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La folle lotta di un’ultrafemminista per affermare che l’aborto è una virtù

La poetessa Katha Pollitt ha intitolato il suo saggio femminista “Pro” essenzialmente perché non sopporta l’idea che i pro life si chiamino così: “Chi non vuole essere a favore della vita?”. Non è altro che una manipolazione linguistica, dice, un inganno lessicale.

15 Ottobre 2014 alle 06:30

La folle lotta di un’ultrafemminista per affermare che l’aborto è una virtù

Katha Pollitt e la copertina del suo libro, "Pro"

New York. La poetessa Katha Pollitt ha intitolato il suo saggio femminista “Pro” essenzialmente perché non sopporta l’idea che i pro life si chiamino così: “Chi non vuole essere a favore della vita?”. Non è altro che una manipolazione linguistica, dice, un inganno lessicale che esprime una visione distorta dei protagonisti della culture war americana sulla vita. Da una parte ci sono gli amanti della vita, dall’altra i mortiferi sostenitori della libertà di scelta, e la dicotomia del vocabolario ha fatto passare l’idea che anche i sostenitori dell’aborto lo percepiscono in fondo come un male, un dramma da evitare, un espediente giustificabile con argomenti razionali ma pur sempre avvolto nella lana di ferro del senso di colpa. Se sei pro choice sei automaticamente contro la vita, questa la vulgata che Pollitt vuole scardinare facendo leva su un argomento sul quale anche buona parte del mondo femminista è reticente: l’aborto è una virtù. E’ un bene sociale. Non c’è nulla di cui vergognarsi, anzi, è quasi un vanto, una certificazione d’indipendenza da tutte le storture concettuali che gli “anti choice” hanno messo in circolo nel dibattito culturale.

 

Una volta il trittico sinonimico del femminismo pro choice recitava che l’aborto doveva essere “sicuro, legale e raro”, ma nella versione radicale di Pollitt “raro” è il termine spurio, un residuo mentale dell’idea che bisognerebbe fare di tutto per evitare di interrompere una gravidanza. Secondo l’autrice l’aborto di cui le donne devono reimpossessarsi è quello moralmente gioioso di “Obvious Child”, una specie di Juno rovesciato in cui la ragazza ingravidata per sbaglio finisce con leggerezza e ironia in una clinica abortiva il giorno di San Valentino, non incontra attivisti con cartelli che le pongono dilemmi di coscienza, non finisce in una crisi mistica, non perde tempo con ragionamenti e scrupoli. Va, fa quel che deve per riappropriarsi della propria vita, e torna a casa più contenta di prima. E’ così esplicitata l’idea dell’aborto come “no big deal”, faccenda minore su cui non bisognerebbe nemmeno più ragionare, come scrive la femminista Hanna Rosin su Slate: “Una minoranza di attivisti ci ha fatto il lavaggio del cervello. Soltanto fra il 7 e il 20 per cento degli americani dice ai sondaggisti che vuole mettere fuori legge l’aborto, ma quella minoranza rumorosa ci ha sottomesso con i suoi poster dei feti, con il suo assolutismo e le sue infiltrazioni nella politica americana”.

 

[**Video_box_2**]Pollitt, poetessa newyorchese che negli ultimi decenni si è buttata a capofitto in qualunque causa liberal, dalla lotta alla povertà alle proteste razziali, parla di “era dell’‘abbruttimento’ dell’aborto”, un clima culturale in cui quando va bene le donne sono costrette, in nome dell’accettazione sociale, a dire che hanno avuto un aborto ma non avrebbero voluto, è stata una decisione complessa, tormentata, difficile, quando invece dovrebbero “gridare ad alta voce che l’aborto è un bene sociale positivo”. Le domande stesse poste dai sondaggisti che prendono la temperatura del paese sulla questione trasmettono un senso implicito di vergogna: “Le domande sono così crude e dirette che la gente ha paura a rispondere in modo sincero. Dicono quello che li farà apparire come persone buone”, e aggrappata al fondo della battaglia culturale sulla vita c’è ancora l’idea, retrograda e medievale, che abortire è un male che sarebbe meglio evitare. “Pro” è un esercizio di onestà intellettuale che trasuda delusione per gli esiti della rivoluzione sessuale, processo drammaticamente incompleto che necessita di una nuova riappropriazione del diritto all’aborto per non finire nel ricatto implicito di una cultura che ha ancora la pretesa di stabilire che il bene è diverso dal male. L’obiettivo è spiegare che non esistono evidenze nella realtà, soltanto finzioni sociali, manipolazioni linguistiche e sensi di colpa indotti per limitare la portata altrimenti illimitata della volontà.

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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