cerca

Nell’inganno delle palle sgonfie l’America si gioca la sua idea di giustizia

C’è qualcosa di sospetto quando qualcuno si difende da un’accusa di frode sportiva dicendo che “non è mica lo Stato islamico, non muore nessuno”, come ha fatto Tom Brady, il quarterback dei New England Patriots, quando è venuto fuori lo scandalo delle palle sgonfie.

24 Gennaio 2015 alle 06:17

Nell’inganno delle palle sgonfie l’America si gioca la sua idea di giustizia

Tom Brady, quarterback dei New England Patriots (foto LaPresse)

New York. C’è qualcosa di sospetto quando qualcuno si difende da un’accusa di frode sportiva dicendo che “non è mica lo Stato islamico, non muore nessuno”, come ha fatto Tom Brady, il quarterback dei New England Patriots (personaggio leggendario per la precisione del braccio e l’aura glamour che trasmette sul red carpet assieme alla moglie Gisele Bündchen), quando è venuto fuori lo scandalo delle palle sgonfie. Bastano un paio di atmosfere di pressione in meno nella palla ovale per migliorare in modo sostanziale la presa del quarterback e quelle del ricevitore, avvantaggiando la squadra in attacco. Sulla linea difensiva di Brady non ci sono dubbi, al Baghdadi è un po’ peggio di una partita di football rubata, ma se i commissari della Nfl scoprono che undici dei dodici palloni usati nella seconda parte della semifinale contro gli Indianapolis Colts erano sgonfi, molto sgonfi, l’iperbolico paragone terroristico del quarterback belloccio può far saltare la mosca al naso.

 

Domanda legittima: i Colts avrebbero potuto vincere in condizioni regolari? Bisogna essere ciechi e sordi oppure di Indianapolis per credere che il gap di 38 punti con cui è finita la partita fosse colmabile con due colpi di compressore, altro che le palle gonfie, ma qui la questione è di principio, ovviamente.

 

E’ pur sempre il paese che s’è imbestialito con un presidente non tanto per il pompino nello Studio Ovale quanto per la panzana sotto giuramento, un paese di ascendenza puritana dove la balla, le forzatura della regola, la scorciatoia, il compito in classe copiato, il “non può chiudere un occhio?” sono manifestazioni culturalmente inaccettabili. E’ normale che il paese non parli che del Deflategate, ponendosi la grande domanda intorno all’intenzione di questi gentiluomini del New England: sono scesi in campo con il chiaro intento di truccare la partita che dà accesso al Super Bowl? Di palle sgonfie se ne sono viste a bizzeffe negli anni. D’inverno i magazzinieri mettono la palla appena gonfiata nel microonde, perché il contrasto con la temperatura esterna produce uno sgonfiamento naturale; per ammorbidire la pelle e sgonfiare quel tanto che basta usano l’acqua calda, il latte, il Gatorade, la pressione manuale, ma mai si erano visti palloni così sgonfi nella Lega, e non in una partita qualunque ma in una delle due sfide che danno accesso alla regina di tutti gli eventi sportivi americani.

 

L’aggravante del Deflategate, scrive l’editorialista Stephen Carter, è che “negli ultimi anni la lega sembra avere lasciato l’integrità su un jet privato in volo da qualche parte, e ora è difficile rintracciarlo” e la metafora del jet privato, suggello dell’1 per cento, rincara la dose. La lega è marcia, il football è malato e Obama mette le tasse sui fondi per il college che furbescamente ha già stipulato per Sasha e Malia. L’indignazione americana per il “cheating”, l’inganno, ha un nuovo obiettivo polemico, le palle sgonfiate ad arte, gli allenatori che negano, offesi a morte, e i quarterback che spiegano al paese che hanno fatto il controllo dei palloni come sempre, nessuno li ha toccati dopo che li avevano passati in rassegna, e comunque, cari ragazzi, la vita a Mosul è molto peggio di così. Che altro dire dei Patriots, poi? La squadra di Brady ha maturato una fama che al confronto il Luciano Moggi percepito nell’Italia del 2006 era un onesto e laborioso operaio nella vigna del calcio. Ci sono -gate a bizzeffe associati alla squadra del New England, non ultimo lo Spygate, storia di spionaggio contelecamere nascoste nei campi di allenamento avversari per decifrare i segni degli schemi. L’opinionista William Rhoden suggerisce di sottoporre i Patriots a un’inchiesta rapida e severa per scoprire se hanno avuto accesso alla finale con l’inganno, e nel caso sospenderli senza indugi dal Super Bowl, vendicando quel senso della giustizia commutativa che alberga nel cuore di ogni americano e che la squadra ha umiliato in modo imperdonabile. C’è molto più di quel che si crede in una dozzina di palle sgonfie.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi