Il Grande Gatsby su una sola cosa non mentiva: il suo amore per Daisy, che non a caso lo porterà alla morte (Leonardo DiCaprio, protagonista del “Grande Gatsby” di Baz Luhrmann, 2013)

Vite bugiarde

Umberto Silva

Ho letto saggi e romanzi ove si trattava di bugie, menzogne e falsità. Le si smascherava, le si giudicava e catalogava, e via via che leggevo queste voci così precise e sicure di sé mi suonavano false, come se fosse impossibile sentenziare sul vero o sul falso da una cattedra o dalla bocca più sapiente.

Ho letto molti saggi e romanzi ove si trattava di bugie, menzogne e falsità. Le si smascherava, le si giudicava e catalogava, e via via che leggevo queste voci così precise e sicure di sé mi suonavano false, come se fosse impossibile sentenziare sul vero o sul falso da una cattedra o anche dalla bocca più sapiente. Tuttavia la falsità che ho percepito, e che scrivendo ora percepisco, non m’impedisce di parlare e di scrivere, sento che c’è del vero in quel che dico anche se non è la verità. Se pensassi di dirla sarei un gran bugiardo, chi può pensare di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità? Nessuno; tuttavia chi tace pensando così di evitare le trappole della falsità, si getta nelle sue braccia. Lascio volentieri il mutacismo al giovane Lord Chandos – che ora avrebbe sui trecento anni, essendo il suo celebre smarrimento avvenuto nella metà del Sedicesimo secolo. Il silenzio fu la strada senza sbocco che l’eroe di Hugo von Hofmannsthal scelse, disgustato dalla propria e altrui loquela, reputata falsa, irrimediabilmente corrotta e inascoltabile, “indecente”. Sordido gli apparve il pronunciare parole come anima, spirito, corpo, parole che riteneva irrimediabilmente contaminate dall’uso corrente. Lo straripante mondo delle sensazioni lo annichiliva, costringendolo ad anticipare il celebre detto di Wittgenstein: “Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. Nobilissime scelte, tanto nobili da risultare snob; a un certo punto nel monacale esilio quel silenzio che ha nomea d’essere d’oro appare pacchianamente dorato, a sua volta falso e menzognero. Non più un atto di umiltà, un tacere che permette l’ascolto di angelici canti, quanto piuttosto un’ostinazione cupa, un tacere per timore di esporsi, di mentire. In tal modo della menzogna si diventa i più ostinati complici. Meglio, molto meglio, dire una cosa e il suo contrario, dirli con slancio come se davvero vi si credesse, e ridere. Meglio prendersi in giro che sul serio. Dal silenzio di Cordelia ci salvi il monologo di Molly Bloom!

 

Da una parte la parola e dall’altra il silenzio, entrambi viziati e viziosi, entrambi menzogneri se presi nella spirale di Lord Chandos e del suo mentore, quel divino Hugo che già a diciassette anni era perfetto, al punto che i personaggi dei suoi memorabili libri morivano esausti e stralunati per tanta perfezione. Vent’anni dopo, il protagonista di un altro celebre libro di Hofmannsthal, “L’uomo difficile”, pensa di potere vivere in un eterno malinteso, tra il dire tacendo e il tacere parlando. Incontrando la Donna Coraggiosa, l’Uomo Difficile attenuò il raffinato gioco delle perle di vetro, ma per scompigliarlo ci volle altro. Improvviso il reale irruppe nella vita di Hofmannsthal: suo figlio si suicidò a vent’anni e l’ancor giovane padre fu colto da un infarto che lo uccise. L’emozione - l’emottisi di Kafka, Keats e tanti altri, lo sbocco di sangue – scardina i nostri indugi, non rispetta i nostri tempi e testimonia della più profonda e irrimediabile verità, amorosa in questo caso come in tutti i casi. Un amore che spinge un padre a seguire il figlio in quelle terre dai cui confini più nessuno torna, nell’idea di potersi in un qualche modo ricongiungere a lui. La Riconciliazione è il grande miraggio dell’arte di Hoffmannsthal, della sua vera vita.

 

Essendo io stesso un uomo difficile e piuttosto bugiardo, ho avuto modo di riconoscere mon semblable, mon frère, per dirla con Baudelaire e Eliot, in molti uomini, donne e specchi. Tutti siamo bugiardi, alcuni lo sanno, altri no, nel senso che riescono a credersi leali e senza macchia, alcuni tra dubbi e tormenti, altri del tutto convinti. I bugiardi consapevoli sono i più felici, un falso d’autore, dichiarato, firmato e fin apprezzato. Quelli invece che si credono veri trovano il loro incubo nello specchio: quando dallo specchio cerchiamo conferma della nostra sincerità, vediamo facce che fanno paura, non perché siano brutte ma perché sono le nostre, e noi sappiamo chi siamo, anche se facciamo finta di non saperlo. Fingiamo d’interrogarci: “Chi sono io?”. E sui giornali colti scriviamo che “nessuno sa chi è, e chi sostiene il contrario è un presuntuoso”. Così dicendo si pensa di fare bella figura in certi ambienti, finché a cena ci ritroviamo a dire, tutti in coro: “Chi siamo noi per poter giudicare?”. Alla pari dell’altrettanto celebre “Torni a bordo, cazzo!”, la frase del Papa è diventata un leitmotiv e mi è capitato anche di sentirla a una riunione di alcolisti. Per dire che si dispiacevano della loro logorrea, si sono messi a biascicare prima: “Chi sono io per…”, e poi addirittura a urlare: “Chi cazzo sono io per…”. E ho dovuto farli star zitti con le cattive maniere.

 

Gli alcolisti mi annoiano a morte, preferisco uno schizoparanoide con retrogusto sadico; il classico motto in vino veritas è assolutamente da vietare nei testi scolastici onde non creare nuovi disgraziati: non si deve pensare che da sbronzi si dica la verità, si dicono un sacco di scemenze con una voce talmente insopportabile che anche le parole vere suonano false. Epperò tocca ascoltare anche gli alcolizzati, perché Scott Fitzgerald era uno di loro insieme a un mucchio di gente che invidio, e quindi è doveroso ogni tanto fare gli esseri umani per meritarci il paradiso, di cui peraltro non si parla più. Eppure nelle chiese i quadri paradisiaci la fanno ancora da padroni, perché allora non celebrare il paradiso e azzardare qualche ipotesi sulla sua natura? Si teme di mentire, di dire il falso? D’ingannare? Occorre pur dire certe cose, ad esempio che se si vota Grillo si va all’inferno, come all’inferno si andava quando si votava Togliatti, mentre chi ha la pazienza di fare il bravo e prega e pensa le cose giuste in paradiso ci va, ma è il caso di dirglielo, se no c’è il pericolo che nel silenzio di chi dovrebbe cantarne le lodi lui stesso si senta dapprima imbarazzato e poi passi armi e bagagli agli altri, i nullisti. Il paradiso è la grande verità di sempre, ora è taciuta perché tutti la credono la più grande menzogna; i preti e i papi dicono qualsiasi cosa ma del paradiso si vergognano, cadono in quel che i padri gesuiti chiamano – chiamavano? – “rispetto umano”, temono il sorrisino ironico dei non credenti, o, peggio ancora, il sorrisino comprensivo, o rassegnato, o, peggio del peggio, temono che neppure sorridano ma facciano finta di niente. Altro che sottostare al ricatto mondano, occorre parlar chiaro e a brutto muso chiedere: “Europei, credete al paradiso? No? Peggio per voi, andrete all’inferno”.

 

Intanto gli snob pensano di andare chissà dove, nel Nulla con la N maiuscola che fa tanto chic, altro che il niente che è roba da morti di fame. Nel Nulla a fare poi cosa lo sanno solo loro; ripongono una forte attesa in questo Nulla, alcuni per tagliar la corda da se stessi e molti altri perché sotto sotto pensano che il Nulla sia un qualcosa. Ho conosciuto una signora che a una cena diceva che il Nulla non è proprio nulla ma ci sono dei filamenti qua e là, e tutti ad annuire fingendosi convinti, gli occhi bassi a tagliare il manzo come se stessero compiendo un delitto. In realtà questa storia dei filamenti non andava giù, ma la padrona di casa insisteva e ci aveva invitati apposta per dire la storia dei filamenti, che non era proprio granché a tavola. Anche le padrone di casa mentono, dicono: “Oh che piacere che siate venuti!”, sì il piacere di far del male ai loro ospiti, come del resto anche la Verdurin di Proust, che metteva insieme il bel mondo perché tutti dicessero male uno dell’altro. Beh, ’sta tipa dei filamenti mi guardava con occhi cattivissimi perché io neppure facevo lo sforzo di dirle “sì, qualche filamento nel Nulla c’è, basta attendere che prima o poi…”. No, facevo la mia faccia che non saprei più definire da quando la persi in una certa vergognosa occasione, e però deposi le posate. Ecco, nell’èra attuale si osa contrapporre al paradiso dantesco quattro schifosi filamenti di dubbia provenienza, giusto perché il Nulla fa paura, anche se fa chic. Chic ma anche paura, così ben gli sta a chi crede di farla franca. Vorrei potere annunciare la morte di quella signora, la sua discesa agli inferi, ma mentirei, essa vive tuttora, e sebbene non la frequenti più i suoi filamenti ancora mi perseguitano.

 

Mi sono chiamato bugiardo, ma anche questa è una bugia del tipo più ricercato, la vanità. Povere creature senza guida amiamo denigrarci per potere pensare di essere qualcuno. Sballottati tra verità che assomigliano tremendamente a menzogne, definendoci bugiardi cerchiamo di darci un tono, di trovare un nostro ruolo, e invece precipitiamo in una palude ancora più melmosa. Tutti si vantano di essere criminali, sporcaccioni, cretini, miserabili, disgraziati, assassini, ladri, si vantano e portano prove che pensano concrete, e le esibiscono nei teatri del mondo e nel cabaret di casa. Ma è una bugia, si spacciano per quel che non sono. Non sono nemmeno dei veri miserabili, il verbo “sono” è un decoro che spettò al secolo del grande Descartes, che lo innescò col “cogito”, un inebriante pungiglione. Siamo oggi nell’epoca dell’inesistenza, ove la menzogna più in voga è spacciarsi per qualcuno, quando invece si è quel che si è ovvero quel Nulla che si brama diventare un giorno. E chi se ne compiace, già è Nulla. Anzi, niente.

 

[**Video_box_2**]La vanità è il vivaio della bugia, là dove essa cresce senza freno, giusto per dare lustro alla propria immagine, che per un qualche oscuro o luminoso motivo pare sempre compromessa da un peccato originale. Che so, da un’umile nascita di cui, invece che rallegrarsi ci si vergogna; nessuno è più masochista dello snob, nasconde il meglio ed esibisce il peggio. Si mente per vanità e anche per vergogna, sorella della vanità. Ci si vergogna di quel che si è, e ci si spaccia per altro, ma proprio nell’atto di spacciarsi ci si rivela per quel che si è. La smania di mascherarsi ci rivela nella nostra essenza più profonda: la paura dell’altrui giudizio, proiezione del proprio. Signor snob, racconti di quando piccino lavava i pitali e avrà il nostro plauso. Macché! Eccolo escogitare una miserabile bugia, essendo le bugie vanitose le uniche davvero miserabili, e derise. Il bugiardo pensa di trionfare; convinto di avere a che fare con uomini onesti e un poco babbioni finge di dimenticare che tutti colgono al volo la bugia dell’altro poiché a loro volta mentono. Fingono di credere nell’altrui bugia, assentono, mostrano il migliore dei sorrisi, e intanto preparano la punizione. Per esempio non lo invitano più alle cene mondane, lasciandolo macerarsi per giorni e mesi e anni senza comunicargli il vero motivo dell’esclusione, accampando strane scuse, sicché il disgraziato si arrovellerà senza mai sapere la cagione della sua disgrazia.

 

Mentendo si dice la verità, ma per coglierla occorre ascoltarsi. Sordo è chi si assorda per non intendere quel che di vero, nel suo delirio, dice. Lui non lo ascolta ma altri sì, e glielo rimandano. Ma lui urla più forte e le loro parole risultano vane. Peccato, perché la bugia incontra la gloria quando si trasfigura e diventa altro, quando tradisce se stessa, la propria funzione, la volontà di potere, la consapevolezza. Quando vola e si dimentica di sé, dello scopo. Le donne e i bambini, i più avidi di bugie, supplicano l’uomo: “Raccontami una storia, una vera storia, e se non l’hai inventala, dimmi una bugia, ma che sia bellissima, grande come una casa, come il palazzo dell’imperatore, tanto grande che io possa perdermi nei suoi meandri ove scoprire qualcosa di nuovo, qualcosa di te, perché questo soprattutto m’interessa”. E’ la bellezza a far la differenza tra una bugia e un racconto, e se Keats scrisse l’immortale verso “Bellezza è verità, verità è bellezza”, è proprio per dire questo, se no avrebbe detto verità è sincerità o roba del genere; no, ha detto bellezza, perché anche una bugia può essere bella se grande come il diamante dell’Hotel Ritz di cui narra Fitzgerald. Uno che di bugie se ne intendeva assai: dalle parti di Cap d’Antibes erano il pane quotidiano degli yankee pieni di soldi e di amore per la dissipazione e grazie ai fiumi di alcol soggiornavano sempre ai confini della realtà con l’allucinazione. Il Grande Gatsby su una sola cosa non mentiva, il suo amore per Daisy che non a caso lo porterà alla morte, come si addice a un onest’uomo nel profondo. Si dimenticherà di mentire: lui che amava travestirsi da eroe di guerra, da industriale, da ogni cosa, alla fine del gioco, inconsapevolmente, vestirà i panni dell’uomo che odia e morirà al suo posto. In una piscina naturalmente, almeno quella. Il bugiardo, chi crede di gestire la realtà come meglio gli aggrada, che pensa d’essere in qualche modo padrone del sapere dell’altro e di poterne determinare in certe occasioni il destino, non sa che in realtà all’altro si sta consegnando.

 

Le piscine attraggono i grandi bugiardi innamorati, come ne fossero la culla e la tomba. In “Sunset Boulevard” è l’ingenuo William Holden a rimetterci le penne, lui che credeva di poter tradire Gloria Swanson, la regina di quel cinema muto caro a Lord Chandos e a Wittgenstein. Eccolo l’ancor giovane Holden galleggiare a faccia in giù, innamorato della parola al punto di raccontarci la sua vita anche da morto. Gloria Swanson s’indispettisce ed entra in competizione: “Mr. DeMille, sono pronta per il primo piano”.

 

Sublime faccia tosta superata sola da una certa Mlle Sommery che, nella Parigi della Restaurazione, sorpresa in flagrante con un tizio, negò spudoratamente l’evidenza. E poiché l’amante in carica protestava, addolorata gli disse: “Ah, vedo dunque che non mi amate più, credete più ai vostri occhi che alle mie parole”. Il misogino marito della tolstoiana “Sonata a Kreutzer” l’avrebbe scannata con un surplus di godimento, ma Stendhal non è russo, è francese e la racconta con ammirazione; e forse anche l’amante tradito ha sorriso per tanta audacia, per la sovrana sfida della parola alla realtà, per l’estrema richiesta d’amore. Mai andrei al Festival della Mente, ma correrei subito al Festival della Menzogna.

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