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Calcio in culo

Conte spinge il carrello dei bolliti in Nazionale, le inglesi snobbano l’Europa e le italiane indossano maglie molto buffe. Mentre in Premier corrono, segnano e fanno spettacolo.

11 Novembre 2014 alle 18:00

Calcio  in culo

“Un po’ più su”. La fisioterapista del Chelsea soccorre Diego Costa mentre alle sue spalle due malintenzionati le scippano la borsetta (foto Ap)

Crewe. Conosco poco il romanesco, ma abbastanza per afferrare il senso del messaggio inviatomi sabato pomeriggio da un caro amico che ha da poco scoperto le gioie del calcio inglese: “Che lo guardiamo affa’ er campionato quando ce sta ’a Premier! Saluti da Liverpool e da Diego Costa”. L’amico era nel salotto di casa sua, ma la goduria della sfida di Anfield ha trasportato molti spettatori distanti sugli spalti affollati e disperati dei tifosi dei Reds, ormai appesi alla Coppa di Lega per sperare di vincere qualcosa nell’anno post coito interrotto del titolo sfumato per un pelo di Gerrard (proprio nella sfida contro il Chelsea, tra l’altro). Nonostante la faccia da scimmione corrucciato Diego Costa è bello, bellissimo, sul campo da calcio. E segna, buon Dio del calcio se segna. Il Chelsea allunga sul Manchester City, che gioca uno spettacolare 2-2 in casa del Queens Park Rangers, a ritmi che non vedrete mai in un’analoga (per posizioni di classifica) Chievo-Roma. Sempre a Manchester, ma dall’altra parte della città, Van Gaal dovrebbe avere finalmente capito che quando gioca Mata il suo United tende a vincere, o almeno a non perdere. Il gol segnato (e il palo colpito) contro il Crystal Palace sono stati praticamente gli unici sussulti di una squadra ancora sotto shock: 13 punti dalla prima in classifica dopo l’undicesima giornata sono roba che all’Old Trafford non erano più abituati a vedere con questa frequenza. Chi non crede a quel che vede sono i tifosi del Southampton: faceva bene ieri il sito di Fox Sports Italia (peccato per quel “favola” nel titolo, che faceva venire voglia di disdire l’abbonamento a internet seduta stante) a ricordare che appena quattro anni fa i Saints militavano in League One e vendevano i biglietti per lo stadio a prezzi ridicoli pur di riempire gli spalti. Koeman è bravo, ed è divertente vedere come zittisce con i fatti  chi dice che prima o poi la sua squadra crollerà. Detto questo, prima o poi la sua squadra crollerà. Ma non troppo.

 

La modella Claudia Romani è rimasta una delle poche persone al mondo che ha ancora il coraggio di sorridere indossando una maglietta del Milan

 

Fuori dall’Europa - Dice: ma quale campionato migliore del mondo, guarda come vanno le inglesi in Champions. A questo tipo di obiezioni rispondo che solo chi è sordo e cieco non ha capito che si tratta di un gesto di protesta, il primo passo nella ritirata dal giogo dell’Europa e dei suoi orrori burocratici. Il Manchester City ha perso malamente contro il Cska, l’Arsenal ha pareggiato in modo ridicolo – non sarebbe l’Arsenal, altrimenti – contro l’Anderlecht, il Liverpool non ci ha nemmeno provato contro il Real Madrid, e pure il Chelsea, l’unica squadra che mostra solidità in Champions, ha pareggiato con la squadra di una località sciistica dei tempi della valanga azzurra, il Maribor. Potrebbe sembrare un momento di crisi, ma è solo svogliatezza e disinteresse per i sordidi affari continentali.

 

Un colpo al Cerci e uno a Balo - Ho sempre pensato che in Nazionale ci finissero i giocatori che meglio interpretano il gioco del calcio nei rispettivi club, e che naturalmente meglio sanno integrarsi negli schemi che il commissario tecnico ha in testa. Per questo mi chiedo che ci fanno Cerci e Balotelli tra i convocati nella Nazionale italiana. Il primo passa dalla tribuna alla panchina a Madrid, sponda Atletico, al massimo gioca gli ultimi minuti di gare facendosi espellere o segnando gol inutili. Per il resto manda messaggi alla sua ex squadra e si tatua sul petto scritte da tamarro per celebrare gol segnati un anno fa nel Torino. Tutto molto bello, ma che gli fotte ai tifosi della squadra di Diego “Unto” Simeone? Il secondo (che se fossi un titolista di Tuttosport avrei già ribattezzato “Bollitelli”) non riesce a segnare in Premier League nemmeno a porta vuota. Nel suo caso mi sento di appellarmi alla vecchia regola del giornalismo per cui un cane che morde un uomo non è una notizia: finitela di raccontarci le serate nei pub di Super Mario, che se la gioca tranquillamente con Vidal, la volta che andrà a letto alle 9 sarà una notizia. La sola spiegazione razionale a tutto ciò la trovo nella comprensibile supponenza di Antonio Conte, convinto di essere l’unico in grado di rivitalizzare i due campioni a intermittenza. Stia attento: aver vinto tre volte un campionato ridicolo non dà doti di taumaturgo, e qualcuno lo avverta che prima di lui in molti hanno pensato di riuscire nell’impresa, senza durare più di qualche mese.

 

Maglie e buoi - L’anima progressista che è in me resiste a una stroncatura radicale delle maglie senza alcun senso che si sono viste sui campi di serie A (e non solo) in nome del calcio dei bei tempi andati, dell’identificazione fra colori e club e altre cose di questo genere. Ma perfino il mio residuale senso estetico urla e si dimena di fronte a tanto orrore. Dico: volete fare le maglie balorde, senza nessun riferimento ai colori della squadra o della città, volete fare il prodotto di tendenza che vende nel mercato asiatico oppure la commendevole iniziativa di beneficenza? Benissimo, ma almeno usate maglie decenti. Perché insistere su tonalità che non usavamo nemmeno per le maglie della squadra di calcetto alle medie? Il verde del Parma è scialbo, il rosa del Cesena fuori luogo, il nero della Roma mortifero, l’amaranto della Lazio ricorda, ahiloro, quello del Livorno, il punto di blu della Juve fa a pugni con qualunque cosa. Tutto però, come spesso capita, è superato dal giallo fluo del Barcellona, che dovrebbe essere messo fuori legge perché attraverso le immagini satellitari rischia di indurre attacchi di epilessia anche su soggetti sani. D’altra parte, la maglia gialla offre una buona scusa per non guardare la squadra i cui giocatori dopo la partita sono volati subito in Catalogna per votare per finta a un referendum finto per fare una finta secessione da un paese finto. Naturalmente all’allegra brigata dell’indipendentismo catalano simbolico s’è aggiunto pure Pep Guardiola.

 

The Classic - Vorrei indire una petizione per contrastare l’ispanizzazione della lingua calcistica. Non ne posso più di sentire la parola Clásico, che poi adesso è stata esportata in molte lingue: Der Klassiker, le Classique e altri calchi del genere. Magari c’è anche una versione cinese del Clásico che si usa quando il Guangzhou Evergrande di Fabio Cannavaro gioca contro la sua acerrima avversaria di cui in questo istante mi sfugge il nome. Per qualche assurdo complesso d’inferiorità diciamo triplete, rabona, sombrero, falso nueve, e qualche anno fa si diceva pure remuntada, ennesima addizione inutile. La parola derby ormai è considerata fuori moda, ma quello che non mi spiego è per quale motivo la lingua franca del calcio sia quella di un paese che ha un campionato forse anche più umiliante di quello italiano. Sarà forse l’influenza sudamericana, il che non allevierebbe le mie sofferenze, anzi, le renderebbe più acute, quasi insopportabili. Il giorno che chiameranno Manchester United-Chelsea il Classic fatemelo sapere per tempo, giusto per decidere a chi lascerò la collezione degli album di figurine.

 

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