cerca

Lo scrittore modenese che sembra Beckett, Baudelaire, Mann, Cioran e Galsworthy tutti assieme

“Basta adesso, finito tutto, tutto finisce sempre. Non smette mai di finire. Invece poi non finito. Non finisce mai niente”. Perché "Buchi", di Ugo Cornia sembra germogliato da un verso di Augusto Vandelli.

6 Luglio 2016 alle 17:15

Lo scrittore modenese che sembra Beckett, Baudelaire, Mann, Cioran e Galsworthy tutti assieme

Ugo Cornia

Se fosse di Dublino lo paragonerei a Beckett, perché in “Buchi” (Feltrinelli) scrive: “Basta adesso, finito tutto, tutto finisce sempre. Non smette mai di finire. Invece poi non finito. Non finisce mai niente”. Se fosse di Parigi lo paragonerei a Baudelaire, perché fa gravare “un da piangere pazzesco” su ottanta pagine intere senza concedere una riga alla lagna compiaciuta e sciatta. Se fosse di Lubecca lo paragonerei a Thomas Mann, perché, così come il piccolo Hanno Buddenbrook un giorno tirò una riga sotto il proprio albero genealogico, lui conclude il resoconto delle morti di genitori e vicini e fantastiche zie con l'immagine del buco in cui tutti finiamo e dentro il quale non vede niente: “Chiusa la storia. Chiuso tutto”. Se fosse transilvano lo paragonerei a Emil Cioran, perché su una pagina bianca è in grado di iniziare lapidario: “Quella voglia di essere già morti, anche oggi”.

 

Se fosse del Surrey, lo paragonerei a John Galsworthy, per quanto anziché la saga dei Forsyte abbia scritto la saga del tracantone: il mobile ingombrante che in italiano corretto si chiamerebbe angoliera, e che in famiglia passa di casa in casa e di generazione in generazione fino a che arriva una casa, o una generazione, che non ha più spazio e così, poiché più le case si restringono più le generazioni si scollano, finisce svenduto o regalato ad amici, il tracantone. Invece per fortuna Ugo Cornia è modenese, quindi rifugge dai paragoni immodesti; però magari può fargli piacere sapere che il suo ultimo libro sembra germogliato da un verso di Augusto Vandelli, che cent'anni fa, passeggiando per la Modena dei cari scomparsi, considerò: “A pèr d'ésser sepolt in-t'un sperfand” - sembra di essere sepolti in uno sprofondo, un abisso, un buco.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi