Un Pd, due Pd, nessuna speranza a sinistra e centomila vaccate camussiane

Mario Sechi

Tante sono le maschere, perché la settimana è il regno dell’apparenza, impossibile distinguere realtà e finzione, persona e personaggio.

Due Pd, un’Italia. Ma che scrivo… tutto questo è Pirandello: uno, nessuno, centomila. Tante sono le maschere, perché la settimana è il regno dell’apparenza, impossibile distinguere realtà e finzione, persona e personaggio. L’ottobrata romana volge al termine, il calendario segna sabato e improvvisamente affiorano dai binari della stazione Termini bandiere e cori: è la Cgil carrozzata Camusso, una familiare con rumoroso motore a scoppio. “Buon 25 ottobre a tutti” twitta la sindacalista. Ah, l’originalità. A qualche centinaio di chilometri di distanza, in zona Machiavelli, sosta il veicolo ibrido brevettato Renzi. E’ alla Leopolda e sul cruscotto lampeggia un segnale: “Qui c’è l’Italia che crea posti di lavoro”. E’ la guerra dei mondi, senza Orson Welles.

 

Due Italie. Domenica 26 ottobre il segretario Renzi chiude la Leopolda ribadendo il concetto che “non siamo qui per scaldare la poltrona, serve una nuova sinistra e basta reduci”. Impermeabile è Susanna Camusso che replica: “Renzi non ha argomenti per contrastarci”. Comunicazione zero e autoscontro fino all’ultimo rottame.

 

Due Pd. Il pur intelligente Stefano Fassina avanza una certezza: “Renzi cerca un incidente per arrivare al voto anticipato”. Sono le 15 e 09 di lunedì 27 ottobre, tira un’ariaccia nel partito e Lorenzo Guerini, vicesegretario democratico, alle 17 e 51 sente il bisogno impellente di dire la sua: “La scissione non ha cittadinanza nel Pd”, mentre la renziana d’Europa, Simona Bonafè commenta lapidaria: “Non vedo rischi di scissione”. Visioni e divisioni, fazioni e reazioni. Sembra il Pd, ma in realtà Renzi è già oltre il Pd old style, e lo spiega bene una sua risposta data a Lilli Gruber (“Otto e Mezzo”, La7) affinché rimbalzi sull’elmetto della Cgil: “Trattare cosa? E’ surreale che la Camusso dica che si deve trattare”.

 

Uno. E’ Beppe Grillo, si manifesta pirandellianamente con l’avvertimento del comico. La sua presenza viene rilevata martedì 28 ottobre. Tra le tante perle: “Non c’è differenza tra un uomo d’affari e un mafioso, fanno entrambi affari: ma il mafioso si condanna e un uomo d’affari no”. Surreale.

 

[**Video_box_2**]Nessuno. E’ il risultato ottenuto dalla magistratura siciliana con la deposizione (martedì 28 ottobre) di Napolitano nel processo sulla trattativa. Tre ore di udienza, la parola “trattativa” non viene mai pronunciata. Andrea Orlando, ministro di Giustizia, mostra tutto il suo stupore per la vicenda: “Normale che l’avvocato di Riina possa intervenire alla deposizione di Napolitano? L’aggettivo normale non è esattamente quello utilizzabile per questa vicenda”.

 

Centomila. Sono le buone ragioni di Renzi quando Susanna Camusso si lancia nelle teorie cospiratorie. E’ mercoledì 29 ottobre e il segretario della Cgil non si trattiene, proprio non ce la fa a non dire che Matteo è là a Palazzo Chigi perché ci sono i poteri forti, l’Alta Finanza, Bilderberg e pure la Spectre: “A me colpisce molto che un cittadino svizzero che ha spostato le sedi legale e fiscale della Fiat all’estero possa dire: l’abbiamo messo là, e che lo possa fare senza suscitare alcuna reazione”. La reazione arriva, è quella di Pina Picierno, stile Wilma, dammi la clava: “Sono rimasta molto turbata dalle parole di Camusso che dice oggi a qualche giornale che Renzi è al governo per i poteri forti. Potrei ricordare che la Camusso è eletta con tessere false o che la piazza è stata riempita con pullman pagati, ma non lo farò”. Che botte. Sullo sfondo, il bersaglio grosso della Cgil, Marchionne, il nemico della classe operaia, il manager che ha salvato la Fiat e comprato la Chrysler, che da solo ha fatto invecchiare di colpo Confindustria e sindacati.

 

L’Italia. “E’ il paese che amo” disse nel 1994 un uomo uscito dalle brume televisive della Brianza. Ha stretto il patto del Nazareno con Renzi e lunedì 27 ottobre dice al Foglio: “Era mio dovere farlo”. La vera legge di stabilità del governo. Così “il patto resta centrale” anche giovedì 30 ottobre durante un colloquio tra Berlusconi e Renzi. Tanto clangore di uno, nessuno e centomila, poi arriva una telefonata. E allunga la vita.