto a Yannis Varoufakis come è accaduto a un povero parlamentare britannico, George Freeman, che si è addirittura visto accusare di tradimento dal proprio partito: aprire internet e trovare un proprio video in cui si asseriscono cose assurde, mai pensate o contrarie a ogni buon senso. Il deepfake è, purtroppo, il destino della politica nell’epoca dominata dal web ed è, fatalmente, la conseguenza inevitabile di una politica che si è ridotta a esternazione compulsiva di dichiarazioni estemporanee. Se gli elettori si aspettano di ricevere sul proprio telefono un video al giorno dei politici di riferimento, con una dichiarazione purchessia non importa su quale argomento, finiranno per credere a qualsiasi video venga propinato loro, perché qualsiasi giorno o qualsiasi argomento esigerà la sua brava dichiarazione. Così avrà senso che Varoufakis elogi il capitalismo, che il parlamentare britannico faccia campagna per un partito diverso, che Zelensky esorti gli ucraini ad arrendersi, e così via; il confine fra vero e falso sarà annacquato dall’ostinata sete delle nostre aspettative, bramose di novità quotidiane e di titoli eclatanti. Perciò, qualche giorno fa, i partiti italiani hanno sottoscritto un accordo per impegnarsi a non utilizzare video deepfake di avversari politici. Potrebbe non bastare, tuttavia. Forse è necessario impegnarsi a promettere che, ogni volta che ci si renderà conto di aver detto una boiata, ogni volta che una delle infinite dichiarazioni a getto continuo sarà smentita dagli eventi, il politico coinvolto non ricorra a quella che rischia di diventare la scusa più elementare, in sostituzione dei vecchi “sono stato frainteso” o “mi hanno hackerato”: dire “non ero io, era un deepfake”.