cerca

Pepe, il saggio con la zucca

Storia esemplare di Mujica, il presidente ex tupamaro e contadino che vive da povero, guida l’Uruguay come un Maggiolino ma piace al Papa e anche ai liberisti.

28 Ottobre 2014 alle 18:36

Pepe, il saggio con la zucca

José Alberto “Pepe” Mujica, presidente dell’Uruguay, nel suo orto di periferia in compagnia della inseparabile cagnetta Manuelita

La canzone recita così: “Ricordo l’8 di ottobre / dell’anno ’69 / per la presa di Pando / arrivarono in 49 / del Comando Che Guevara / tutti dell’Mln”. Nato nel 1964 – la prima azione armata è del 1966 – il Movimento di liberazione nazionale (Mln, appunto) era nato in Uruguay. Ma il nome di battaglia di Tupamaros con cui i suoi militanti divennero famosi derivava da quello di Túpac Amaru II: un discendente della famiglia reale incaica che, proclamandosi Inca a sua volta, a fine Settecento aveva sollevato il Perù contro gli spagnoli. Il modello politico-militare dei Tupamaros dell’Mln era invece la rivoluzione cubana. Il Che Guevara, a cui era intitolata quell’unità, era nato in Argentina a morto in Bolivia. E, a riprova del contesto continentale di quegli eventi, anche Judith Reyes, che compose il “Corrido de la Toma de Pando” era una cantante messicana.

 

La meccanica dell’azione di quel 1969, in quella cittadina a 32 km da Montevideo, in compenso, è quasi da pellicola hollywoodiana: “Per mostrarsi al governo / con la forza necessaria / tranquilli arrivarono / a bordo di carri funebri / perché così lo richiedeva / la loro azione rivoluzionaria”, continua l’epica ballata guerrigliera. Iniziò alle 13, con la presa della stazione di polizia da parte di una coppia che si era presentata come membri dell’Aeronautica militare. “Si divisero in gruppi / che un capo avrebbe coordinato / contro tre banche di Pando / e la centrale telefonica / contro la caserma dei pompieri / e anche il commissariato”. E alle 13,20 era già finita: la canzone parla di “dieci minuti”, ma si sa che a volte i poeti esagerano. Bottino prelevato dalle succursali delle banche Pan de Azúcar, La Caja Obrera y República: 357 mila dollari statunitensi. Ordinata la ritirata, “avevano già fatto / 24 chilometri di percorso / e ad Andaluz si dividono / passando nell’autostrada / facendo attenzione a non farsi sospettare / dalla pattuglia della stradale”. Le armi furono quindi passate ad altri veicoli, mentre i partecipanti all’azione si allontanavano in autobus. Ma grazie all’uso di due elicotteri, le auto con gli armati furono intercettate dalla polizia e ne seguì un conflitto a fuoco in cui morirono un sergente e tre guerriglieri. Dei partecipanti all’azione, 17 sarebbero finiti in carcere entro la fine della giornata, e altri tre il giorno dopo.

 

Tra gli arrestati c’era anche Eleuterio Fernández Huidobro, futuro storico dei Tupamaros, e oggi ministro della Difesa dell’Uruguay. Restò invece uccel di bosco un 34enne che di mestiere faceva il floricultore, e che appunto come esperto nell’uso di cesoie e tronchesi aveva avuto l’incarico di “potare” i cavi della centrale telefonica. Sarebbe però finito in galera più tardi a 36 anni, dopo un conflitto a fuoco di cui porta ancora conficcate nel corpo le sei pallottole che gli spararono. A 37 anni, dopo l’avvento del regime militare, sarebbe stato inserito nella lista dei prigionieri da giustiziare, qualora la lotta armata fosse ripresa. A 50 anni, dopo 14 anni trascorsi in carcere di cui 9 in isolamento, sarebbe tornato in libertà, grazie all’amnistia concessa dalla restaurata democrazia. A 59 l’ex floricultore tupamaro sarebbe stato eletto deputato di Montevideo, dopo aver convinto gli ex guerriglieri a trasformarsi in un partito politico legale. A 64 sarebbe divenuto senatore. A settant’anni sarebbe stato nominato ministro per l’Allevamento, l’agricoltura e la pesca nel governo del socialista Tabaré Vásquez: il primo presidente dell’Uruguay a non essere né un militare, né un membro dei due tradizionali partiti, Blanco e Colorado, che sono poi ancora quelli della Guerra civile in cui si trovò a combattere Giuseppe Garibaldi, schierato con il colorado Fructuoso Rivera contro il blanco Manuel Oribe. E ha 73 anni, quando dà le dimissioni per partecipare alle primarie interne del Frente Amplio, la grande coalizione che va appunto dagli ex tupamaros agli ex blancos ed ex colorados, passando per comunisti, postcomunisti, socialisti, socialdemocratici, democristiani, indipendenti e varie altre frattaglie del centrosinistra. Infine, a 74 anni, è eletto presidente, dopo essersi preso come suo vice Danilo Astori: l’ortodosso ex ministro dell’Economia che aveva sconfitto alle stesse primarie. E dopo tutto questo, il 16 agosto 2014, ormai 79enne, l’ex rapinatore di banche e potatore di cavi telefonici del Comando Che Guevara viene intervistato dall’Economist, che gli dedica una specie di ditirambo. Per il settimanale punto di riferimento del liberismo internazionale, José Alberto “Pepe” Mujica Cordano è infatti “il saggio di Montevideo”, la città dove è nato il 20 maggio del 1935: “Il guerrigliero diventato presidente, il più originale leader dell’America latina”, scrive l’Economist.

 

A colpire non soltanto l’Economist, e a fare di Mujica una star mondiale, è in particolare quell’informale “stile repubblicano” per cui il presidente-floricultore non viaggia con aerei ufficiali, ma soltanto con quelli di linea. E non si serve di auto blu, ma guida personalmente un vecchio Maggiolino degli anni 70 – anche se forse questo dettaglio acquisterebbe un sottofondo un tantino inquietante, se tutti ricordassero che il furto di Maggiolini VW era uno degli strumenti di finanziamento preferiti dai Tupamaros, appunto per la loro facilità a riciclarli.

 

La passione per ortaggi e fiori, assieme al secondo cognome italiano e forse a quella vaga rassomiglianza fisica con Lino Jannuzzi, gli viene invece da un nonno genovese. “Don Antonio” come tutti lo chiamavano, bravissimo a piantare ogni tipo di albero da frutto, era anche ardente cattolico, al punto da costruire personalmente una cappella con una campana portata apposta dall’Italia. La fede, Mujica però non l’ha conservata: in ciò si distingue dal suo predecessore Vázquez e aspirante successore, che ha dato le dimissioni dal Partito socialista dopo aver posto il veto alla legge sull’aborto. Anche la sua simpatia giovanile per i Blancos è inconsueta, in un paese dove gli oriundi italiani tendevano quasi automaticamente a votare Colorado, in quanto lo identificavano come232 “il partito di Garibaldi”. Ma come il nonno Pepe, Mujica continua ad approfittare di ogni momento libero per prendere in mano cesoie e innaffiatoio, e anche dopo aver votato, domenica scorsa, è subito corso a curare le sue zucche. Appunto per non rinunciare alle sue piante continua pure a vivere in una piccola fattoria alla periferia di Montevideo, dove vive con l’equivalente di soli 1.500 dollari al mese, devolvendo l’altro 90 per cento dello stipendio in beneficenza. Un’altra sua ferma rinuncia è quella alla scorta, anche perché la fallimentare esperienza della lotta guerrigliera, pur mai rinnegata, gli ha comunque lasciato una forte antipatia per le armi. “Io dico ai più giovani: quando parte il primo colpo, non si sa più quando partirà l’ultimo”, ripete spesso. Uniche a vegliare si di lui sono dunque Lucia Topolanski e Manuelita. Lucia, una settantenne con ascendenze paterne polacche e materne da una famiglia della vecchia aristocrazia uruguaiana, a sua volta ex guerrigliera e senatrice, che ha sposato nel 2005 dopo vari decenni di convivenza affettiva, politica e orticola. Manuelita, una cagnetta con tre sole zampe, presenza ineliminabile di tutte le interviste che concede nella sua fattoria, e destinataria a sua volta di una canzone che assieme al “Corrido de la Toma de Pando” rappresenta un po’ l’ideale colonna sonora della vicenda umana di Pepe. “Manuelita non è una cagna come tante, è astuta e molto sagace / nella sua mente di animale, ha coscienza sociale / è una pura proletaria, che zoppica nel camminare / Quattro zampe è un’ostentazione e secondo la sua convinzione / averne quattro è da borghese, se puoi vivere con tre / morte al cane con mantellina, oligarca pechinese / Manuelita, Manuelita chi direbbe dove stai / userai come tua cuccetta la poltrona presidenziale”.

 

[**Video_box_2**]Ancora più clamoroso l’elogio ottenuto da Barack Obama, se si pensa al modo in cui i Tupamaros nel 1970 avevano sequestrato e ucciso il cittadino statunitense Dan Mitrione: un uomo dell’Fbi prestato appunto come consulente della contro-guerriglia uruguaiana. E’ la vicenda che Costa-Gavras avrebbe portato sullo schermo appena due anni dopo nel film “L’Amerikano”: una storia in cui l’alter ego di Mitrione, Philip M. Santore, era interpretato da Yves Montand, e che per una imbarazzante simpatia verso i sequestratori sarebbe in pratica scomparso dalla tv italiana dopo il caso Moro. Dicendosi “fortemente impressionato” per le “nuove idee” di Mujica in materia di democrazia e diritti, nel riceverlo alla Casa Bianca lo scorso 12 maggio, Obama lo ha salutato come “un leader in tutto l’emisfero su questi temi”, ricevendone un interessamento per ospitare in Uruguay un po’ di detenuti di Guantánamo. Anche se meno comprensione c’è stata verso il paradosso per cui il governo di Montevideo mazzolava la Philip Morris con nuove leggi antifumo, e nel mentre varava una nuova legge per legalizzare la marijuana. Proprio l’antiprobizionismo ha procurato però a Mujica gli elogi di noti liberisti come George Soros e David Rockefeller, che lo hanno voluto incontrare personalmente. Per non parlare di Mario Vargas Llosa, un fustigatore della sinistra latinoamericana secondo il quale Mujica sarebbe invece “un liberale travestito da socialista”. Malgrado ufficialmente Mujica si consideri sodale di tutti i governi di sinistra latinoamericani, anche l’opposizione antichavista gli deve gratitudine, per il modo in cui ha apertamente consigliato prima Chávez e poi Maduro nel senso della moderazione.

 

Papa Francesco ha invece criticato la legalizzazione della marijuana, e certamente non ha gradito il ruolo di Mujica nel far approvare le leggi sull’aborto e sul matrimonio omosessuale. Quella sull’aborto, appunto, dopo che Vázquez l’aveva bloccata col suo veto. Orgogliosamente ateo, Mujica ha pure evitato di presenziare all’insediamento del Pontefice: in ciò peraltro risparmiandosi l’ipocrisia di altri suoi colleghi dell’America latina che sono accorsi a fare atto di omaggio, malgrado da sempre ai ferri corti con la chiesa. Ma ciò non ha impedito che l’incontro tra i due, l’ex guerrigliero e il Papa callejero, il 13 giugno del 2013, abbia avuto il sapore di una rimpatriata. “E’ stato come incontrare un amico di quartiere”, ha detto Mujica. “Ho incontrato un uomo saggio”, ha detto Francesco. Chiaramente il presidente che coltiva zucche e il Papa che ballava il tango si assomigliano, e lo stile con cui Mujica maltratta l’etichetta presidenziale ricorda molto lo stile con cui Bergoglio innova l’etichetta vaticana. C’è una indubbia affinità elettiva tra le due sponde del Río de la Plata, anche se poi proprio perché gli uruguaiani agli argentini assomigliano così tanto, nei loro confronti hanno sviluppato una vigile sensibilità identitaria. Un tipo di dispettoso campanilismo condito con sentimenti di superiorità abbastanza simile a quella che hanno ad esempio i ticinesi verso gli italiani, e di cui lo stesso Mujica fece largo sfoggio nel libro intervista con cui preparò la sua candidatura. “L’Argentina è un paese che cade a pezzi”. “Il peronismo è un fenomeno incomprensibile”. “I Kirchner sono una sinistra truffa”. “Menem è un mafioso”. “Non dirò che il popolo argentino è un popolo di tarati o una repubblica delle banane, ma certo che hanno reazioni da isterici, pazzi e paranoici”. “La politica argentina è un mistero che non è mai arrivato al livello della democrazia rappresentativa e dove l’istituzionalità non vale un cazzo”. Se con queste battute Mujica solleticava il campanilismo anti argentino dei suoi compatrioti, altre sparate su Cuba servivano invece a rassicurare sul fatto che l’ex tupamaro non avrebbe pilotato la “Svizzera del Sudamerica” verso un destino castrista. “Tutto cade a pezzi”. “La stampa cubana è illeggibile”. “A Cuba non c’è socialismo ma mafia”. Nel libro, spiegava anche che il suo modello politico era la Finlandia: paese in cui a fine mandato è tornato a fare una visita.

 

Il suo stile è rimasto quello, contribuisce a creare la sua fama, e ha continuato anche di recente ad esercitarsi. Ad esempio, con le sparate contro il premio Nobel per la Pace, per il quale era stato proposto. “In un mondo disastrato come quello di oggi, non avrebbe senso accettarlo”. Oppure nel modo aggressivo con cui ha difeso Luis Suárez dopo il morso a Chiellini. “Io non ho visto niente”. “La Fifa è una banda di vecchi figli di puttana”. “Era giusto che lo punissero, ma non che infliggessero sanzioni fasciste”. Nel suo mirino anche Twitter: “Che è questa mania di metterci ogni cosa?”. Però nel frattempo su Cuba ha raddrizzato. “Sempre mi chiedono: cosa pensa del Venezuela e di Cuba? Ma perché non mi chiedono sulla Cina? Non lo fanno perché è una potenza economica molto importante. C’è una tolleranza tremenda verso la Cina, e non con Venezuela e Cuba”. Ed ha raddrizzato anche sull’Argentina e Cristina Kirchner, malgrado gli scontri continui che i due paesi hanno continuato ad avere: sia come confinanti che come soci del Mercosur. “L’Argentina è meravigliosa. E’ un paese straordinario”, è arrivato a dire dopo l’incontro con Bergoglio. E nel momento in cui i sondaggi hanno suggerito che il Frente Amplio poteva correre qualche rischio nei confronti del centrodestra uruguaiano al voto di domenica, i giovani kirchneristi hanno organizzato addirittura una specie di carovana, per portare in bus gli uruguaiani di sinistra residenti in Argentina a votare in patria.

 

Ovvio che la cosa abbia stuzzicato gli umori anti argentini dell’opposizione. Che pure si è scatenata contro il pesante intervento di Mujica a favore della candidatura Vázquez, tacciata di incostituzionalità. Ma quasi tutti gli uruguaiani riconoscono che Mujica ha saputo vendere bene sia sé, sia il Paese. E riconoscono pure che sarebbe stato rieletto senza problemi, se la Costituzione non vietasse le ricandidature immediate. Ma Mujica ha fatto anche capire che, Costituzione o non Costituzione, lui si sarebbe comunque limitato a un mandato solo. Manuelita e le sue zucche lo aspettano!

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi