Un momento della cerimonia del cambio del comando del contingente americano in Afghanistan dello scorso febbraio (foto AP)

Nuovo cambio di strategia

Quand'è che una guerra è finita? Quella contro i talebani è ricominciata

Paola Peduzzi

Obama annuncia che le truppe rimaste hanno di nuovo una missione “combat”. I “big data” e le ipotesi di vittoria.

Milano. La guerra in Afghanistan non è finita, anzi, è ricominciata. Nel maggio scorso, il presidente Barack Obama aveva annunciato che i soldati americani destinati a rimanere fino alla fine del 2015, 9.800 effettivi, non avrebbero avuto una missione “combat”, ma si sarebbero limitati ad addestrare gli afghani e a dare la caccia a “quel che rimane di al Qaida”. Il Pentagono non era d’accordo, e le discussioni con la Casa Bianca sono state molto aspre, ma i militari hanno avuto la meglio e così Obama ha cambiato idea: ora i soldati in Afghanistan potranno combattere i talebani e gli altri gruppi terroristici, come il network Haqqani, e ricominceranno a volare i jet, i bombardieri e i droni americani per fornire sostegno aereo alle truppe afghane. Il nuovo presidente a Kabul, Ashraf Ghani, ha intanto rimosso il divieto ai “night raid” delle forze speciali, le missioni notturne condotte dagli afghani assieme agli americani che avevano fatto infuriare l’ex presidente Hamid Karzai, contribuendo alla distruzione del suo rapporto comunque pessimo con Obama.

 

La forma della guerra in Afghanistan, proprio mentre tutti pensano che la missione sia finita – perché così ha voluto la retorica presidenziale quando, durante la campagna elettorale del 2012, ha lanciato il ritornello “The tide of war is receding” –, ricomincia a essere quella di una guerra combattuta, con il fine ultimo di distruggere il nemico: l’implosione dell’Iraq a causa dello Stato islamico ha imposto un ripensamento di tutta la strategia. Il Washington Post ha pubblicato una miniserie splendida di articoli sugli effetti che la guerra in Iraq e Afghanistan ha avuto sui 2 milioni e seicentomila soldati che vi hanno in tredici anni partecipato. L’ottava puntata è un reportage da Fort Campbell, in Kentucky, che racconta la partenza di un battaglione di 700 soldati diretto in Afghanistan. Il clima è strano, risuonano le parole che disse George W. Bush nel 2001, quando cadde la prima bomba americana in Afghanistan: “A tutti gli uomini e le donne del nostro esercito dico che la vostra missione è definita, i vostri obiettivi sono chiari, avete la mia totale fiducia e avrete a disposizione ogni strumento possibile per portare avanti il vostro compito”. Tredici anni dopo (con quasi settemila americani uccisi, 60 mila feriti e duemila miliardi di dollari spesi fuori dal budget), i soldati che partono non sanno più perché vanno in Afghanistan, e dicono che il compito oggi è “finire la guerra”. Ma quand’è che finisce, una guerra?

 

[**Video_box_2**]Elizabeth Samet, che insegna all’accademia di West Point, ha affrontato il tema nelle sue classi e ne ha scritto domenica sulla Sunday Review del New York Times. “Nel mio piccolo – spiega – ho provato a esplorare la cultura delle campagne di guerra lunghe, nel contesto della letteratura, e di esaminare la particolare difficoltà nel riconoscerne la fine”. Samet analizza le guerre di Alessandro Magno (e le vite dei soldati di allora: non esistevano le turnazioni, se riuscivano a sopravvivere combattevano per decenni), lo scontro tra il presidente Harry Truman e il generale Douglas MacArthur sulla fine della guerra in Corea, e cita le parole che l’allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld disse nel 2003: “Stiamo vincendo o perdendo la guerra globale al terrore? Ci mancano oggi gli strumenti di misurazione per stabilirlo”.

 

Tra West Point e “Homeland”

 

Quei “metrics” – big data! – mancano tuttora, per quanto il calo degli attacchi e le statistiche sulla pacificazione delle zone di guerra siano strumenti affidabili e utili. Non esiste un algoritmo per stabilire quando una guerra è finita, esistono le strategie e gli obiettivi. Quando ad Alessandro Magno chiedevano che cosa volesse, alla fine, lui non sapeva come rispondere. Ma, come conclude la Samet, “ho iniziato a pensare che il primo passo per riconoscere la fine di una guerra è scendere a patti con quel che significa starci nel bel mezzo”. Cambiare strategia e obiettivi in continuazione – come ha fatto Obama nella sua travagliata gestione della guerra in Afghanistan – è un buon modo per non poter mai dichiarare finita una guerra. L’ultima stagione della serie tv “Homeland” si apre con un’analisi della guerra contro i talebani fatta dall’ex capo della Cia (nella finzione) Saul Berenson: “La guerra in Afghanistan non è una guerra durata 14 anni. E’ una guerra lunga un anno combattuta 14 volte”. Che è la spiegazione migliore del perché è senza fine.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi