Alcuni manifestanti protestano contro l'uccisione del leone Cecil a Bloomington, Minnesota (foto LaPresse)

Il leone, il cretino e i linciatori del web

Redazione
Il caso del dentista-cacciatore americano che ha ucciso il felino Cecil e ora si trova al centro di una campagna di odio senza freni

Walter James Palmer è un dentista 55enne di Eden Prairie, nel Minnesota, che nel tempo libero ha la passione della caccia agli animali selvatici. Appartiene al Pope and Young Club, che organizza battute legali in tutto il mondo. La sua specialità è colpire gli animali con l’arco e le frecce [1].

 

Alla fine di giugno Palmer è andato nello Zimbabwe per cacciare un leone. Si è rivolto a Theo Bronkhorst della compagnia Bushman Safaris e a Honest Trymore Ndlovu, proprietario di un terreno vicino all’Hwange National Park. I due gli hanno detto che per 50.000 dollari si poteva fare. Quindi il primo luglio scorso hanno legato la carcassa di un animale alla loro auto, e l’hanno trascinata nel parco, per attirare un felino verso la postazione dove lo aspettava Palmer. Quando il leone è uscito dai confini della riserva, entrando in un terreno privato, il dentista ha scoccato la sua freccia. Il felino è rimasto ferito ed è scappato, ma dopo un inseguimento durato 40 ore si è fermato sfinito. A quel punto Palmer gli ha sparato, lo ha scuoiato, e gli ha tagliato la testa per farne un trofeo [1].

 

Qualche giorno dopo è stata trovata la carcassa, e a quel punto si è scoperto che il leone ucciso era Cecil, un maschio di 13 anni popolarissimo nel parco Hwange, dove era monitorato attraverso un apparecchio satellitare per uno studio condotto dall’università di Oxford. Ovviamente è scoppiato uno scandalo [2].

 

Quando la notizia dell’uccisione ha fatto il giro del mondo, il dentista si è scusato in una nota dicendosi rammaricato e ha dichiarato di avere tutte le autorizzazioni per la caccia. Il dottore avrebbe anche comunicato ai pazienti l’impossibilità di continuare per ora la sua attività: la casa e lo studio di Palmer sono teatro di proteste e sit-in, mentre agli ingressi vengono lasciati pupazzi, maschere, biglietti di insulti. Intorno allo studio sono stati affissi cartelli che dicono cose come «Marcirai all’inferno» e "Noi siamo Cecil", e c’è stata anche una piccola manifestazione animalista [3].

 

Il New York Times ha raccontato che "dopo che le autorità dello Zimbabwe hanno identificato Palmer, gli animalisti hanno diffuso sui i social media informazioni sul suo studio e la sua famiglia. Persone arrabbiate hanno cominciato a visitare il sito professionale dello studio dentistico di Palmer, che è andato offline per il troppo traffico. La sua pagina Yelp è stata invasa da commenti al vetriolo. Una pagina Facebook dedicata ad attaccare Palmer ha in breve tempo raccolto migliaia di utenti e le sue foto sono state eliminate da tutti i siti che per qualche ragione parlavano di lui" [3].

 

L’organizzazione animalista People for Ethical Treatment of Animals è arrivata a sollecitare l’impiccagione di Palmer [1].

 

La campagna contro il dentista si è trasferita anche in televisione. Ad esempio, il conduttore dello show comico serale della Abc, Jimmy Kimmel, lo ha accusato e ridicolizzato per poi concludere, con la voce rotta dalla commozione: "Adesso si impegni almeno a finanziare la protezione di questi animali, per cancellare la percezione che gli americani siano tutti così idioti" [1].

 

Ha superato le 180mila firme la petizione che chiede agli Stati Uniti l’estradizione in Zimbabwe del dentista. Richiesta di estradizione che il governo di Harare ha già presentato. Gli Usa hanno firmato un accordo col Paese africano nel 2000, ma sarà necessario stabilire se Palmer abbia violato il Lacey act, legge legata al trattato delle Nazioni Unite per la protezione degli animali. [3].

 

Chi ha aiutato Palmer nella caccia è già comparso davanti al tribunale africano: Theo Bronkhorst, il cacciatore professionista che gli avrebbe fatto da guida, è stato rilasciato con una cauzione di mille dollari e rischia fino a 15 anni di carcere. "Non credo di essere venuto meno ad alcun mio dovere – ha detto – Ero stato ingaggiato da un cliente per allestirgli una battuta, e abbiamo sparato a un vecchio esemplare di leone maschio che ritenevo avesse ormai superato l’età per riprodursi". È stato invece rilasciato Ndlovu, il proprietario del terreno su cui è stato attirato il leone [4].

 

In Zimbabwe Palmer avrebbe voluto uccidere anche un elefante, stando alle parole di Bronkhorst: "Lui voleva un elefante con una zanna di almeno trenta chili, qualcosa che solo un grande esemplare può avere. Gli ho risposto che non sarei stato in grado di accontentarlo" [4].

 

Lo stesso Palmer venne condannato per bracconaggio nel 2008 dopo aver ucciso un orso nero a oltre 60 chilometri dall’area per la quale aveva ottenuto la licenza di caccia [2].

 

Scrive Vittorio Zucconi: "Nel suo carniere c’erano grandi alci, leoni di montagna, leopardi, caproni, rinoceronti, orsi e, per non fare torto neppure alla specie umana, una paziente, una giovane donna che nel 2009 lo aveva accusato di avere tentato di colpirla con altre frecce estratte dalla sua faretra e che venne messa a tacere con 150mila dollari di transazione extragiudiziaria" [2].

 

Sono circa 30mila i leoni che ancora vivono in libertà in Africa. La loro vita media è di 14-15 anni [2].

 

Il business – legale – dei safari ha un suo tariffario. Diverse agenzie mettono a disposizione una lista con il prezzo degli animali da uccidere affiancate da foto dei loro clienti con le prede. Ad esempio, 13.500 sterline per un bufalo o 7.500 per l’ippopotamo [5].

 

Benedetta Vitetta: "Navigando in Rete, per i più ricchi c’è l’imbarazzo della scelta: 37mila euro per 14 giorni di safari e caccia di un elefante, 10.500 euro per un ippopotamo e otto giorni di safari oppure poco meno di 10mila euro per una vacanza di una settimana con coccodrillo annesso. Ma ci sono offerte succulente anche per chi ha budget meno importanti: si parte dai 5mila euro per dare la caccia a un ghepardo, passando per i 1.500 per trafiggere a morte una giraffa scendendo fino ai 200 euro e poco meno per uno struzzo o un babbuino. Poche decine di euro (90) per uno sciacallo" [6].

 

Un club di cacciatori di Dallas nel 2013 spese 350.000 dollari per poter uccidere un rinoceronte nero in Namibia. In genere questi permessi vengono dati in accordo con le autorità, quando è necessario abbattere animali per il controllo della popolazione [1].

 

Secondo il giornalista di Vox Max Fisher la vicenda Palmer dimostra come l’indignazione collettiva e le campagne di odio online abbiano passato il segno: una notizia diventa virale, una massa di utenti online fa gruppo ed esprime un giudizio sommario ma molto netto, prendendo di mira il protagonista della storia con tutti i mezzi possibili e rovinandogli la vita. È successo altre volte in passato, probabilmnte capiterà di nuovo. Secondo Fisher, però, è arrivato il momento di preoccuparsene e prendere posizione [3].

 

"In un sistema giudiziario “istituzionale”, almeno in teoria, a un crimine è attribuita una certa gravità a seconda del danno inflitto alla società e del modo in cui sono puniti altri crimini. La massa di gente online invece determina la severità della propria sentenza sulla base di fattori soggettivi: per esempio l’aspetto esteriore della persona protagonista della storia, oppure la sua aderenza a un certo stereotipo molto diffuso. La maggior parte delle storie che hanno “indignato il web” non si basa sull’impatto di una data vicenda sulla società, ma su quanto un’eventuale punizione gratifichi i persecutori" (Max Fisher) [3].

 

[**Video_box_2**]Massimo Gramellini: "Qualcuno si lamenta: possibile che la sorte di un leone della savana ci strazi il cuore più di quella di un bambino che salta sopra una mina? Naturalmente no. Ma le guerre sono fenomeni complessi di fronte ai quali, purtroppo, ci si sente spettatori impotenti. Mentre un cretino singolo che va a rompere pesantemente le scatole alla natura per farsi una foto da mostrare agli amici durante un picnic in Minnesota ci appare una minaccia più contenuta e arginabile" [7].

 

Comunque la si pensi al riguardo, una domanda si impone: perché l’essere umano tende a empatizzare solo con alcune specie animali e ne dimentica completamente altre? Il  canadese Ernest Small, esperto in biodiversità, ha spiegato come gli uomini tendano a preferire animali di grandi dimensioni: "Grandi creature evocano grande rispetto, mentre la maggior parte delle specie, che è piccola, tende a essere ignorata. Di solito si tratta di animali più grandi di un uomo" [8].

 

Small fa inoltre notare che un’altra caratteristica da non sottovalutare, nel caso di Cecil, è che ha un nome. "Molti dei tratti che ammiriamo negli animali sono quelli simili ai tratti umani. I leoni hanno diverse caratteristiche simili a noi, come per esempio un forte legame genitore-figlio. Un vero nome umano è la ciliegina sulla torta" [8].

 

Apertura a cura di Luca D'Ammando

Note: [1] Paolo Mastrolilli, La Stampa 30/7; Vittorio Zucconi, la Repubblica 30/7; [3] il Post 31/7; [4] Fulvio Cerruti, lastampa.it 31/7; [5] Vanessa Allen e Christian Gysin, dailymail.co.uk 31/7; [6] Benedetta Vitetta, Libero 1/8; [7] Massimo Gramellini, La Stampa 30/7; [8] Sandro Iannoccone, Wired.it 31/7.

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