Carlo Cressini (1864-1938), “Le stiratrici” (particolare), collezione privata

L'età del ferro

Nicoletta Tiliacos

Nell’epoca dei selfie e delle condivisioni, spopolano sul web le foto in cui ci si compiace di fare le cose normali di una volta. Si scopre per esempio il fascino del ferro (da stiro).

La notizia non è che la giornalista Concita De Gregorio, tornata a Rep. dopo essere stata direttrice dell’Unità, si dedichi alla stiratura di un paio di jeans – di uno dei figli, pare – nel soggiorno di casa sua. La notizia non è nemmeno che tutto questo accada a Roma una domenica mattina (31 agosto, per l’esattezza), in una giornata calda abbastanza da suggerire attività forse meno commendevoli ma anche meno foriere di sudamina. No. La notizia – per così dire – è che Concita De Gregorio ha deciso di condividere con i suoi undicimila e passa contatti di Facebook (vale a dire con il mondo intero) la foto con cui è stato per sempre fissato quel domestico evento. Non diversamente, sia chiaro, da chi espone in bacheca erga omnes la foto in posa in spiaggia a Maratea o il selfie con il cane sullo sfondo della Torre di Pisa o il bacio con il fidanzato su quello del tramonto alle Maldive o la tavola apparecchiata per la festa di compleanno del nipotino.

 

[**Video_box_2**]Scattata presumibilmente da un famigliare e intitolata (ironicamente? affettuosamente?) “Buona domenica”, la foto della stiratura festiva di Concita De Gregorio esibisce, magari per caso, ispirazione e taglio quasi vermeeriani. C’è la donna, Concita, alle prese con il ferro Vaporella (o Imetec o De Longhi o Rowenta o quel che sia, ma comunque modernamente dotato di serbatoio-caldaia) invece che intenta al tombolo o a versare il latte da una brocca in un piatto. La luce irrompe di lato, nella penombra della stanza, come vuole la tradizione del chiaroscuro fiammingo che è caldo, quieto, nitido, mai drammatico. Il tutto rimanda a un superiore ordine del mondo, che è nel potere delle mani umane custodire, facendo ciò che va quotidianamente fatto: stirare il bucato, nella fattispecie, e scusate se è poco (sulla spalliera del divano nella casa di Concita De Gregorio vediamo altri panni e indumenti ben piegati, già passati sotto il ferro della padrona di casa: che si tratti di una delle monumentali lavatrici da ritorno dalle ferie? Vai a sapere). Va comunque detto che è almeno dall’epoca di “Amor dammi quel fazzolettino” (canzone popolare di inizio Novecento, già interpretata mirabilmente da Yves Montand ma anche da Gigliola Cinquetti e da Orietta Berti: “Amor dammi quel fazzolettino / te lo stiro col ferro a vapore / ogni pieghina un bacino d’amor”) che la nobile arte della stiratura non otteneva tanta attenzione e, vorremmo aggiungere, tanta inaspettata e autorevole valorizzazione.

 

Decine le reazioni, documentate sul social network, a coprire tutte le possibili nuance: dallo stupore (“Poche intellettuali si mostrerebbero in situazioni così normali, ma anche nobili”) all’entusiasmo (“Grande oltre che bella!!!”), dal dileggio (“Domenica è sempre domenicaaa, si sveglia la città con le campaneee”; “Ma guarda, stira come una comune casalinga, veramente commovente”) all’incredulità (“Ho l’impressione che sia spento. Non si vede alcun vapore nell’aria. Mah!”).

 

Faccende che in altri tempi avrebbero trovato spazio nell’inesauribile e accogliente colonnino “E chi se ne frega” del vecchio inserto satirico della citata Unità, sollecitano ora le coscienze e le intelligenze, mobilitano filosofie, sociologie e perfino dietrologie: non sarà che Concita, “donna in carriera e intellettuale”, sta invitando di bel nuovo le femmine a dedicarsi – concretamente e non metaforicamente – alla calza e ai suoi derivati? Lo ipotizza sospettoso, per esempio, il blog Lettera D (dove “D” sta per donna).

 

Altro che “scatti privati” e immagini osé rubate alle giovani e procaci dive americane, di certo costernate ma forse ancor più gratificate da tanta pubblicità e morbosa attenzione: la nuova frontiera della libidine a portata di visualizzazione con un clic è quella dell’ovvio. Il più casalingo e pantofolaio che ci sia. E’ la porta di casa semiaperta a favor di sbirciatore, come usava nei paesini ma pure in certi condomini delle città italiane fino agli anni Sessanta, a indicare che “qui non c’è niente da nascondere”. Nulla è abbastanza banale e ordinario e comune da non poter essere mostrato e “condiviso”, e niente è così prosaico da non poter essere esibito. Anzi: è esibito proprio perché è comune, ordinario, prosaico, e perché si fa eccezionalmente e graziosamente prosaico, ordinario e comune chi si mostra in quelle attività.

 

L’asse da stiro di Concita sta lì a dimostrarlo, nuovissimo monumento all’età dell’indiscrezione, non più temuta ma serenamente accettata. Ora che anche quella che chiamano letteratura contemporanea è piena, come ha notato Alberto Arbasino intervistato da Sandra Petrignani, “di angoli cottura, divani letto, posti motorino, personaggi in crisi, malattie delle mamme e disturbi delle zie”, vorremmo negare proprio a Instagram la sacrosanta missione per cui è stato inventato ed è stato comprato a peso d’oro da Zuckerberg, vale a dire rendere straordinario l’ordinario? C’è davvero chi se la sente di censurare, se non di reprimere nel sarcasmo, i fasti della nuova “età del ferro” (inteso naturalmente come ferro da stiro)?

 

Non sia mai. Già ci sentiamo di prevedere future attività di emulazione, che trarranno finalmente dall’ombra virtù domestiche fin qui nascoste, ad arricchire i profili di donne e di uomini pubblici e illustri, ché almeno su questo le quote rosa e quelle azzurre converrà si bilancino al millimetro. Nell’età del ferro, il vantaggio è dato dalle piattaforme dei social network. Poche chiacchiere, molte foto, molti punti esclamativi, moltissimi “mi piace” e il bello del tempo reale, atto a far arrivare commenti, apprezzamenti e congratulazioni perfino in corso d’opera.

 

Basta che si abbandoni un ritegno fuori tempo massimo a mostrarsi in disarmo, se non proprio in mutande, sorpresi come per caso (Concita docet) nella cornice casalinga, un po’ come Cincinnato sul campicello. Potatura di siepi o confezionamento di sottaceti, piccoli bucati a mano o preparazione di merende, rammendo di calzini o decorazioni a piccolo punto, pulizia dei sanitari o spolveratura accurata di alte e profonde librerie, che fa molto ceto medio riflessivo: ciascuno potrà scegliere il fattivo contesto che più gli si addice, assecondando le proprie inclinazioni naturali. Meglio, invece, evitare le più banali attività culinarie, fin troppo inflazionate e quindi sospette di un eccesso di narcisismo e di inopportuna affettazione di creatività. Tutt’al più, si potrà corredarle di mansioni umili, come la pelatura delle patate e la rigovernatura delle stoviglie (a mano, niente elettrodomestici). Ma perfetto è anche il pane fatto in casa o l’acqua portata dal pozzo con un secchio.

 

Attività d’antan, insomma, perché emotivamente niente è efficace e attuale come il passato. Nella nuova età del ferro (sempre da stiro), stiamo infatti scoprendo che l’apoteosi tecnologica, il moltiplicarsi delle piattaforme, la sempre maggiore accuratezza nella registrazione e nella diffusione dei dati – è in arrivo, dicono, la possibilità di condividere i profumi – precipita nella più antica e radicata delle passioni: farsi i più minuti e insignificanti fatti del prossimo (sempre ammesso che ci sia ancora qualcosa di insignificante, nell’età del ferro). In cambio, si deve essere disposti a praticare e a subire l’identico invito perpetuo e illimitato a entrare in casa, a spalancare armadi, frigoriferi, scarpiere, porte di sgabuzzini e di bagni, ad aprire fino all’ultimo cassetto del comò, nell’ansia gioiosa di “condividere condividere condividere tutto”.

 

Nanni Moretti a spasso per Monteverde in “Caro diario” poteva solo fantasticare sulle vite e le cose nascoste dietro le finestre chiuse delle palazzine e dei villini di via Dandolo. Ma oggi un giretto su Facebook e Instagram, invece che in Vespa, sarebbe in grado di mostrargli anche quello che probabilmente mai avrebbe voluto vedere. Perfino il filosofo inglese Jeremy Bentham, con il suo settecentesco e infantile Panopticon, ci fa la figura del povero dilettante. Se nel suo carcere ideale tutti erano ininterrottamente sorvegliati senza saperlo – metafora usata e abusata nella descrizione dei totalitarismi e delle istituzioni totali alla Foucault – la nuova età del ferro vede i carcerati che inseguono il povero carceriere per raccontargli fino allo stremo tutto di sé, come accade con certe petulanti signore appena conosciute che in treno vogliono implacabilmente ragguagliarti sui particolari dei loro disturbi digestivi o delle loro notti insonni. Alla tradizionale e sorpassata visione collettiva delle diapositive del matrimonio di Giuseppe e Laura, o di quelle del viaggio in Patagonia del caro amico Sergio (riti ai quali ci si sottoponeva volontariamente, seppur riluttanti, ma ormai da confinare senz’altro nell’archeologia) si è sostituita l’ininterrotta e generalizzata e non arginabile attività di documentazione e autodocumentazione dell’ovvio, con tanto di suono apposito sullo smartphone, per tutto il giorno, più volte al giorno: come faccio colazione, quello che si vede dalla finestra del mio bagno, come mi lavo i denti, come se li lava il pupo, come passo in panciolle o al tavolo da stiro la domenica mattina.

 

Il desiderio più diffuso, constatava ieri il regista Paolo Virzì intervistato da Repubblica, “è disporre di un palcoscenico”, mentre l’idea di felicità è “sperare di avere una buona reputazione su Twitter”, secondo la regola generalizzata dell’“esclusivo di massa”. L’importante, come si diceva, è scoprirsi – e mostrarsi – felicemente e straordinariamente ordinari. Giacomo Leopardi, alla fine dello “Zibaldone”, a suo modo ci aveva avvertito: “La cosa più inaspettata che accada a chi entra nella vita sociale, e spessissimo a chi v’è invecchiato, è di trovare il mondo quale gli è stato descritto, e quale egli lo conosce già e lo crede in teoria. L’uomo resta attonito di vedere verificata nel caso proprio la regola generale”. Afflitti dall’emergenza, da paure molto più grandi di noi e – sospettiamo – molto più grandi di chi ci governa, continuiamo ad aspirare alla “regola generale”, e a questo punto vogliamo sentirci confortevolmente parte di essa. Vogliamo farci selfie mentre mangiamo un gelato cioccolato e pistacchio con nostro cugino o mentre andiamo a spasso con il labrador e comunicarlo a qualche migliaio di persone, senza farci distrarre dalle notizie sull’avanzata del Califfato o sul conflitto russo-ucraino. Da confinare, queste ultime, nella categoria della fiction. Non tanto diversamente, si narra, gli europei di cent’anni fa, meno interconnessi ma altrettanto inconsapevoli, vivevano l’ultima estate della Belle Epoque, prima che la guerra li aggredisse come un brutto sogno dal quale non fu possibile svegliarsi che a carissimo e sanguinoso prezzo.

 

Più comodo dedicarsi ai tinelli, propri e altrui, e lasciar perdere montagne, deserti e altopiani di un oriente troppo indecifrabile e minaccioso. Sta succedendo in Francia, per esempio, dove più che sulle imprese dell’Isis o sul cessate il fuoco tra separatisti e Kiev, l’interesse collettivo si concentra furiosamente in questi giorni sul libro-vendetta della ex del presidente Hollande, Valérie Trierweiler. A dispetto della riprovazione della gente che conta e della politica tutta (“non lo leggeremo mai”, è stato il mantra ripetuto da personaggi della maggioranza e dell’opposizione in questi giorni: figuriamoci se qualcuno ci crede), pare che la tiratura iniziale di duecentomila copie, considerata all’inizio fin troppo ottimistica, si sia al contrario rivelata già insufficiente, dopo due soli giorni dall’uscita, a fronteggiare le richieste delle librerie. E dire che in quello che offre “Merci pour ce moment” (Les Arènes) non c’è nulla di particolarmente pruriginoso o segreto, e che non sia stato già immaginato o anticipato. C’è però qualcosa di più: la descrizione, da parte di una donna tradita e comprensibilmente incattivita, di una normalità un po’ gretta, di peccatucci veniali capaci di screditare il presidente dei francesi molto più di qualsiasi epica cattiveria, perché lo assimilano al vicino di casa antipatico: lui, pensate un po’, ama i grandi ristoranti, rivela per esempio la Trierweiler. E non mangia fragole se non di una certa qualità pregiata, e nemmeno patate che non siano di Noirmoutier, per non parlare della carne sotto vuoto, che gli fa schifo. E allora? Allora è esattamente quello che il curioso che abita in ciascuno di noi vuole sapere, è l’occhieggiare beffardo nei minuti e insignificanti casi altrui. Il curioso (ciascuno di noi) è invitato da Valérie a sedersi sulla sponda del letto dove lei e François il viziatello si scambiano battute da brutta telenovela, del tipo: “Da quanto tempo va avanti questa storia?”. “Solo da un mese. Anzi no, da sei”. E’ la normale, comune vita degli altri, ormai precariamente protetta dalle pareti domestiche, forziere diventato più che mai penetrabile nell’età del ferro.

 

L’eterna ambizione umana di vedere e sapere tutto – il minuto e l’insignificante, non meno e a volte di più del meraviglioso e dello straordinario – è anche il tema dell’ultimo saggio narrativo di Salvatore Silvano Nigro (“Il portinaio del diavolo. Occhiali e altre inquietudini”, 157 pagine, 16 euro) appena uscito per Bompiani. E’ un viaggio letterario, da Boccaccio a Sciascia, passando per Edgar Allan Poe e Anna Maria Ortese e tanti altri, alla scoperta dell’impossibile innocenza dello sguardo e degli artifici che in ogni tempo hanno cercato di potenziarlo, per renderlo luciferinamente pervasivo, onnisciente, indiscreto. Come lo sguardo del diavolo zoppo nell’omonimo romanzo di Alain-René Lesage, pubblicato nel 1707. Concludere un patto con lui, scrive Nigro, significava poter “vedere, per contratto, ciò che si nasconde sotto i tetti: la realtà vera, senza maschere e senza ovatta, frequentata dai più vari miracoli dell’insipienza e della follia; dei vizi, dei capricci, e delle manie. I visitatori inattesi, che tutto vedevano senza essere visti da nessuno, con le loro aeree passeggiate avevano accesso a una più vera scienza del mondo, a una realtà profonda: a una comprensione immaginativa del reale; al vero dell’immaginario”. Nello sguardo di Michele, negli “Indifferenti” di Alberto Moravia, o in quello di Giovancarlo, nella “Pietra lunare” di Tommaso Landolfi, c’è (fantasticata nel primo caso, praticata nel secondo) la vertigine dell’onniscienza, a spese di ignari vicini di casa spiati nelle loro più intime e banali attività. E anche nelle pagine di Georges Simenon, nota ancora Nigro, “le finestre non sono mai oneste. Sono maligne”, e i vicini sono sempre osservati “come pesci in un acquario”.

 

Ora, nel grande acquario dei social network, quell’inclinazione maligna, da occhio del demonio, sembra definitivamente ribaltata nel suo contrario… o forse è solo l’ennesimo trucco diabolico, buono per l’età del ferro?

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