La Cassazione condanna i manettari sul caso Azzolini

Redazione
La quinta sezione penale della corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal senatore Antonio Azzolini contro la decisione del Tribunale del riesame di Trani. Esisteva davvero, dunque, il “fumus persecutionis”, e bene ha fatto il Parlamento a stabilire che la richiesta di arresto era viziata e illecita

La quinta sezione penale della corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal senatore Antonio Azzolini contro la decisione del Tribunale del riesame di Trani. Il Senato aveva già respinto la richiesta di arresto avanzata dalla procura con una larga maggioranza, nonostante il parere favorevole all’arresto emesso dalla giunta per le autorizzazioni di Palazzo Madama. Ora la sentenza della Cassazione che considera gli indizi insufficienti a motivare la detenzione dà ragione ai senatori che avevano espresso quel parere, duramente contestato a suo tempo dal Movimento 5 stelle e dalla Lega. Dovrebbe ricredersi anche Debora Serracchiani, vicesegretaria del Pd e presidente della giunta del Friuli Venezia Giulia, che in seguito a quella votazione dichiarò che il suo partito avrebbe dovuto chiedere scusa.

 

La vicenda in cui è implicato il senatore del nuovo centrodestra è quella della bancarotta fraudolenta della Casa Divina Provvidenza di Bisceglie, assai intricata per il succedersi di gestioni. Il ruolo commissariale esercitato da Azzolini è stato considerato dalla procura tale da renderlo responsabile della bancarotta, che secondo la sua difesa e molti riscontri era invece causato dalle precedenti amministrazioni dell’ente assistenziale. Sul merito deciderà il procedimento giudiziario, ma è interessante osservare che si pone un freno, almeno in questo caso, all’ossessione manettara delle procure quando incontrano un esponente politico tra gli indagati. Antonio Azzolini potrà esercitare il suo diritto alla difesa nel dibattimento senza essere sottoposto alla pressione della condizione di privazione della libertà personale, come qualsiasi cittadino accusato di un reato. La sentenza della cassazione sta a dimostrare che esisteva effettivamente il “fumus persecutionis”, che la richiesta di arresto era viziata e illecita. Quando saranno rese note le motivazioni si capirà meglio in che cosa specificamente i giudici di cassazione hanno identificato i difetti della sentenza del riesame, ma intanto va sottolineato un successo dei garantisti contro i manettari, e tanto basta.

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