Due curdi osservano i combattimenti in corso a Kobane dall'altra parte del confine, in Turchia (foto AP)

Se cade Kobane, cadiamo tutti

Paola Peduzzi

Gli strike non bastano, ci vogliono le forze di terra, dice la Turchia. I canti delle soldatesse curde.

Milano. Se Kobane non fosse dov’è, se non fosse a due passi dal confine tra Siria e Turchia in mezzo a una piana in cui tutto è visto e visibile, la sua caduta nelle mani dei jihadisti dello Stato islamico sarebbe una sconfitta come tante altre, un’altra città siriana sotto il controllo di al Baghdadi. Se Kobane non fosse quella che è, la città simbolo della resistenza curda e della resistenza di tutta la coalizione occidentale-araba che combatte contro lo Stato islamico, l’esperimento sul campo del mix tra airstrike americani e truppe sul terreno che non sono della coalizione ma sono le milizie curde, l’ultimo dispaccio del Pentagono sul numero di attacchi dal cielo non ci avrebbe fatto rizzare i capelli in testa. Si legge: otto attacchi a Kobane e, due righe sotto, quattro attacchi ad Ayn al Arab. Ma Kobane e Ayn al Arab sono la stessa città, lo stesso obiettivo: il primo è il nome dato dai curdi, il secondo è il nome imposto dal regime siriano di Assad. Possibile che al Pentagono non lo sappiano?

 

Abbiamo sentito della caduta di Falluja, all’inizio di quest’anno, ma ancora lo Stato islamico era un’entità che la diplomazia internazionale tendeva a buttare nel calderone del jihadismo, come se non fosse già chiaro che era qualcosa di più forte, organizzato, ricco e feroce di tutto quel che avevamo visto operare in quell’area senza più confine a cavallo tra Iraq e Siria. Abbiamo sentito della caduta di Mosul, lo strazio e la crudeltà nei confronti dei cristiani, le donne rapite e stuprate, i bimbi ammazzati, le fosse comuni, e abbiamo deciso di intervenire. Ora la caduta di Kobane è in mondovisione: sulla collina al confine turco ci sono giornalisti e telecamere da tutto il mondo (e gli sgherri dello Stato islamico li controllano e li seguono: un reporter rapito è bottino inestimabile per la propaganda del Califfato), si vedono le colonne di fumo che si alzano dalla città – lo Stato islamico ha già conquistato tre quartieri –, si vedono le bandiere nere issate dallo Stato islamico a ogni metro conquistato, e si sentono i canti patriottici delle soldatesse curde che celebrano la loro resistenza. Sotto ai nostri occhi va in onda la guerra tra curdi e jihadisti, e allo stesso tempo si mostrano le contraddizioni e le inefficienze che hanno impedito alla coalizione internazionale di spezzare il momentum dell’avanzata dello Stato islamico su Kobane – tutta la falsità di cui è fatta la materia siriana, per cui ogni intervento è limitato e circoscritto e ponderato e sempre emergenziale. L’assedio va avanti da settimane, l’acqua è stata tagliata, non arriva più, e i comandanti curdi hanno spesso fatto sapere agli americani che organizzano ogni giorno gli attacchi aerei che gli obiettivi colpiti non erano quelli giusti. “Palazzi vuoti, depositi senza dentro nulla”, dicono. E sì che i quaranta carri armati che conquistano la piana di Kobane si vedono quasi a occhio nudo, e sì che lo Stato islamico non ha fatto nulla per nascondere che lì, in questa battaglia che è cruciale per noi e per loro, tra i suoi novemila soldati ci sono gli uomini migliori, i ceceni soprattutto, molti dei nomi che sono nella killing list di questa guerra aerea.

 

[**Video_box_2**]Eppure gli airstrike finora non hanno funzionato, nella difesa della città-simbolo di questa fase del conflitto. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha detto che non assisterà alla caduta di Kobane ma farà di tutto per evitarla, ieri ha ammesso quel che molti dicono da un po’, cioè che gli attacchi aerei non sono sufficienti, ci vuole un sostegno militare da terra. Ne ha parlato con i francesi – impegnati per ora soltanto in Iraq – e ieri ci sono stati altri aistrike americani, anche di giorno. Il sostegno da terra arriverà dalla Turchia? I curdi temono di no e denunciano l’attendismo di Erdogan, che non soltanto fa crollare le speranze di Kobane ma anche tutto il processo di pace avviato – questo, sì, con successo – tra Ankara e il Pkk. Per non parlare di quel che accadrebbe se la bandiera dello Stato islamico (ce n’è già una enorme pronta da sventolare) finisse sui palazzi di Kobane: almeno cinquemila morti nel giro di un paio di giorni, tanto per cominciare. Ma le vittime civili non sono un gran tema, quando si parla di Siria, e allora guardiamo la cartina geografica: con la conquista di Kobane si consoliderebbe un collegamento diretto tra le posizioni dello Stato islamico nella provincia di Aleppo e la “capitale” strategica Raqqa nell’est. Il Califfato avrebbe così il controllo di una bella fetta del confine turco-siriano.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi