Il premier francese Manuel Valls (foto LaPresse)

Valls e l'invenzione della “islamofobia”

Redazione

Una parola “per mettere a tacere i critici”, dice il premier francese. L’accusa “è spesso usata come arma dagli apologeti dell’islamismo per mettere a tacere” chi li critica, anche se, ha aggiunto, “è molto importante far capire alla gente che l’islam non ha nulla a che fare con l’Isis”.

Il primo ministro francese, Manuel Valls, non ha mai nascosto la sua diffidenza verso il termine “islamofobia”. Due anni fa, in un’intervista sul Nouvel Observateur, aveva spiegato che non si poteva usare quella parola creata negli anni Settanta dai mullah iraniani per contrastare chi criticava la loro politica di imposizione del velo alle donne. Pochi giorni fa, proprio alla vigilia degli attentati di Parigi, Valls è tornato sull’argomento con Jeffrey Goldberg, redattore dell’Atlantic, per ribadire quanto quel termine sia strumentale e fuorviante.

 

L’accusa di islamofobia, ha detto Valls, “è spesso usata come arma dagli apologeti dell’islamismo per mettere a tacere i loro critici”, anche se, ha aggiunto, “è molto importante far capire alla gente che l’islam non ha nulla a che fare con l’Isis”. Se la polemica non è nuova (nel 2010 anche il filosofo Pascal Bruckner aveva sottolineato su Libération che “l’invenzione dell’islamofobia” serve soprattutto a negare “la realtà di una offensiva islamica in Europa”), nuovo è lo scenario in cui si dibatte. Chiamare le cose con il loro nome – e dare degli islamisti agli islamisti, come chiede di fare la leader del Front national dalle colonne del New York Times, senza essere tacciati di “islamofobia” – è diventato campo di battaglia politica. E Valls ha deciso di continuare a differenziarsi (in un concordato gioco delle parti?) dalla prudenza autocensoria del presidente Hollande. Il quale, nel discorso rivolto alle rappresentanze diplomatiche il 17 gennaio, il termine “islamofobia” invece l’ha usato.

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