Ttip Ogm free

Luciano Capone
Sotto i leak di Greenpeace sul Trattato transatlantico c’è il solito terrorismo No Ogm: l'associazione ritiene inaccettabile la posizione degli Stati Uniti secondo cui la commercializzazione di prodotti geneticamente modificati negli stati europei dovrebbe essere impedita solo in presenza di prove scientifiche che ne dimostrino la pericolosità.

Roma. Dopo i Wiki-Leaks, i Vati-Leaks, la lista Falciani, i Lux-Leaks e i Panama Papers, è la volta dei Ttip-Leaks, l’ennesima clamorosa e incredibile fuga di notizie riservate, fatta filtrare dalla sezione olandese di Greenpeace, che riguarda il negoziato sul Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) tra Unione europea e Stati Uniti. In realtà, tolto il clamore attorno alla rivelazione di alcuni aspetti di una trattativa avvolta in un alone di mistero, si tratta di “una tempesta in un bicchier d’acqua”, così l’ha definita il commissario europeo per il Commercio Cecilia Malmström. I documenti confidenziali diffusi da Greenpeace riguardano la posizione degli Stati Uniti su una serie di temi tecnici in un accordo che punta a creare la più grande area di libero scambio del mondo attraverso la riduzione di dazi doganali e barriere non tariffarie: “E’ normale che entrambe le parti impegnate in una trattativa vogliano raggiungere il più possibile su molti dei loro obiettivi, ma questo non significa che l'altra parte cede a queste esigenze”, ha commentato la Malmström.

 

Il problema è che attorno alle naturali dinamiche negoziali, che per forza di cose richiedono una certa discrezione, è stata montata una campagna protezionista che punta a tenere alte le barriere commerciali tra l’Atlantico attraverso una retorica complottista che alimenta le fobie dei cittadini. Secondo Greenpeace, i leak dimostrano che il trattato transatlantico non risponderebbe altro che alla volontà delle multinazionali americane di abbattere e smantellare gli standard europei di tutela dell’ambiente e della salute e distruggere tutte le nostre eccellenze. Naturalmente il ruolo di grande cattivo spetterebbe a Barack Obama, che vuole chiudere l’accordo prima della fine del suo mandato per lasciare un’impronta sulla sua presidenza, ma stranamente le ong non assegnano questo ruolo al presidente democratico.

 

Uno dei punti evidenziati dall’organizzazione ambientalista, su cui i cittadini europei sono molto sensibili, riguarda la sicurezza alimentare e il “principio di precauzione” che gli Stati Uniti vorrebbero far abbandonare all’Europa “per un approccio ‘basato sui rischi’ che si propone di gestire le sostanze pericolose piuttosto che evitarle”. In questo caso si scontrano due visioni culturali rispetto alla gestione dei rischi e non è detto che quella europea più conservativa sia preferibile. Il “principio di precauzione” non viene sempre inteso come un approccio prudenziale che vuole evitare alcuni interventi umani che possono produrre danni con una certa probabilità. Molto spesso ne viene chiesta un’applicazione estremista per bloccare qualsiasi attività per cui non si possa escludere in maniera assoluta un esito negativo; si tratta insomma della strategia del “rischio zero”, che è quel principio che se applicato fino in fondo non solo impedirebbe ogni innovazione, ma ci obbligherebbe a stare chiusi in casa per paura di finire sotto un’auto.

 

L’applicazione più integralista del “principio di precauzione” in Europa riguarda gli Organismi geneticamente modificati (Ogm), che suscitano paure spesso inconsce e che non a caso sono sempre citati quando si parla di Ttip. Su questo tema ad esempio Greenpeace ritiene inaccettabile la posizione degli Stati Uniti secondo cui la commercializzazione di prodotti Ogm negli stati europei dovrebbe essere impedita solo in presenza di prove scientifiche che ne dimostrino la pericolosità per la salute o l’ambiente e non sulla base di astratti rischi futuri o teorici “motivi socio-economici”. Tralasciando il fatto che questo era l’approccio utilizzato dall’Unione europea e dall’Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) fino a pochi mesi fa, è evidente come i “motivi socio-economici” non c’entrino nulla con il “principio di precauzione” su ambiente e salute.

 

Greenpeace accusa inoltre in questa campagna di terrorismo mediatico le perfide “multinazionali biotech” americane di “essere impegnate in una pressante offensiva per assicurare che una nuova categoria di Ogm sia esclusa dalla normativa sulla sicurezza e dall’obbligo di etichettatura propria degli Ogm”. La “nuova categoria di Ogm” – che detta così sembra la nuova frontiera del “Cibo di Frankenstein” – altro non è che il “genome editing”, una nuova tecnica per il miglioramento genetico che consente di modificare puntualmente il Dna delle piante, evitando di inserire un gene di una specie in un’altra (la transgenesi per tanto tempo bistrattata dagli ambientalisti). Si tratta in sostanza di una nuova biotecnologia che ottiene molto credito anche da parte di tante associazioni No Ogm e che non è ancora normata dall’Unione europea proprio perché diversa dagli Ogm di vecchia generazione.

 

La battaglia scandalistica di Greenpeace non ha nulla a che vedere con la sicurezza alimentare e la tutela dell’ambiente, perché secondo l’attuale normativa è possibile importare e consumare prodotti Ogm di cui è proibita la coltivazione per motivi socio-economici (in Italia tutta la zootecnia e grandissima parte prodotti tipici si reggono sulla mangimistica Ogm). Non si capisce perché un’organizzazione ambientalista globale come Greenpeace possa essere favorevole a un regime secondo cui in Sud America si produce e in Europa si consuma. Se effettivamente, come sostengono loro contro l’opinione della comunità scientifica, gli Ogm inquinano, perché permettere che si inquini solo nei paesi poveri?

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali