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Parla B-XVI

Due papi valgono più di uno. Ratzinger manda un messaggio proselitista e antirelativista, scende per un attimo dal monte su cui era salito un anno e mezzo fa, come Pietro sul Tabor, e ricorda che rinunciare alla Verità per dedicarsi ex toto corde al dialogo interreligioso nella speranza di realizzare la pace nel mondo è qualcosa di “letale per la fede”.

25 Ottobre 2014 alle 06:27

Parla B-XVI

Papa Benedetto XVI (foto LaPresse)

Benedetto XVI, Papa emerito, scende per un attimo dal monte su cui era salito un anno e mezzo fa, come Pietro sul Tabor, e ricorda che rinunciare alla Verità (quella con la V maiuscola) per dedicarsi ex toto corde al dialogo interreligioso nella speranza di realizzare la pace nel mondo è qualcosa di “letale per la fede”. Il proselitismo, dopotutto, ha anche qualcosa di santo, sebbene non sia tenuto in palmo di mano dal Papa regnante. Certo, la chiesa cresce per attrazione come disse ad Aparecida sette anni fa, davanti al cardinal Bergoglio incaricato di preparare il documento della conferenza latinoamericana poi divenuto programma del suo pontificato, ma è anche vero che Cristo “incaricò i suoi apostoli, e tramite loro i discepoli di tutti i tempi, di portare la sua parola sino ai confini della terra e di fare suoi discepoli gli uomini”.  Qualche giorno fa, la Pontificia università Urbaniana ha dedicato al teologo perito del Concilio, nonché prefetto custode della fede e Sommo Pontefice, l’Aula magna. E lui, Benedetto, ha mandato un  messaggio che sa tanto di lezione magistrale imbastita su uno dei terreni che più conosce, quello della Dominus Iesus giubilare, la dichiarazione della congregazione per la Dottrina della fede che scatenò polemiche furibonde fuori e dentro la chiesa, anche da parte di cardinali illustri la cui teologia in ginocchio oggi è pubblicamente lodata.

 

“Oggi molti sono dell’idea che le religioni dovrebbero rispettarsi a vicenda e, nel dialogo tra loro, divenire una comune forza di pace”, si legge nel breve benedettiano: “In questo modo di pensare, il più delle volte si dà per presupposto che le diverse religioni siano varianti di un’unica e medesima realtà; che ‘religione’ sia il genere comune, che assume forme differenti a seconda delle differenti culture, ma esprime comunque una medesima realtà”. Questa “rinuncia alla verità sembra realistica e utile alla pace fra le religioni nel mondo”, ma è “letale per la fede”, che “perde il suo carattere vincolante e la sua serietà, se tutto si riduce a simboli in fondo interscambiabili, capaci di rimandare solo da lontano all’inaccessibile mistero del divino”. Altro che Dio non cattolico, altro che Onu delle religioni da istituire secondo quanto dicono Zapatero e Peres, subito presi in parola da qualche settore curiale desideroso di novità all’ombra del cupolone. Si stanno eludendo, scrive il Papa emerito,  “le domande fondamentali della fede”, con il rischio di mettere “tra parentesi la questione della verità su Dio”, presupponendo “che sia irraggiungibile e che tutt’al più si possa rendere presente ciò che è ineffabile solo con una varietà di simboli”. Dottrina pura, che può anche creare quei “malintesi” che Walter Kasper quindici anni fa annotò metodicamente commentando le proteste di comunità religiose non cattoliche che vedevano spegnersi le fiammelle accese a metà degli anni Ottanta ad Assisi. Non è un caso che i commentatori americani, liberal o conservatori che siano, abbiano letto nel messaggio ratzingeriano un ammonimento severo al proliferare di “idee relativistiche” circa la verità religiosa.

 

[**Video_box_2**]Basta occultare la parola proselitismo, che Francesco definì in una delle sue interviste una “solenne sciocchezza”. Convertire si può e si deve, ma con delicatezza. E qui la dialettica dei due papi risale verso Francesco. Aprire le porte della chiesa, lasciando da parte codicilli e norme, se necessario anche la dottrina che piace tanto agli zelanti e agli intellettualisti bacchettati sabato scorso in chiusura di Sinodo, e guardare di più alle persone, come fece anni fa con una mamma di Buenos Aires che gli parlò del figlio cresciuto nei quartieri degli spacciatori: “Non va a messa”, disse al cardinale Bergoglio secondo quanto scrive Paul Vallely nella biografia del Pontefice regnante “Pope Francis – Untying the Knots”, ampiamente ripresa da Newsweek. E lui, subito, chiese se fosse un bravo ragazzo. “Oh sì, padre Jorge”, rispose lei. “Bene, questo è ciò che conta”, chiuse il discorso il futuro Papa Francesco.

 

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