Per capire la giustizia negata ai nostri Marò bisogna ripercorrere i fatti

Qualunque sarà l’esito della loro vicenda, nel cuore dei nostri di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone resterà per sempre l’incubo della verità negata. La verità è lì, nei fatti, eppure è come non esistesse.

19 Settembre 2014 alle 14:44

Per capire la giustizia negata ai nostri Marò bisogna ripercorrere i fatti

I marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone (foto LaPresse)

Roma. Qualunque sarà l’esito della loro vicenda, nel cuore dei nostri due Marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, resterà per sempre l’incubo della verità negata. La verità è lì, nei fatti, eppure è come non esistesse. Così bisogna ripercorrere, fotogramma dopo fotogramma, quanto accaduto veramente nel pomeriggio del 15 febbraio 2012.

 

Primo: l’attacco alla Enrica Lexie avviene alle 16,25 locali e in acque internazionali (oltre 20 miglia dalle coste indiane) da parte di un barchino pirata, con uomini armati a bordo, tant’è che nessuno parla, nel messaggio originale che segnalava un “Approach pirate attack”, della presenza di un peschereccio e men che meno del St. Anthony.

 

Secondo: le dichiarazioni rese durante un’intervista televisiva e alla presenza di agenti della polizia di Kochi dal comandante del St. Anthony, Freddy Bosco, secondo cui l’incidente e la morte dei due pescatori sarebbero avvenuti verso le 21,20 ora locale. Cioè cinque ore dopo l’allarme lanciato dalla Lexie.

 

Terzo: la denuncia inoltrata alla guardia costiera indiana da un peschereccio poco dopo le 21,30,  che parlava di un incidente con un mercantile e della morte di due pescatori. Una circostanza riferita agli inquirenti anche dal comandante in seconda della nave italiana, Carlo Noviello, secondo cui la guardia costiera di Kochi aveva avuto, nello stesso giorno dell’incidente della Enrica Lexie, un conflitto a fuoco con due barchini pirata che avevano cercato di assaltare una nave greca. Sarà la stessa guardia costiera indiana a invitare, alle 21 e 36, il cargo italiano a invertire la rotta e rientrare nel porto di Kochi dicendo, ricorda Noviello, “che avevano catturato due barchette sospette pirata e volevano l’eventuale riconoscimento da parte nostra”.

 

Quarto: l’esistenza di una perizia balistica farlocca, fatta in assenza dei periti di difesa, che non riesce a spiegare come sia possibile che colpi sparati a 150 metri di distanza e da un’altezza di oltre 21 metri fuori dell’acqua (la petroliera era vuota), avessero raggiunto il peschereccio con una traiettoria orizzontale.

 

Quinto: l’esistenza mai rivelata di foto, e forse anche di un breve filmato, realizzate nel giorno dell’incidente da bordo della Enrica Lexie, che ritrarrebbero il barchino pirata durante il suo tentativo di abbordaggio e le manovre di allontanamento. Sennonchè le dimensioni e i colori dell’imbarcazione risulterebbero diversi da quelli del peschereccio St. Antony su cui erano imbarcati i due pescatori uccisi.

 

[**Video_box_2**]Questa è la verità dei fatti. Eppure nessuno ne ha tenuto conto consentendo che fosse propalata dalle autorità indiane una storia falsa. Intanto resti segregato e privato della tua libertà. Lo stress ti divora e il fisico ne risente come se stessi di colpo invecchiando. Poi succede che un giorno ti senti male. Dicono che puoi tornare quattro mesi a casa ma non sei felice. Sai che un ostaggio resta in India, sai di essere anche tu un ostaggio al quale hanno concesso quattro mesi d’aria. “Portate rispetto” ha chiesto Latorre sapendo che la dignità è l’unica cosa che è rimasta a lui e Girone. Né li consola che i loro colleghi sulla Enrica Lexie, quelli del Centro operativo interforze (Coi) e del Comando operativo della Marina (Cincnav) di Santa Rosa (nord di Roma), conoscano bene la verità. Essa non è stata mai fatta valere per affermare, sin dall’inizio, l’innocenza dei nostri Marò.

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