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Salvini, ritratto quasi serio del nuovo prediletto di Berlusconi

Lo stigma del telequiz, come Renzi, il “comunismo padano”, le boutade popolane e i viaggi imbarazzanti tra Corea del nord  e democrazia putiniana. “Verrà prima la Padania libera della mia laurea”. La telecronaca tifando per i tedeschi a Germania 2006. “L’euro è un crimine contro l’umanità”.

26 Novembre 2014 alle 10:19

Salvini, ritratto quasi serio del nuovo prediletto di Berlusconi

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Milano. Nessuno riesce a prenderlo troppo sul serio (non ancora almeno), forse perché il Capitano, Matteo Salvini, questo il soprannome di battaglia del segretario del Carroccio a trazione lepenista che ha sepolto definitivamente la Lega dell’Umberto, il Capo, è da sempre considerato dagli avversari e dai suoi stessi seguaci un eterno ragazzo, che si infila le felpe al posto delle giacche. Con la sua t-shirt logo di imprinting xenofobo “Stop invasione” infilata sopra la camicia, che gli dà quell’aria più che casual da eterno studente fuori corso, scapestrato. Sebbene ora, con le percentuali a due cifre ottenute, la Lega nord aspiri a diventare il volto di nuovo centrodestra, se mai ci sarà.

 

La televisione prima dei gazebo. Nel 1993, aveva vent’anni, al quiz televisivo “Il pranzo è servito” di Davide Mengacci si presentò (giacca e cravatta) così: “Sono nullafacente iscritto all’università, in attesa di dare esami”. Suscitò ilarità fra il pubblico, ma diede la risposta esatta a una domanda sulle tangenti: “Vengo da Milano, ne so qualcosa”, disse beffardo. Il suo rapporto disinvolto con la televisione risale all’età di 12 anni. A “Doppio Slalom” diede la risposta esatta anche alla domanda su chi fosse il ministro degli Esteri durante la Glasnost di Gorbacev: “Shevardnadze”, ostentando sicurezza. Senza immaginare che in Russia ci sarebbe andato da segretario del Carroccio per perorare la causa degli imprenditori italiani che stanno subendo l’impatto dell’embargo e per elogiare la democrazia di Vladimir Putin.  

 

Dal classico alla militanza. Classe 1973, dopo il classico al Manzoni, liceo “benino” di Milano, è stato iscritto all’università per sedici anni: Statale, facoltà di Storia. Quando viene eletto per la prima volta a Montecitorio, nel 2004, annuncia: “Verrà prima la Padania libera della mia laurea”. E’ una delle infinite boutade di Matteo Salvini, uno considerato veloce, scaltro, con il gusto per la battuta provocatoria anche quando non padroneggia la materia o proprio non sa un’acca del tema di cui sta dissertando. Lunga gavetta ai gazebo, movimentismo da centri sociali che si trasforma in militanza e tifo sfegatato per il Capo, prende la tessera della Lega nel 1990. I “suoi” ricordano sempre che quando diventò consigliere comunale, nel 1993, entrato a Palazzo Marino con il sindaco Marco Formentini, fu fra i consiglieri comunali più votati: perché è sempre stato una macchina da guerra nel presidio della strada, dei gazebo, dei mercati rionali. Una politica che lo ha sempre premiato: al Parlamento europeo, nel 2009 prende 70 mila preferenze.

 

Dal Leoncavallo ai Giovani padani comunisti alla curva sud del Milan. Nel 1996 si presentò al mitico “parlamento della Padania” come capo corrente dei comunisti dei Giovani padani. Venne eletto. Molti anni prima di fiutare che il vento giusto per lui – politico tattico più che stratega – sarebbe stato quello di salire sul treno del popolo “no euro” e della destra lepenista. Appendendo al chiodo ogni sol dell’avvenire e dell’indipendenza della Padania, e forse l’ideologo della prima ora, Gianfranco Miglio, si rivolta nella tomba. Tifoso del Milan, nel 2006 ha organizzato una diretta provocatoria su Radio Padania per tifare per la Germania contro l’Italia, mal gliene incolse. Ma una delle sue gaffe migliori in tema di scorrettezza territoriale fu un coro da stadio sul prato di Pontida nel 2009, durante un altro dei riti preistorici (ed estinti) della Lega di Bossi. Al ritrovo annuale a Pontida, la sagra dove i padani si trovavano per bere birra, mangiare salsicce, urlare slogan secessionisti e mettere in scena la narrazione della tribù padana, Matteo cantò cori oltraggiosi contro i napoletani, “colerosi, terremotati”. Ma lui si è difeso così: “Erano cori da stadio, la politica non c’entra”. Come se la Lega non avesse mai usato i cori da stadio per fare politica. Una delle tante volte in cui SuperMario venne preso di mira dai tifosi romani e reagì male, dicendo che ai prossimi “buuu” avrebbe lasciato il campo, Salvini commentò su Facebook “Al prossimo gol che sbaglia, sarò io a lasciare lo stadio”. Il Milan è al centro del suo cuore e questa, fino a ieri, sembrava essere l’unica cosa  in comune con Silvio Berlusconi. Si erano visti tre volte, così dice lui, e non si sono trovati molto simpatici. Ma poi ieri il Cav. ha detto che Salvini può essere il leader della coalizione: “Lui il goleador, io il regista”. E via con una nuova scommessa politica da Fantacalcio.

 

Padre, marito, amante. Nel 2001 ha una moglie, Fabrizia Ieluzzi, e tutti ricordano che quando la sposa non ha indosso una felpa, ma una giacca scura. Come Bossi, sceglie una donna del sud, pugliese. Il suo primo figlio, Federico, ha 11 anni e Salvini se può lo accompagna tutti i venerdì in parrocchia a giocare a calcio. In parrocchia accende anche dei ceri: per chi, non è dato saperlo. Ora vive con la sua compagna, Giulia Martinelli, avvocato, carattere più mite di Fabrizia, con cui ha avuto una figlia, Mirta. La sua nascita è stata annunciata su Fb il 18 dicembre del 2012: “E ora si torna in ospedale a recuperare mamma e Mirta, stasera prima notte tutti a casa, speremm”.

 

[**Video_box_2**]Versus Maroni. Nel suo cerchio magico, non ci sono uomini dell’establishment. Con il governatore Roberto Maroni ha un rapporto apparentemente controverso, ed è difficile dire fino a dove si tratti di un gioco delle parti. Si sentono tutti i giorni, ma quando il lepenismo di Salvini si accentua e le sparate contro gli immigrati sono eccessive, Bobo storce il naso. Maroni, uomo dai passi felpati, è stato costretto a esultare dopo la crescita della Lega in Emilia Romagna, ma secondo gli insider Matteo per lui è un dilemma: “Più avanza Matteo, più Bobo, presidente della Lega, si rafforza rispetto agli alleati. Ma al contempo deve cedere alle sue richieste e alle persone che gli manda in regione”, racconta, sarcastico, un consigliere regionale.

 

Matteo e i social network. Sui social network dà il meglio di sé. Prende posizione su tutto. Dalla crociata contro gli immigrati a quella per difendere i pensionati dalla legge Fornero, su cui ha chiesto un referendum. Dai fischi al Monte dei Paschi di Siena contro i banchieri alla visite in fabbrica con gli operai in lotta per difendere il posto. La sua narrazione è h 24. E quando recentemente è stato aggredito da alcuni antagonisti davanti a un campo sinti di Bologna l’eterno ragazzo, sempre in trincea, ha postato la foto del cofano della macchina distrutto e ha scritto: “Così gli infami dei centri sociali hanno distrutto la nostra macchina prima che ci avvicinassimo al campo. Noi stiamo bene. Bastardi”.

 

Missioni all’estero. Europarlamentare, aspirante leader del centrodestra, le sue missioni all’estero forse non lasciano sempre un segno nella geopolitica, ma spesso lasciano basìti gli osservatori. In agosto la performance in Corea del nord con il senatore Antonio Razzi è sembrata, a voler essere benevoli, una parodia. Ma al ritorno dal viaggio ha dichiarato: “Sono contento di esserci andato, ho visto un senso della comunità splendido: tantissimi bambini che giocano per strada e non con la playstation, un grande rispetto per gli anziani, cose che in Italia non ci sono più”. E la parodia ha lasciato il posto allo sconcerto. Poi è andato a Mosca, per difendere la causa degli imprenditori italiani contro l’embargo dell’Unione europea. Ne ha approfittato per elogiare la democrazia post sovietica putiniana. A Kiev non tutti hanno applaudito.

 

Soldi, maledetti e subito. Le casse della Lega piangono e Matteo Salvini ha dovuto mettere in cassa integrazione 70 dipendenti (70, Roma ladrona…) che si sono rivolti ai sindacati. Il quotidiano la Padania ha chiuso. Dopo che il tesoriere del Fronte nazionale di Marine Le Pen, Wallerand de Saint-Just, ha confermato di aver ricevuto due milioni di un prestito complessivo di nove milioni di euro dalla First Czech Russian Bank, è trapelata la notizia che anche la Lega nord nel suo viaggio a Mosca avrebbe cercato finanziamenti. Il segretario del Carroccio però ha smentito. “Il nostro appoggio alla Russia è totalmente disinteressato”, ha dichiarato. Ma è noto che il feeling tra il Cremlino e i partiti della destra continentale euroscettica si manifesta attraverso diversi canali: assistenza tecnica, organizzazione di manifestazioni, accesso ai loro social network eccetera.      
Segretario dopo il “Ramazza day”. Quando nel dicembre scorso, si è candidato alle primarie per la segreteria federale del Carroccio, dopo aver sostenuto la battaglia del “Ramazza day” di Roberto Maroni, molti, fra cui pare anche la sua compagna Giulia Martinelli, gli sconsigliarono di contrapporsi a Bossi. Lui disse: “Non si possono spostare le lancette della storia”. Eletto segretario, ha fiutato il vento: il programma della Lega 3.0 ha due fari: la battaglia no euro che è stata più audace e più demagogica di quella del M5s e l’alleanza con la destra sociale e radicale, in Italia con CasaPound, in Europa con Marine Le Pen. Boutade che gli ha creato molti consensi: “L’Euro è un crimine contro l’umanità”.

 

Il suo cavallo emiliano. In Emilia-Romagna se non conosci tutte le strofe di Vasco Rossi, non hai il codino, non suoni in un gruppo rock (e magari non hai avuto un nonno partigiano), il tuo curriculum è carta straccia. Infatti il candidato leghista del centrodestra, Alan Fabbri, che ha ottenuto il 20 per cento dei consensi, il codino ce l’ha e soprattutto se lo tiene. Il Cav., che lo ha incontrato ad Arcore prima della campagna elettorale, gli aveva detto: “Sei un bel ragazzo, ma se ti tagli i capelli è meglio”. Ma lui: “Porto i capelli così da quando avevo 15 anni”. Il codino di Alan Fabbri è il tratto che lo caratterizza, un po’ come le felpe per Matteo. Anche se è ingegnere, sindaco al secondo mandato di Bondeno (Ferrara). Faccia da bravo ragazzo della porta accanto, ha fatto una campagna elettorale schiacciato su Salvini, sugli italiani che pagano il gas acqua luce agli zingari. Strimpella il basso elettrico. Leghista da quando era adolescente, una passione pagana per il celti: ha fondato il Bundan Celtic Festival per rievocare la storia del popolo celtico nel delta padano. In comune con Matteo ha la passione per le struggenti canzoni di Fabrizio De Andre e la capacità di parlare la lingua del popolo. Il cosiddetto parla-come-mangi, ma con la esse infilata nei denti.

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