Perché non mi fido di tigri, monaci buddisti e fotografe impegnate

Antonio Gurrado
Ho paura delle tigri, anche se non ne ho mai incontrata una, perché so che fra uomo e animale il gioco è a somma zero: che si tratti di tigri o zanzare, loro vincono ciò che noi perdiamo.

Ho paura delle tigri, anche se non ne ho mai incontrata una, perché so che fra uomo e animale il gioco è a somma zero: che si tratti di tigri o zanzare, loro vincono ciò che noi perdiamo. Solo che le dimensioni della zanzara non mi preoccupano mentre quelle della tigre sì e, mentre la puntura di zanzara passa in fretta, il morso di tigre guarisce con più difficoltà. Ho paura delle tigri e le evito accuratamente, pertanto leggo con sgomento la notizia che, in un tempio buddista sperduto nella Thailandia, la principale attrazione turistica sia la pacifica convivenza fra i monaci e centocinquanta di questi felini esagerati.

 

La coabitazione perdura da un quindicennio ma ha appena causato polemiche a seguito di un reportage di Amanda Mustard, fotografa impegnata nel sociale: costei ha documentato che, per rendere pacifiche le fiere, i monaci le hanno incatenate e costrette, sedate forse; li accusa dunque di avere innaturalmente assoggettato le tigri mentre lei, con ogni evidenza, avrebbe preferito che in nome della natura i monaci si lasciassero sbranare. Dal tempio di Sai Yok costoro ribattono che la convivenza con le tigri è perfettamente naturale: anziché ammansirle con le buone o le cattive, come avrebbe fatto un qualsiasi San Francesco, si sono limitati a stabilire fra uomo e tigre una connessione spirituale paritaria. Il risultato di questa bella storia è che adesso ho paura delle tigri, dei monaci buddisti e delle fotografe impegnate nel sociale.

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