Il premier giapponese Shinzo abe (foto LaPresse)

Perché Tokyo non poteva liberare i suoi ostaggi, per Costituzione

Giulia Pompili

La realtà dei fatti è che il Giappone, la terza potenza economica mondiale, in questo momento è un paese che non può avere un esercito, e che non può utilizzare strumenti per difendersi da una guerra che è già in atto.

Roma. La barbara uccisione dei due ostaggi giapponesi da parte dello Stato islamico porta alla luce uno dei veri problemi di Tokyo, la Costituzione. Dodici giorni di crisi, iniziati con il primo ministro giapponese Shinzo Abe, in viaggio di stato in medio oriente, che annuncia 200 milioni di dollari di aiuti non militari (infrastrutture, supporto sanitario) ai paesi che combattono contro lo Stato islamico. Dodici giorni finiti con la diffusione in rete dell’uccisione del freelance giapponese Kenji Goto. Il primo video di minacce da parte dei fondamentalisti islamici è stato diffuso mentre Abe si trovava a Gerusalemme: lo Stato islamico chiedeva proprio i duecento milioni di dollari promessi al Cairo come riscatto, in cambio della vita del giornalista Goto e di quella del quarantaduenne Haruna Yukawa, capo di una “agenzia militare privata”, rapito in Siria all’inizio di agosto del 2014.

 

Molti osservatori internazionali, durante questi giorni, hanno messo in guardia sul possibile uso politico antipacifista che farà il primo ministro Abe della crisi degli ostaggi. E’ riduttivo, però, parlare solo di uno scontro ideologico tra pacifisti e conservatori nazionalisti. La realtà dei fatti è che il Giappone, la terza potenza economica mondiale, in questo momento è un paese che non può avere un esercito, e che non può utilizzare strumenti per difendersi da una guerra che è già in atto. L’esercito nipponico è formalmente una forza di autodifesa, e può essere utilizzato sul territorio nazionale e solo dopo un attacco diretto sul proprio territorio, secondo il precetto dell’articolo 9 della Costituzione. Dall’inizio del suo mandato più recente (dicembre 2012), il Partito conservatore di Shinzo Abe è riuscito a modificare soltanto un aspetto interpretativo del famigerato articolo 9, che serve per proteggere più attivamente le questioni territoriali con la Cina. Abe ha aumentato il budget militare,  ma i limiti imposti a Tokyo, come attore degli equilibri nel Pacifico, sono ancora enormi. Nel caso dei cittadini giapponesi sequestrati dallo Stato islamico il Giappone avrebbe potuto mandare una squadra di salvataggio ma senza supporto strategico. Già nel gennaio del 2013 si era posto il problema: al Qaida fece più di 60 morti in un impianto di estrazione del gas in Algeria, tra cui dieci cittadini giapponesi. Dopo quel sequestro finito male, Tokyo ha approvato una legge che a oggi consentirebbe di liberare suoi cittadini nelle mani di ostaggi anche fuori dai confini territoriali. Ma alcune riunioni d’emergenza convocate subito dopo le minacce dell’Is hanno negato la reale fattibilità di un intervento finalizzato alla liberazione di Goto e Yukawa in Siria – laddove nemmeno le forze americane si sono mai addentrate con successo.

 

La Costituzione giapponese, scritta per i giapponesi ma di fatto pensata dall’America dopo l’occupazione, è entrata in vigore nel 1946 e si caratterizza per un’estrema rigidità. Riformare la Carta è molto difficile, serve una maggioranza di due terzi di entrambe le Camere per approvare un referendum tra i cittadini, che decidono se la modifica può passare alla fase successiva della promulgazione imperiale o meno. E’ sulla rigidità della Carta che Shinzo Abe sta insistendo, per modificare prima quell’articolo 96 che rende le riforme complicatissime, e poi l’articolo 9.

 

[**Video_box_2**]Il fatto è che le opposizioni alla linea politica di Abe, che mira a far tornare il Giappone una nazione normale, con il suo diritto a difendersi, arrivano da più fronti. Da una parte c’è l’opposizione interna del Partito democratico, che sulla questione degli ostaggi la pensa chiaramente: se il premier al Cairo non avesse promesso quei duecento milioni di dollari in aiuti, anche se non militari, non sarebbe successo niente. E poi c’è Washington: l’America ha sul territorio giapponese le sue basi più estese nel Pacifico, dalle quali controlla la Cina e la Corea del nord, e non lascerà facilmente che il Giappone torni a contare qualcosa in campo militare.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.