Il segretario di stato americano John Kerry con il presidente Goodluck Jonathan durante il loro incontro in Nigeria (foto LaPresse)

In Nigeria Washington sceglie il male minore per combattere il jihad

Pio Pompa

Kerry promette aiuti al presidente Jonathan nella guerra contro Boko Haram. Ma forse non sarà sufficiente a frenare l'estremismo islamico nella regione.

Alla fine, lo scorso 25 gennaio, il segretario di stato americano, John Kerry, ha trovato il tempo di recarsi a Lagos, in Nigeria. Kerry ha incontrato sia il presidente Goodluck Jonathan sia il suo principale avversario, l’ex generale musulmano, Muhammudu Buhari, alla vigilia delle elezioni presidenziali e legislative previste per il prossimo 14 febbraio. Una visita tardiva e resa ancora più complessa dalla necessità di dare credito a un presidente, come Jonathan, di cui è assai difficile fidarsi visti i risultati conseguiti, specie sul versante del contrasto alla sanguinosa e dilagante offensiva lanciata da Boko Haram, durante i quattro anni del suo mandato. Per non parlare poi dei fenomeni di corruzione che, insieme alle commistioni di settori importanti dell’esercito e degli apparati di sicurezza con i jihadisti guidati da Abubakar Shekau, hanno pesantemente minato la credibilità del governo di Abuja. Così è potuto accadere che l’invito rivolto da Kerry ai due contendenti per uno svolgimento “trasparente e senza violenze delle elezioni”, fosse reso vano dai raid compiuti tra sabato e domenica dai miliziani di Boko Haram contro la capitale dello stato del Borno, Maiduguri, e quelle di Monguno e Kondunga (rispettivamente a 130 e 10 chilometri dal capoluogo). Come pure sono apparse fuori tempo, vista la drammatica situazione in cui versa il nord della Nigeria, le promesse di aiuto da parte americana che lo stesso Kerry ha condizionato a uno svolgimento “pacifico” delle elezioni. Da par suo, Jonathan ha ribadito che nel caso fosse rieletto continuerebbe a operare fattivamente con gli Stati Uniti “per porre fine al terrorismo nel mondo e, in particolare, a quello di Boko Haram”. In buona sostanza, a Lagos, si sarebbe svolto un copione dal sapore più elettoralistico che operativo: Washington ha scelto di sostenere il male minore rappresentato proprio dal controverso cristiano del sud, il presidente Jonathan.

 

Eppure, l’incontro di Lagos tra Kerry e Jonathan sembra non aver tenuto conto del ‘moto perpetuo’ del jihad nella regione. “Il fatto è - hanno confidato al Foglio fonti d’intelligence – che sia in Nigeria sia in Libia si è progressivamente fatta più consistente la presenza dello Stato islamico. La scelta da parte dei vertici degli jihadisti di raggruppare i combattenti stranieri secondo la loro nazionalità”, spiegano le fonti “aveva anche lo scopo di formare nuclei di consiglieri militari da rinviare, dopo un congruo periodo di addestramento, nei paesi di provenienza, segnatamente Libia e Nigeria, ritenuti obiettivi del Califfato. Sappiamo per certo che membri dello Stato islamico sono entrati a far parte dello stato maggiore di Boko Haram (in Nigeria) e di Ansar al Sharia (in Libia). Altri specialisti, anch’essi inviati dello Stato islamico, si occupano invece delle risorse finanziarie e del rifornimento di armi e munizioni per le forze jihadiste libiche e nigeriane. Da qui il controllo da loro esercitato sui flussi migratori, in partenza dai porti della Libia, e sul traffico di droga e di esseri umani cui sono dediti i miliziani di Shekau e delle formazioni libiche che hanno giurato fedeltà ad Abu Bakr al Baghdadi”.

 

[**Video_box_2**]Molti militanti di al Qaida stanno inoltre confluendo nello Stato islamico, come avvenuto nel caso di al Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi). In Tunisia i mujaheddin locali combattono, con intenti comuni, sia sotto la bandiera della katiba qaidista chiamata Oqba ibn Nafaa (attiva nel nord-ovest del paese) sia sotto quella di Ansar al Sharia, il cui leader, Abu Iyad, si sarebbe rifugiato nella roccaforte libica dello Stato islamico di Derna.

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