Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Lucia Borsellino (foto LaPresse)

L'uso politico delle tragedie familiari. Consigli per il non uso

Salvatore Merlo
E forse farebbe bene Lucia Borsellino a respingere subito, e con la stessa fermezza dignitosa con la quale si è dimessa dalla giunta regionale siciliana, l’ultima furbizia di quel ceto politico eterno che adesso, a Roma come in Sicilia, la vorrebbe sostituire in corsa a Rosario Crocetta.

E forse farebbe bene Lucia Borsellino a respingere subito, e con la stessa fermezza dignitosa con la quale si è dimessa dalla giunta regionale siciliana, l’ultima furbizia di quel ceto politico eterno che adesso, a Roma come in Sicilia, la vorrebbe sostituire in corsa a Rosario Crocetta e dunque vorrebbe utilizzare lei, e il suo cognome così evocativo, ancora una volta, come un cosmetico, ma ora per liberarsi dell’improponibile Crocetta – come se davvero lo avesse rivelato quell’intercettazione fantasma e non già da tempo la sua politica – e per scongiurare, contemporaneamente, ecco la furbizia, quelle elezioni anticipate che sono sempre un rischio e che in Sicilia in realtà non vuole nessuno, né la destra né la sinistra. E si rivelano così i paradossi di una perversione nazionale, l’uso politico delle tragedie famigliari, dentro il quale, assieme e accanto a Lucia Borsellino, sta decorosamente incannucciato il meglio dei parenti d’Italia: le vedove dell’antimafia e del terrorismo, gli orfani dell’eroismo civile, i famigliari della disgrazia e del coraggio che questo paese crede di onorare offrendo loro cariche e che una certa astutissima politica cerca di utilizzare come simboli da maneggiare, da trasformare in foglioline di fico.

 

Nel 2008 la signora Borsellino venne nominata dirigente generale dell’assessorato alla Sanità, nel governo di Raffaele Lombardo, che intanto veniva indagato (poi condannato) per mafia. E nel 2012 fu nominata assessore da Crocetta, appunto, incarico che ha lasciato pochi giorni fa, dopo due anni e mezzo in cui si sono consumate le vicende più spinose della disastrosa amministrazione sanitaria siciliana, come quella della clinica Humanitas, laddove per vicenda spinosa s’intende il caso di una delibera per l’ampliamento dei posti letto della clinica, una delibera fatta firmare nottetempo, nelle ferie d’estate, alla signora Borsellino, e che solo grazie alle rivelazioni della stampa venne ridimensionata a errore, gettata nella fogna di quel potere di Sicilia tanto micragnoso quanto inesorabile. E c’è tutta la povertà della politica italiana nell’uso strumentale dell’ascendenza e del cognome, in questo familismo apolitico che fa il paio con il famoso familismo amorale che fu imputato ai meridionali da Edward Banfield. E certo questi sono i nervi scoperti del paese, così duramente colpito dalla ferocia mafiosa e dagli agguati del terrorismo: sono infatti enormi il dolore e le ingiustizie patite oltre che dalle vittime anche dai loro famigliari, tra i quali spiccano persone di straordinaria sensibilità e di grandissimo valore, famiglie eleganti, discrete e forti.

 

E per esempio mai Sergio Mattarella ha aderito al ruolo di fratello della vittima, ma ha avuto l’accortezza di portare avanti quella stessa rivolta antimafiosa senza clamore che contrapponeva suo fratello Piersanti ai giovani leoni palermitani dalla spalla “sciddicata”, ai Lima e ai Gioia, ai Gullotti e ai Ciancimino. E Manfredi Borsellino, figlio di Paolo e fratello di Lucia, quando sabato, a Palermo, emozionato e commosso ha preso la parola, interrompendo anni di discrezione e di silenzio, ha detto che “il calvario di Lucia è simile a quello di mio padre. Non mi permetto di dire che è lo stesso”. A quei tempi c’erano infatti i corleonesi e il tritolo, oggi sono rimasti i cacicchi del sottobosco politico, ma sempre affari fanno, e giù con connivenze, conoscenze, traffici segreti, legami annosi, violenze nascoste, colpevoli silenzi, corruzioni manifeste.

 

[**Video_box_2**]Con un gran rifiuto, oggi, Lucia Borsellino può liberarci (e liberarsi) dalla strumentalizzazione di chi usa il cognome degli eroi civili come pretesto per far cadere un governo o per conservare una legislatura periclitante, sotterfugio incivile per chi ha dei conti da regolare o del potere da amministrare, calcolo machiavellico per chi cerca nella memoria eroica e nei coccodrilli di stato il rafforzamento di risicate maggioranze parlamentari. Fruttero & Lucentini, maestri di cinica morale, dicevano che “se ti vengono a chiedere anche un solo pelo della tua barba per salvare l’umanità non darlo”, precetto che, aggiungevano i due scrittori, lo stolto giudicherà biecamente egoistico, ma che invita innanzitutto a diffidare d’ogni appello moralmente ricattatorio, d’ogni richiesta di coinvolgimento in faccende di equivoca, generica vastità, incontrollabili dal singolo. Poi, un giorno, toccherà anche capire meglio i limiti di uno dei più bizzarri, opportunistici e dannosi sistemi di cooptazione della politica italiana, dove al posto delle alte scuole di stato, come l’Ena francese, c’è la gravità dell’ascendenza, del cognome, del lutto famigliare che diventa seggio parlamentare.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.