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Il Papa e il califfo

La storia fra islam e occidente comincia a rendere giustizia al discorso di Ratisbona, dice Weigel. L’intellettuale cattolico sul mensile First Things spiega che l’islam deve ancora rispondere alle domande sulla libertà religiosa e sull’organizzazione laica della società che il discorso di Benedetto XVI aveva aperto.

18 Settembre 2014 alle 15:39

Il Papa e il califfo

Papa Benedetto XVI

New York. Otto anni dopo il discorso di Benedetto XVI sull’allargamento della ragione, arriva la “vendetta di Ratisbona”, la sua giustificazione postuma che sbugiarda  chi, nel mondo musulmano e nell’occidente del politicamente corretto, ha dapprima osteggiato e poi obliato l’invito a un vero dialogo. L’intellettuale cattolico George Weigel sul mensile First Things spiega che l’islam deve ancora rispondere alle domande sulla libertà religiosa e sull’organizzazione laica della società che il discorso di Ratisbona aveva aperto. Il dialogo s’è interrotto e al suo posto è cresciuto il Califfato, dice Weigel; se dovesse ripartire occorre “dire chiaramente che l’uso della forza contro il regno del terrore è moralmente giustificato”.

 

E’ il momento della “vendetta di Ratisbona”, della giustificazione postuma del discorso di Benedetto XVI sull’allargamento della ragione, finito sotto l’assedio di una coalizione di musulmani e occidentali proni ai dettami del politicamente corretto, e poi ricacciato nel seminterrato della storia. “Benedetto XVI, ne sono certo, non trae nessun piacere dalla vendetta del suo discorso. Ma i suoi critici del 2006 dovrebbero farsi un esame di coscienza intorno all’obbrobrio che hanno perpetrato contro di lui otto anni fa”, scrive George Weigel, intellettuale cattolico e biografo di Giovanni Paolo II, sulla rivista First Things. Per Weigel, il medio oriente passato a fil di spada dai tagliagole dello Stato islamico è la prima prova che la concezione adulterata del logos a cui faceva riferimento l’imperatore bizantino Manuele Paleologo nel dialogo con il suo interlocutore persiano non s’è magicamente rovesciata. “Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”, affermava l’imperatore nella sua serrata critica all’islam e alla sua concezione radicalmente trascendente del divino, non illuminata dalla ragione greca né da quella moderna. Di azioni secondo ragione nel Califfato di Abu Bakr al Baghdadi se ne vedono ben poche, ma per Weigel la vera attualità di Ratisbona sta nel fatto che l’islam in questi otto anni di dialogo strozzato o intermittente non è riuscito a rispondere alle due domande che promanano dal discorso: “La prima domanda riguarda la libertà religiosa: i musulmani possono trovare, fra le loro risorse spirituali e intellettuali, argomenti islamici a favore della tolleranza religiosa? Questo sviluppo desiderabile, suggerisce il Papa, potrebbe condurre nel tempo, nei secoli, a una teoria più completa della libertà religiosa islamica”, scrive Weigel.

 

[**Video_box_2**]La seconda domanda senza risposta riguarda l’organizzazione della società islamica: “I musulmani possono trovare, sempre fra le loro risorse spirituali e intellettuali, argomenti islamici per distinguere fra autorità religiosa e politica in uno stato di diritto? Questo desiderabile sviluppo potrebbe rendere le società musulmane più umane e meno pericolose per i loro vicini”. Insomma, dice Weigel, il discorso di Ratisbona voleva aprire un dialogo ma ha ottenuto porte sbattute sul muso dell’occidente e complessi di colpa post coloniali, eppure le domande che ha suscitato sono ancora tutte lì, esposte alla contraddizione invincibile che la violenza del fondamentalismo islamico nuovamente suscita. Una modernità islamica è possibile? E’ desiderabile? Può aiutare a rimettere in armonia ragione e fede? “Il Papa – continua Weigel – ha ammesso che ci sono voluti sforzi enormi per sviluppare una dottrina cattolica della libertà religiosa nel quadro di una politica in cui la chiesa aveva un ruolo decisivo nella vita sociale, ma non era implicata nella governance. Ma il cattolicesimo alla fine ce l’ha fatta: non arrendendosi al secolarismo, ma usando quel che ha imparato dalla modernità politica per scavare a fondo nella propria tradizione”.

 

Per quanto riguarda il dialogo con l’islam, Weigel dice con un eufemismo che al momento è “improbabile”, ma “dovesse ripartire, dobbiamo prepararci a elencare chiaramente le patologie dell’islamismo; dobbiamo finirla con le scuse astoriche per il colonialismo del XX secolo; e dobbiamo dire pubblicamente che di fronte a fanatici assetati di sangue come i responsabili del regno del terrore in Siria e Iraq l’uso della forza, disposta prudentemente e con l’intento di difendere innocenti, è moralmente giustificato”.

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