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L’inchiesta del Post sulla “N-word” è un viaggio nella coscienza americana

In America la parola “nigger” può suscitare una guerriglia urbana o essere liquidata con una risata, è indicibile o perfettamente normale a seconda del contesto, nella sua variante pop – “nigga”– può essere usata come un termine neutro per apostrofare un amico, alla stregua di “bro” o “fella”.

11 Novembre 2014 alle 11:13

L’inchiesta del Post sulla “N-word” è un viaggio nella coscienza americana

New York. In America la parola “nigger” può suscitare una guerriglia urbana o essere liquidata con una risata, è indicibile o perfettamente normale a seconda del contesto, nella sua variante pop – “nigga”– può essere usata come un termine neutro per apostrofare un amico, alla stregua di “bro” o “fella”, ma la circostanza e il tono devono essere appropriati. Tutto dipende da chi la pronuncia, qual è il sottotesto, quale l’intenzione. Il rapper Kanye West ai concerti invita il pubblico, bianchi compresi, a cantare a piena voce i testi densi di “nigga” e altre varianti che all’interno della comunità afroamericana sono perfettamente accettate. Ma in generale la parola è talmente carica di significati razzisti ed evoca un passato a tal punto intollerabile che è stata espunta da ogni forma di comunicazione ufficiale. Il vocabolario risciacquato nel puritano senso di colpa l’ha ridotta a “N-word”, accanto alla “F-word” e ad altre parole indicibili indentificate soltanto con l’iniziale. Qualche anno fa hanno persino censurato il termine “nigger” dalla nuova edizione di “Huckleberry Finn”, calpestando senza troppi pensieri il contesto storico in cui l’opera è stata scritta e un minimo senso della licenza artistica. Non essendo un rapper nero, Mark Twain non può usare il termine “negro”.

 

L’ultima epurazione del termine dalla scena pubblica riguarda il campionato di football americano. La politica della tollerenza zero nella National Football League prevede sospensioni e multe per chi usa il termine fuori dal campo, e penalità quando l’arbitro sente qualcuno usarla sul terreno di gioco. Dalle norme di comportamento di una lega in cui la maggior parte dei giocatori sono di colore è partita un’inchiesta del Washington Post che va molto oltre la mera accettabilità di una parola nel discorso pubblico. E’ un indizio culturale che ha a che fare con la segregazione e l’autosegregazione, le battaglie del politicamente corretto degli anni Novanta, l’emancipazione, l’infame passato della schiavitù che non sembra mai del tutto passato, non in un paese in cui l’omicidio di un diciottenne di colore in un sobborgo qualunque scatena una protesta nazionale. Si tratta di un’indagine sulla coscienza americana.

 

[**Video_box_2**]Il Post osserva che il divieto imposto nella Nfl non funzionerà, e il motivo è semplice: non per tutti e non sempre il termine “nigger” è offensivo. Come farà l’arbitro a distinguere l’offesa dall’espressione senza connotati negativi? La domanda può essere estesa all’America intera. Come si farà a distinguere? E ancora: qual è il reale destino della parola, essere completamente eliminata oppure semplicemente neutralizzata, diventando una conseguenza linguistica della parità razziale? Qualche anno fa la Naacp, la più importante associazione afroamericana, ha celebrato pubblicamente il funerale della parola “nigger”, la quale però non è affato uscita dall’uso comune, anzi. Ha senso la politica della tolleranza zero in un momento in cui, conferma il Post, i social network abbondano di “nigger” e dei suoi derivati? Se il problema è il contesto, tuttavia, l’analisi delle concordanze con i big data non è sufficiente per discernere cosa è accettabile e cosa non lo è. Il linguista Andrew Jacobs ha scritto che il termine, quando è usato fra afroamericani, è “una strategia per affermare l’umanità dei neri di fronte al razzismo, una strategia che esalta una visione anti assimilazionista dell’identità afroamericana”. La “N-word” può essere usata dunque per marcare una differenza identitaria, nel nome di quella “diversity” che è stata eletta a valore assoluto dal pensiero liberal prima di essere paradossalmente abbracciata dal suo contrario, “equality”. Nella religione dell’assoluta uguaglianza tutto ciò che segnala una differenza è sgradito, inappropriato, socialmente esecrabile, anche l’arbitro deve sanzionarlo. Ma se è il gruppo che ha subito per secoli la tragedia della discriminazione a fare della parola un punto d’onore, la legge dell’uguaglianza vale ancora. Forse nell’America guidata da un presidente nero, evento inimmaginabile fino a qualche decenno fa, l’obiettivo dovrebbe essere quello dell’emancipazione linguistica: depotenziare la “N-word” fino a farne svanire il legame con la schiavitù e la segregazione. Il comico Tehran Von Ghasri spera che “fra venticinque anni i miei figli non abbiano problemi con un bianco che dice ‘you’re a cool nigga’, perché quel bianco non lo dirà in modo offensivo o degradante. Sarà una cosa positiva”. Rimane una domanda: in un’America dove tutti dicono “nigger” senza malizia o odio, che ne sarà della memoria della segregazione razziale?

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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