Il premier francese Manuel Valls (foto LaPresse)

I falchi liberal francesi, che gran fighi

Paola Peduzzi

La Francia è contro l’islamofascismo e per la libertà, dice Valls, ultima incarnazione dell’interventismo di sinistra (il contrario di Obama)

Quando Parigi si è ritrovata sotto attacco, in una sonnolenta giornata post festiva, e poi ancora per giorni, la caccia forsennata ai terroristi e l’assalto agli ebrei, il premier socialista francese, Manuel Valls, disse: “Siamo in guerra contro il terrorismo, contro il jihadismo, contro l’islam radicale, contro tutto ciò che vuole spezzare la fraternité, la liberté, l’égalité”. Sembravano parole sbucate da quel passato dimenticato in cui la lotta al fondamentalismo islamico era di tutto l’occidente: suonarono sorprendenti. Ma non erano dettate dallo spavento di quelle ore tragiche, perché Valls le ha ripetute e ne ha aggiunte altre, altrettanto forti, ha rifiutato le accuse di islamofobia, ha ribadito di voler difendere gli ebrei, di voler combattere la guerra “al fascismo islamico”, altro termine che usano in pochi oggi, irriso dai più – gli hanno detto che era “sotto l’influenza della moglie ebrea”, come se fosse una droga, perché solo così le cattive coscienze potevano collocare quei discorsi nella loro visione del mondo. Ancora ieri il premier, così come il presidente, François Hollande, commentando la visita di quattro parlamentari francesi alla corte del dittatore siriano Bashar el Assad, ha dichiarato: “Voglio condannare con la massima forza questa iniziativa, è un errore morale”. Morale, un altro termine riesumato da un passato in cui la sinistra interventista, i cosiddetti falchi liberal, parlavano di chiarezza morale, di imperativi morali, e intendevano dire che ci sono alcuni valori che non puoi negoziare, la libertà contro il totalitarismo, e in loro nome anzi devi essere disposto a combattere. Anche il segretario di stato americano, John Kerry, nell’agosto del 2013, di fronte agli attacchi chimici del regime di Damasco contro i siriani, parlò di “oscenità morale”. Ma poi non combatté. Mentre i francesi, proprio in quelle ore concitate in cui pareva imminente un intervento contro il dittatore stragista, avevano già pronti i loro aerei, i loro militari, i loro piani strategici e una proposta di transizione politica, furono bloccati all’ultimo da una telefonata della Casa Bianca: fermi, non si fa più niente. Avrebbero combattuto, i francesi.

 

Come parlano i socialisti francesi, oggi non parla più quasi nessuno. Quella tradizione di sinistra interventista di stampo anglosassone, ideata negli anni Novanta di Tony Blair e di Bill Clinton, è andata perduta nel mondo stesso che l’ha inventata, e ora, guizzo della storia, sono i socialisti francesi a tenerla in vita. Combattono il terrorismo jihadista, “boots on the ground”, in Mali, dichiarano guerra al fascismo islamico, portano a Parigi i leader del mondo, un G40 mai visto tutto insieme in piedi a braccetto, per celebrare e difendere la libertà, pensano a leggi contro l’antisemitismo, elaborano misure di sicurezza che i giornali definiscono “Patriot Act” per metterle in cattiva luce, sperando così di affossarle. C’è il rischio, ovvio, che la tentazione del “business as usual” convinca anche la leadership francese a occuparsi d’altro, ci sono i giochi di potere, i conti da far quadrare, i patti di stabilità e i disoccupati, c’è che l’opinione pubblica tende a minimizzare o a dimenticare, ma la difesa dell’occidente è una priorità più a Parigi che nelle altre capitali europee. E certo più che a Washington. Kenneth Weinstein, presidente del think tank conservatore Hudson Institute (di ispirazione reaganiana), ha scritto sul Wall Street Journal che la sinistra francese sta dando una lezione ai liberal americani: “Mettere la correttezza politica al di sopra dei valori liberal significa cedere le nostre società e i musulmani che le abitano alle idee estremiste (…). Dovremmo guardare alla leadership francese, che si concentra sul carattere ideologico dell’islam radicale e che non sente di doversi scusare perché rispetta i propri princìpi liberali, come a un punto di svolta nella nostra lotta comune”.

 

Weinstein dice al Foglio che oggi la Francia “incarna quell’interventismo liberal che una volta era della sinistra americana e che non è mai stato tanto debole qui a Washington come adesso”. I francesi scelgono di farsi guidare, a livello globale, “da princìpi chiari, chiamano il fondamentalismo islamico con il loro nome, il nostro presidente Barack Obama non riesce nemmeno a definire l’islam ‘radicale’”. E’ quasi ironico pensare che la guerra in Iraq, che ha creato una spaccatura ideologica mai sanata nella politica americana, e che distrusse anche i rapporti tra i francesi e gli americani – la famosa frattura transatlantica – oggi abbia creato questo ribaltamento di posizioni. “La guerra in Iraq – dice Weinstein – ha convinto i liberal americani a mettersi sulla difensiva, a cercare di far di tutto per non sembrare invadenti e invasori: erano convinti così che la minaccia fondamentalista si sarebbe ridotta”. E’ evidente che non è andata così, “ma il relativismo culturale che si è instaurato durante e dopo la campagna irachena, unito alla mancanza di profondità strategica, ha impedito a questa leadership americana di comprendere e combattere il terrorismo”.

 

[**Video_box_2**]I socialisti francesi invece no, dice Weinstein, “Manuel Valls sembra ispirarsi non a Obama,  semmai più a un intellettuale come Leon Wieseltier”, uno dei falchi liberal più raffinati d’America. Il premier francese rifiuta di essere catalogato come “islamofobo” quando attacca l’estremismo islamista, “mentre in America, anche per ragioni costituzionali, la libertà di religione e il primo emendamento, ogni critica viene subito letta come un attacco all’islam”. Questo ha imposto la cautela semantica che caratterizza l’Amministrazione Obama, con quei giri di parole che sembrano studiati apposta per far innervosire, ma al fondo c’è l’abbandono di una visione interventista, oltre che una bizzarra interpretazione delle alleanze imprescindibili per combattere il nemico jihadista (basta vedere quanti stracci stanno volando in queste ore con il premier israeliano Netanyahu). “La sinistra americana oggi non sente un imperativo morale di intervento in nessun posto, e Obama non vuole prendere consapevolezza del fatto che, di fronte alla minaccia jihadista, non ci sono scelte perfette”. Blair diceva di non voler fare scelte popolari, ma di voler fare scelte giuste, però quel paradigma, nella Washington obamiana, è andato perduto, “e non è destinato a tornare, questa non è un’Amministrazione che ammette i suoi errori”. E’ rimasto invece impigliato in una parte dei socialisti francesi, i cosiddetti liberali, che diventano così i custodi, per quanto stropicciati dai loro tanti guai, di un’idea di mondo in cui la libertà si difende, con ogni mezzo.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi