Matteo Renzi a "Porta a Porta" (foto LaPresse)

L'erede

Giuliano Ferrara

Basta vederlo dall’antico Vespa, in breve anteprima, non dico che manchi solo la scrivania di ciliegio, ma quasi. Il tortellino è una citazione di D’Alema col risotto, ma siamo su pianeti diversi, il segno gastronomico è esornativo e fuorviante. Quello di Renzi, di pianeta, è lo stesso del Cav.

Basta vederlo dall’antico Vespa, in breve anteprima, non dico che manchi solo la scrivania di ciliegio, ma quasi. Il tortellino è una citazione di D’Alema col risotto, ma siamo su pianeti diversi, il segno gastronomico è esornativo e fuorviante. Quello di Renzi, di pianeta, è lo stesso del Cav. (e non solo del Berlusconi delle origini, sebbene per lo stato nascente del fenomeno l’analogia si faccia identità senza riserve). Basta chiacchiere, è il momento del fare, l’Italia è grande e grossa e si difende, basta che i professionisti delle tartine, o gufi, vengano messi a tacere, basta che si vada oltre i confini di destra e sinistra, che si unifichi intorno a una maggioranza che si vorrebbe assoluta, per decidere, il troncone buono e operoso del paese, l’alleanza sociale di sostegno al progetto, cambiando l’assetto istituzionale nel frattempo, e poi mettendo in esecuzione il patto sociale per il cambiamento contro burocrazie e pietrificate culture di classe e di establishment. Berlusconi ebbe i voti delle periferie e degli operai, devastò la bolsa sicurezza di sé del Pci-Pds-Ds, arrivò a un pelo dal capolavoro di governare da sinistra essendo titolare di un blocco originario conservatore, e Renzi simmetricamente si gloria del consenso ricevuto dal ceto medio moderato intorno alla sua percentuale europea, che non può essere fatta solo di seguaci della sinistra e del Pd, insomma è a un pelo dal capolavoro di governare in senso riformista e innovatore, economicamente e socialmente a destra, ma dando soddisfazione al blocco di riferimento (il nostro futuro sono gli insegnanti, che è il pendant di distinzione rispetto al nostro futuro lectio Cav. che sono gli imprenditori medi e piccoli). Come ha giustamente notato Alberto Asor Rosa, ma con implicazioni grottesche d’orrore ideologico, Renzi non ha nella sua coscienza politica nemici, e nemmeno avversari, la sua non è la retorica di una rivoluzione da sinistra contro la quale si muovono le forze della reazione in agguato, ha al massimo competitori, con i quali un bipolarismo sano intrattiene rapporti di consenso e dissenso, di comunanza e alterità, ma senza rotture o guerre guerreggiate.

 

Renzi sta suscitando, et pour cause, le stesse antipatie feroci e ideotipiche evocate come spettri del passato dal Cav. Con la differenza che il suo punto di partenza non è la riunificazione di un blocco conservatore, ma la rivitalizzazione senza alternative palatabili del blocco di sinistra, nella sua versione mai sperimentata in Italia di una sinistra postideologica, generazionalmente connotata da un certo jemenfoutisme e dall’allegria, e volete che un vecchio e intemerato berlusconiano pop, come me, non si innamori del boy scout della provvidenza e non trovi mesta l’aura di spregio che circonda di nuovo il caro leader? Naturalmente, come è accaduto nel caso di Berlusconi, l’amore non è cieco. Può sempre far danni, ma può anche accompagnare una vecchiaia meno turpe di quella approntata per noi dai manettari delle procure tristi e dai comitati benecomunisti del Valle o dell’Ambra Jovinelli. Bisogna essere prudenti, cauti, procedere lentamente, non scoprirsi, ed è per questo che invece la facciamo sbrigativa, polemica, sapendo che nella rapidità e nel ritmo saremo fregati un’altra volta. Ma fregati, ho detto? Ho sbagliato. Renzi ha il divino tocco di chi legittimi per il solo fatto di esistere (grazie, scout) vent’anni di tormenti e di incertezze, tutti vissuti nella dignità di un buon servilismo professionale, così diverso dal servilismo procuratizio o establishmentario in voga nei circoli dell’Italia che piace. In più, per dirla con l’Avvocato compianto, se vince lui vinciamo tutti, se perde lui perde solo lui. No?

 

[**Video_box_2**]Ma queste sono poi fanfaluche, escogitazioni per non morire di noia. Resta la presenza politica inquietante ma provvidenziale dell’anomalo al comando, ché se poi vogliamo dirla tutta non poteva essere altro l’esito della rivoluzione antipartito, dello sbrocco antipolitico dei ceti medi riflessivi e dei loro successori, i somari del dottor Gribbels. La democrazia italiana aveva una sua scuola, una sua storia, un suo consumato e corroso sistema di riferimenti, e tutto è scomparso insieme alla cortina di ferro che la proteggeva; sostituirla con l’alleanza di media e magistrati della pubblica accusa, più squattrinati e titolari di bellurie, non poteva che danneggiare fino al midollo l’osso della politica; e la grande fantasia del populazzo (sì, viene da Ludovico Ariosto anche questo) sta nella sua capacità di far rivivere il sogno, il dream e l’ice cream, di due Grandi Innocenti che si fanno signori nell’aura di delitto.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.