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Diario di due economisti

Per ogni euro in più

Le risposte di Padoan e un’idea per usare la riduzione della spesa per spendere in investimenti.

9 Novembre 2014 alle 06:30

Per ogni euro in più

Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

Su questo giornale, il ministro dell’Economia ha risposto alle critiche sulla presunta insufficiente radicalità della manovra di governo. Gli si chiedeva se la strategia di governo offrisse prospettive di crescita. In realtà, più che una risposta sono state offerte spiegazioni, anche perché un ministro risponde con documenti ufficiali di governo e questi la risposta l’avevano già data: non ci si aspetta alcuna crescita sostanziale. Si può discutere sul decimale in più o in meno tra le varie previsioni (governo, Commissione europea, Istat, ecc.), ma la valutazione è univoca. Allora è vero che ci vuole ben altro? La domanda rischia di essere retorica. Quella vera è: cosa si può fare. La posizione del governo, ci si perdoni l’estrema sintesi, è quella di non aggravare le cose dal lato della domanda con una nuova manovra restrittiva all’inseguimento del pareggio di bilancio, come vorrebbe la Commissione europea, e prepararsi ad afferrare un’ipotetica ripresa dell’economia, abbassando il costo del lavoro tramite cuneo fiscale, nella misura consentita dai ristretti spazi di bilancio contrattati a Bruxelles, e, soprattutto, modificando le regole del mercato del lavoro. Posizione ragionevole, date le circostanze, ma che non risponde alla domanda fondamentale: cosa dovrebbe rimettere in moto l’economia italiana? Una pillola di keynesismo e una pillola di supply side rappresentano una risposta adeguata? Ma anche aumentare le dosi, ossia una maggiore radicalità, è una risposta discutibile.

 

Un buon punto di partenza per una riflessione è l’assurda querelle sulla misura del prodotto potenziale che divide la posizione italiana dai tecnici della Commissione europea. La questione si può così riassumere. La distanza tra il pil effettivo e il pil potenziale, cioè il pil che misura la produzione che si avrebbe in assenza di deficit di domanda, misura la gravità della crisi ciclica, e da questa dipende la maggiore o minore flessibilità di bilancio concessa dalla Commissione europea secondo le regole vigenti. Il fatto è che più la recessione è lunga e grave, più si deteriora la capacità produttiva, cioè il pil potenziale, soprattutto perché non s’investe in capacità produttiva, alcune imprese falliscono, e si riduce il capitale umano. Il paradosso, quindi, è che più è grave la recessione, cioè quanto più la caduta della produzione e dell’occupazione rischia di diventare permanente e di lunga durata, tanto più si dovrebbe evitare, secondo questa logica, una politica di bilancio espansiva. Il fondamento teorico di questa posizione è che se la crisi non è più solo congiunturale, se non c’è in altri termini spazio produttivo inutilizzato, è inutile stimolare la domanda perché si creerebbe solo inflazione.

 

Regole stupide e stupide teorie

 

A questo punto è chiaro che le regole stupide derivano da teorie stupide o meglio dall’uso stupido delle teorie. Non solo l’Italia, ma tutta l’Europa, e anche altre economie avanzate, sono caratterizzate oltre che da bassa inflazione soprattutto da bassi investimenti. Per i keynesiani gli investimenti sono una componente della domanda aggregata, e poiché è indubbio che oggi ci sia un vuoto di domanda, è necessario che ripartano gli investimenti. Ma gli investimenti determinano la capacità produttiva, e sono quindi un fattore fondamentale delle politiche di offerta. Ma per quale motivo dovrebbero ripartire gli investimenti? Gli investimenti privati hanno bisogno di prospettive di rendimento, che non si vedono, e di orientamento quando l’incertezza è massima. Non bastano bassi tassi d’interesse, o il miglioramento delle regole del mercato del lavoro, o condizioni più favorevoli dal lato del costo del lavoro. Ciò chiama in campo gli investimenti pubblici, non solo di tipo keynesiano, ma in infrastrutture, tecnologia, ricerca, istruzione. Investimenti che abbiano un forte impatto sulla produttività del settore privato e tali da assicurare il rendimento degli investimenti privati creandone la domanda. Ma qui si pongono due problemi essenziali per l’Italia. Il primo è come finanziare gli investimenti pubblici. La nostra risposta è quella di applicare, anche senza permesso europeo, la golden rule, cioè finanziare la spesa per investimenti con debito ripagabile attraverso il loro rendimento economico.

 

[**Video_box_2**]Potremmo attenerci a una regola di scambio per la quale per ogni euro di riduzione della spesa corrente ci concedessimo tre o quattro euro di spesa aggiuntiva per investimenti per 2-3 anni. Sarebbe un’ottima spending review, non recessiva, e forse i mercati finanziari non ci toglierebbero la fiducia. Ma il problema serio è un altro. Saremmo capaci, anche avendone lo spazio finanziario, di far partire un programma d’investimenti pubblici? L’amministrazione pubblica, centrale e locale, ha da tempo perso capacità tecnica programmatoria e attuativa. Il primo investimento pubblico dovrebbe essere proprio sulla ricostituzione di questa capacità. L’ultima esperienza significativa in tal senso fu quella varata negli anni Ottanta con il Fio (Fondo investimenti per l’occupazione). Non ci sarebbe nulla da inventare, solo da aggiornare e migliorare.

Ernesto Felli

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