Un manifestante durante la mobilitazione dei sindacati dello scorso 25 ottobre (foto LaPresse)

Ponte di fuga

Redazione

Convocare uno sciopero generale nel bel mezzo di un ponte festivo può essere una furbata, come molti hanno pensato della “pensata” di Susanna Camusso, ma se si guarda un po’ più a fondo sembra invece una sorta di fuga, di rinuncia preventiva a un rapporto reale con l’insieme dei lavoratori.

Convocare uno sciopero generale nel bel mezzo di un ponte festivo può essere una furbata, come molti hanno pensato della “pensata” di Susanna Camusso, ma se si guarda un po’ più a fondo sembra invece una sorta di fuga, di rinuncia preventiva a un rapporto reale con l’insieme dei lavoratori. Nelle fabbriche e negli uffici ognuno considererà la sua convenienza di approfittare delle feste, indipendentemente dalla proclamazione della Cgil, che si troverà come al solito a dialogare solo con una frangia minoritaria ed estremista convogliata nei cortei di protesta da formazioni politiche antagonistiche. E’ difficile capire quale logica possa aver spinto la più numerosa organizzazione sindacale italiana a infilarsi in questo vicolo cieco. Susanna Camusso, che aveva inaugurato il suo mandato con l’intenzione di recuperare gli spazi negoziali, cioè tipicamente sindacali, dai quali la Cgil si era allontanata seguendo di fatto la linea protestataria della Fiom, ha poi finito per concludere la sua esperienza in una sorta di gara a chi le spara più grosse con Maurizio Landini. Se il tema sul quale si intende raccogliere la protesta sociale, la pretesa abolizione dell’articolo 18, suscitasse davvero un interesse di massa, sarebbe un boomerang rinunciare a propagandare le proprie ragioni in uno sciopero vero, promosso con iniziative nei luoghi di lavoro, in grado di coinvolgere e motivare un’area assai più ampia di quella delle “avanguardie” politicizzate. Questo alla Cgil, che organizza lotte da un secolo, lo sanno tutti benissimo.

 

L’avere scelto la strada apparentemente più facile e in realtà più rinunciataria giustifica il sospetto che l’iniziativa di sciopero non sia pensata come strumento di pressione per ottenere risultati. Se questo fosse il vero obiettivo si sarebbe cercata davvero una qualche intesa con le altre confederazioni e una data che non consentisse alibi a eventuali insuccessi, o il sospetto che le fabbriche, se si svuoteranno, si sarebbero svuotate a prescindere. Invece si insiste sullo sciopero, anche sapendo che sarà un fallimento come tutti quelli precedenti indetti dalla sola Cgil perché in questo modo si dà sfogo all’orgoglio ferito di una sindacalista in declino, e questo è piuttosto penoso.

Di più su questi argomenti: