Acciaio, salotti, cerimonie, finanza. Fenomenologia di Guido Rossi

Ugo Bertone

Rispunta a sorpresa come suggeritore dei Riva per arrangiare la partita Ilva. L’appeasement è fallito ma Rossi resta in pista. Storia del maestro giurista dalla penna velenosa verso il capitalismo loffio (ante-Piketty) e caustico con la sinistra pop di Syriza (e Obama)

Milano. Il suo nome è spuntato a sorpresa, in coincidenza dell’ultimo disperato tentativo della famiglia Riva di scongiurare l’amministrazione straordinaria e la conseguente dichiarazione di insolvenza di Ilva spa, colosso ferito dell’acciaio italiano. Ma i miracoli il più delle volte non riescono. Anche se a provarci è nientemeno che Guido Rossi, censore implacabile del capitalismo selvaggio e dei moderni predatori in grisaglia, ma anche estrema risorsa per i capitalisti nostrani da mezzo secolo. Ci sarebbe anche lui dietro la lettera al commissario Piero Gnudi con cui Claudio Riva, rappresentante della holding di famiglia, ha proposto “uno schema di intervento pubblico-privato” per scongiurare il peggio, compreso il rischio di altri guai giudiziari, bancarotta fraudolenta inclusa. Ma l’estremo tentativo non ha fermato il tribunale fallimentare di Milano. Forse l’impegno del professor Rossi finisce qui. Oppure proseguirà per individuare i punti deboli di quello che molti giudicano “un esproprio” subìto dai Riva, in nobile gara contro l’amico Francesco Greco, il più famoso ed esperto procuratore italiano in materia di reati economici. Non è la prima volta, del resto, che la strada di Guido Rossi (affiancato per l’occasione da una nutrita pattuglia di legali) si incrocia con i destini dell’Ilva. Correva il 1996 quando Emilio Riva fece ricorso a lui per l’arbitrato con l’Iri, riuscì a strappare un cospicuo sconto sul prezzo d’acquisto al presidente del Consiglio Romano Prodi, deciso a chiudere la storia dell’acciaio di stato. E così invece degli 800 miliardi di lire pattuiti a saldo dell’ultima tranche dell’operazione, Riva ne pagò solo 180, sottraendo dal totale “il costo necessario per adeguare gli impianti alle normative ambientali”, motivazione paradossale alla luce degli sviluppi.

 

Ma lasciamo l’Ilva al suo destino, concentriamoci su di lui, Rossi Guido, classe 1931, ancora in grado di occupare la scena, dividendosi tra le pillole di saggezza distribuite nelle riflessioni domenicali sul Sole 24 Ore e l’assistenza ai clienti che, quando le cose si fanno difficili per davvero,  non riescono a fare a meno delle sue intuizioni e della sua regìa.

 

Anche a 83 anni compiuti, continua a ricevere i Vip nello studio di via della Posta (che dal 2007 ha sostituito quello storico in via Sant’Andrea). Dura, ininterrotto dai tempi della Milano da bere e di Tangentopoli, quel flusso discreto su cui vigila Francesca Luchi, avvocato di vaglia che è anche la signora Rossi nonché la madre delle sue due figlie. Intanto lui scrive, per il quotidiano della Confindustria, righe velenose contro “il capitalismo autoritario che ha avuto la meglio su quello liberaldemocratico, tradito ormai dalla globalizzazione del mercato e da uno sviluppo tecnologico dirompente”. Il modo per reagire? Rifarsi allo spirito del Manifesto di Ventotene, dice in un suo fondo domenicale, unico modo per riavviare il processo storico contro le diseguaglianze e i privilegi sociali. Senza mostrare alcun entusiasmo per l’avanzata di Alexis Tsipras in Grecia; ai suoi occhi di uomo di sinistra, spaventa per la “totale adesione anche delle estreme destre populiste e antieuropee”. Non lo soddisfa la formula Podemos e nemmeno il “Yes we can” di Barack Obama.  Con gli amici mena vanto per non essersi mai illuso sulle ricette anti recessione del presidente Usa. “Potrei oggi confermare – ha scritto nel novembre scorso – una mia personale opinione, espressa nel corso della nona edizione dei Nobel colloquia il 2 dicembre 2009, alla quale ero stato invitato, per valutare la politica economica di Obama, dopo un anno dalla nomina. I premi Nobel presenti, da Solow a Maskin, a Merton, a Becker, diedero i pieni voti favorevoli all’Amministrazione Obama, soprattutto per le sue operazioni di salvataggio del sistema bancario. Come riportato dai mass media l’unica pesante bocciatura fu la mia”. Il motivo? “La politica americana si è spostata alla protezione del capitalismo finanziario invece che operare a sostegno del capitalismo di produzione. Il risultato è stato un aumento delle diseguaglianze che dalla società americana si sono sparse nel mondo a seguito di una globalizzazione senza regole e di una innovazione tecnologica fuori controllo”. Insomma, come Piketty, anzi prima di Piketty come senz’altro gli piace far notare, attento a cogliere i segnali di malessere dell’economia globale più che a interessarsi della politica italiana, sempre più disertata dai tempi in cui fu senatore per la Sinistra indipendente (tra il 1987 e il 1992). D’altronde, se un tempo il Professore pensava che la salvezza italiana non potesse che passare dall’esempio della democrazia liberale d’oltreoceano, oggi l’illusione è caduta. “La corruzione s’è inserita nella legalità, dal punto di vista economico in particolare attraverso le varie componenti del debito pubblico dei vari paesi. Negli Stati Uniti il fenomeno ha una sua profonda legittimazione giuridica nell’interpretazione delle citate decisioni della Corte suprema del primo fondamentale emendamento della Costituzione americana, dove è garantita ai cittadini la libertà di opinione e di espressione (speech) politica”. La frase di compendio secondo la decisione McCutcheon è che: “Corporations are People and Money is Speech”. Anche questo spiega la distanza che lo separa dalla politica.

 

L’ultima volta che si è speso per una campagna elettorale è stata per l’architetto Stefano Boeri (fratello di Tito, neo presidente dell’Inps), battuto alle primarie milanesi da Giuliano Pisapia, collega più che amico. Per Boeri giocava l’amicizia con l’architetto Maria Cristina Dameno Boeri, più nota come Cini Boeri, designer e progettista della sua villa alla Maddalena, una delle tante case collezionate in una vita di ricche parcelle e di solidi bonus accumulati alla guida di Telecom Italia, Montedison e così via, non ultima l’esperienza di commissario della Federcalcio che ha fatto di lui, fotografato con la Coppa del Mondo in mano nello stadio di Berlino, l’avvocato più famoso ma anche il più odiato dai tifosi della Juventus, precipitata in B e privata dello scudetto a favore dell’Inter, per cui palpita il cuore del Professore. Durò poco, per l’ostilità dei poteri forti del pallone, la professione non ne patì: al momento di difendersi contro la Consob in tribunale, i vertici di Ifi (oggi Exor), hanno fatto ricorso a un suo parere pro veritate. “Come manager – dice di lui l’economista d’impresa Marco Vitale – è giudicato un uomo dai tempi corti. E’ vero perché in realtà non è un manager ma un professionista”.

 

E che professionista: a un mese dallo scoccare delle sue 84 primavere (il 16 marzo) Guido Rossi, a detta di chi lo frequenta, resta un mostro di lucidità e di cultura. Come fu fino all’ultimo Enrico Cuccia, altro gigante della City meneghina che detestava – cordialmente ricambiato – l’avvocato Rossi, il quale poteva lavorare una volta per lui, l’altra contro senza soggezione alcuna nonostante dovesse il suo decollo professionale alla protezione di Adolfo Tino, allora presidente di Mediobanca, il quale, impressionato da alcuni articoli pubblicati dal giovane docente, lo volle con sé alla fine degli anni 50.

 

Si fa prima a citare sulle dita di una mano le pochissime partite finanziarie in cui non abbia avuto un qualche ruolo, magari difendendo quei patti di sindacato che da studioso condanna. Ancor meno numerose le sconfitte patite sul campo dal “genio con la faccia da macellaio”, lo definì con tocco altrettanto geniale Vittorio Feltri, rilevando che il Professore sta a sinistra perché “lì le strade sono in discesa e Rossi non prende mai le strade impervie”. Salvo poi aggiungere che “non dirò mai una parola storta su di lui perché la storia della sua famiglia zoppa mi incanta e commuove: figlio di un’impiegata (modesta) del comune di Milano che l’ha saputo educare come chiunque di noi sogna di educare la prole. Il padre non l’ha mai riconosciuto ma gli ha fornito i mezzi per laurearsi. Mai soldi furono spesi meglio”.

 

La sua fama di fenomeno comincia al Ghisleri, collegio di Pavia, officina di cervelli poveri ma ambiziosi, dove un po’ gareggia un po’ fa comunella con il futuro Kaiser Franz, al secolo Franco Tatò, che si laurea in Filosofia con una tesi su Max Weber. Rossi, invece, primeggia a Giurisprudenza tant’è che, ricorda un compagno di corso, “era lui a insegnare ai professori, non viceversa”. L’elenco degli incarichi, delle vittorie e delle alterne fortune è sterminato e probabilmente è destinato ad allungarsi. Anche se, ahimè, è debole.

 

L’età porta con sé gli acciacchi, specie dopo i danni rimediati, mesi fa, in una caduta a Parigi: deve rinunciare alle lunghe nuotate nella piscina olimpionica della villa sui colli piacentini e limitare i weekend nell’amata Venezia, altra dimora da favola. Lo spirito, però, è quello di sempre: disincantato, indipendente e senza sudditanze psicologiche, cinico il giusto quando si tratta di difendere il cliente, lucidissimo e trasparente quando si tratta di dettar dottrina o di innovare i codici (a lui si deve, tra l’altro, la legge antitrust italiana).

 

Appassionato e competente in materia d’arte, come confermano i tesori alle pareti della casa di piazza Castello, più ricca di opere d’arte di un buon museo: Canaletto e Tintoretto oltre ad alcune pregevoli tele di Carrà, compresa la famosa “I funerali dell’anarchico Galli”. “E’ uno straordinario conoscitore”, dice di lui il finanziere Francesco Micheli grande esperto dei mercati dell’arte. “I conoscitori sono tanti – dice –  ma ha un dono di natura allenato con la frequentazione assidua di rassegne e musei in tutto il mondo. Negli anni, ha impreziosito una collezione unica, accolta nella galleria dello studio e nelle sue case”. Oltre a una sterminata biblioteca d’arte che rivaleggia con quella del vicino del piano di sotto che è nientemeno che Umberto Eco. Trovatelo un condominio con un “quoziente intellettuale” più elevato.

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