I Presidenti di Camera e Senato annunciano a Sergio Mattarella l'elezione a Presidente della Repubblica (foto LaPresse)

Falce e Mattarella

Salvatore Merlo

Chi vince, chi perde, chi gode, chi si dispera nella giornata del capolavoro renziano.

A un certo punto qualcuno si volta verso Gianni Cuperlo, “Gianni dopo venticinque anni è morto il Pci”, e lui, con il tono del mal comune: “Ma è morta anche Forza Italia”, dice, “per la sinistra è l’anno zero”. E insomma nell’applauso di questo Parlamento, che incorona a stragrande maggioranza Sergio Mattarella presidente della Repubblica, si celebra la vittoria di Matteo Renzi, lui che ha eletto l’uomo che voleva nel giorno che voleva, ma si consuma anche la sconfitta di tutto ciò che sta fuori dal Nazareno. Il vecchio Ugo Sposetti, sprofondato in una poltroncina del Transatlantico, sembra un san Gerolamo nel deserto, di quelli che si vedono con un sasso in mano per battersi il petto: si alza, si avvicina ad Anna Finocchiaro con un giornale spalancato, “hai letto? Scrivono che voto Mattarella”, dice con un lampo ambiguo d’ironia. E lei, la Finocchiaro, che è stata la candidata al Quirinale di Sposetti e di D’Alema, di Cuperlo e di Orfini, risponde a tono, spiritosamente allusiva: “Adesso non ti faranno più entrare a casa, attento”. Pierluigi Bersani invece fa un sorriso allargando la bocca fino alle orecchie, addita sugli schermi i risultati del voto, come i venditori ambulanti che mostrano orgogliosi la merce nelle fiere. E’ felice, ha lavorato per Mattarella, assieme a Renzi, e ha bruciato in tre giorni rapporti e consuetudini con i vecchi compagni, e forse anche con i giovani turchi, chissà, loro che volevano un presidente della “ditta”.

 

Così vittoria e sconfitta si confondono e s’impastano nel lungo applauso che il Parlamento consegna a Sergio Mattarella. Lorenzo Guerini e Mariaelena Boschi, generali di Renzi, hanno l’aria che dovevano avere gli ufficiali di Napoleone dopo la battaglia di Austerlitz, uno scontro che si è vinto con la tattica e l’azzardo, la lusinga e la minaccia nell’ombra, senza ridondanze e schizzi di sangue. “Ora avanti così”, dice Guerini, con il tono magnanimo di chi concede l’onore delle armi, “la scheda bianca di Forza Italia è un segno di rispetto”, riconosce. E la soddisfazione dev’essere un sentimento più difficile da dissimulare di quanto non lo siano l’umiliazione e la sfiducia che Angelino Alfano invece occulta nel velluto delle parole “responsabilità”, “peso nel governo”, “maggioranza” e “continuità”, lui che pure è arrivato ad afferrare solo per la coda il convoglio di questo concorso presidenziale, lui che aveva tentato la linea dura, la resistenza, ma che alla fine ha votato Mattarella, “ed è durato meno di dodici ore”, lo motteggia Daniela Santanchè: “infatti adesso lo chiameremo ‘spina dorsale’”. E nel trambusto della Camera il partito di Alfano perde pezzi, subito: il dramma che ieri notte bruciava soltanto nel chiuso della segreteria, adesso divampa in Parlamento, e il nuovo centro destra si contorce e si tormenta intorno al trionfo di Mattarella e ai fasti nel nuovo Quirinale, proprio come Forza Italia, che invece ha votato scheda bianca, un po’ dentro e un po’ fuori, “in una partita disastrosa”, brontola Augusto Minzolini, senatore del Cavaliere.

 

[**Video_box_2**]Ma se Forza Italia, tra autoironia e sguardi sfuggenti, lamenti di Raffaele Fitto e improvvisi mutismi del prolifico Brunetta, trova un pazzotico baricentro intorno al Berlusconi sempre padrone della baracca, il partito di Alfano invece sbanda vistosamente sulla curva del Quirinale: “Io mi dimetto”, annuncia Maurizio Sacconi con un volto serafico, più che pallido, cinerognolo. E così tra gli uomini di Alfano, nel Transatlantico che fermenta di umori, si maneggiano senza cautela parole esplosive, interrogativi contundenti, amletismi, e con un gusto tutto ritorto nello sfogare il dispetto d’aver perso la partita: “Nel gruppo misto c’è sempre posto, vero?”. Anche il vecchio Fabrizio Cicchitto ha un’aria da irriducibile mentre promette sconquassi, “non finisce qui”, giura ai cronisti. E chissà cosa vuol dire quel “non finisce qui”: non finisce con Alfano o con Renzi, o con entrambi? Chissà con chi ce l’ha Cicchitto. “Forse anche un po’ con sé stesso”, ironizza qualcuno. Così il suo compagno di partito, Peppino Calderisi, scuote la testa, “Cicchitto, che viene dal Psi, dovrebbe essere contento. Mattarella, ex democristiano di sinistra, con Renzi farà la riforma istituzionale alla francese. Con l’elezione diretta del capo dello stato. E’ la riforma che voleva il suo Craxi, cioè il grande nemico dei democristiani di sinistra come Mattarella. E’ una bella nemesi”.

 

Eletto il presidente, su Montecitorio cala il sipario. “Ha vinto Renzi”, sentenzia Giacomo Portas, deputato piemontese del Pd. “Guarda, guarda, non ci sono più gli altri partiti. Guardali in faccia, tutti. C’è solo una Balena Bianca, enorme, puntiforme, che si ricompone intorno a Renzi”, sorride, avvolto da quella nube di speranze e di sogni che è sempre nascosta dietro le grandi ricorrenze. Intanto gli sconfitti abbandonano l’Aula silenziosi come frati, qualcuno allude ai futuri rapporti tra Renzi e Mattarella, e con malizia alla riforma elettorale che il nuovo presidente dovrà controfirmare. Ancora Sposetti, dunque, con la vaga inquietudine d’una profezia: “Tu eleggi un presidente, ma non sai come sarà. Ci sono mostri al mondo di cui nessuno conosce l’esistenza, perché il mostro non preesiste ma si determina, per opera di misteriosi influssi”. 

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.