Non solo spread

Andrea Garnero

Dopo oltre sei anni di crisi, l’Unione deve far fronte a livelli record di disoccupazione e debito pubblico. La crisi ha dato il colpo di grazia, ma i problemi vengono da lontano. Idee draghiane (non contabili) per la crescita. Un’anticipazione dal think tank Bruegel Institute.

Nomina sunt consequentia rerum. In questi tre mesi, complice anche qualche difficoltà inattesa, hanno dominato i nomina, più che le res. Ora, però, siamo a settembre e i futuri commissari dell’Unione europea devono prepararsi ai test di ingresso del Parlamento europeo. Un contributo importante arriva dal think tank Bruegel che oggi presenta a Bruxelles una dettagliata agenda di lavoro per i prossimi cinque anni, 168 pagine di analisi e proposte concrete per ogni principale dossier. Le sfide principali che i ricercatori di Bruegel, guidati da Guntram Wolff e André Sapir, identificano sono tre: la situazione economica, il funzionamento delle istituzioni e l’ormai inevitabile riforma dei trattati.

 

Dopo oltre sei anni di crisi, l’Unione deve far fronte a livelli record di disoccupazione e debito pubblico. La crisi ha dato il colpo di grazia, ma i problemi vengono da lontano, da quella trasformazione globale che l’Ue e i paesi membri non sono stati capaci di affrontare, come ha plasticamente dimostrato il fallimento clamoroso della Strategia di Lisbona che mirava a fare dell’Europa “l’economia più competitiva e dinamica del mondo entro il 2010”. Per ripartire, secondo Bruegel, è necessaria una strategia complessiva per la crescita. Detta così sembra un’ovvietà, in realtà si tratterebbe di una rivoluzione copernicana per la Commissione. Significa non trattare i singoli dossier in maniera separata e spesso in risposta a un’emergenza. Vuol dire capire che le politiche di bilancio si tengono con quelle commerciali che si legano a quelle migratorie che dipendono dagli investimenti in educazione, ricerca e sviluppo. Un commissario alla Crescita dovrebbe fare questo: avere una visione di insieme e superare gli inevitabili conflitti. Si potrebbe fare un passo avanti se davvero il presidente Jean-Claude Juncker creasse una Commissione con al massimo una dozzina di aree tematiche con commissari senior a coordinamento, un po’ come i nostri ministri rispetto ai sottosegretari. Ciò scontenterebbe alcuni stati, ma renderebbe la Commissione più omogenea ed efficiente.

 

Al di là degli elementi organizzativi, quali strumenti servono alla futura Commissione? Le riforme strutturali a livello dei singoli paesi rimangono imprescindibili. Al primo posto per Bruegel vengono le liberalizzazioni, soprattutto nei servizi. In questo campo nessuno è esente, neanche la virtuosa Germania. Poi le riforme del lavoro e sociali. Terzo il sistema giudiziario e la Pubblica amministrazione. Infine, l’università e la ricerca che nell’intero continente hanno difficoltà a tenere il passo dei competitori. Tre sono i paesi che Bruegel consiglia di sorvegliare con attenzione: Francia, Germania e Italia che contano per due terzi del pil dell’Eurozona e metà di tutta l’Ue. In Germania il livello di investimenti rimane troppo basso (tanto che la Deutsche Bank in una nota ha lanciato una Ice Bucket Challenge per coprire il gap di investimenti infrastrutturali). Francia e Italia, invece, devono ancora essere tenute d’occhio perché gli elevati livelli di debito e deficit possono destabilizzare nuovamente l’intera zona euro mentre le riforme tardano a venire. L’invito di Bruegel è a non allentare la pressione politica perché François Hollande e Matteo Renzi portino a casa risultati tangibili. Però, sulle regole fiscali, secondo Bruegel, si può consentire una parziale flessibilità ma solo per permettere un aggiustamento più graduale. De facto, Bruegel è in linea con l’ultima versione della “flessibilità” che il presidente del Consiglio Renzi ha esplicitato ieri nella sua intervista al Sole 24 Ore: rispetto del tetto del 3 per cento sul deficit, ma tempi più lunghi per la riduzione del debito in cambio di un percorso chiaro di riforme approvate. Per Bruegel, infatti, è chiaro che l’Italia non sarà in grado di rispettare il percorso di riduzione del debito se non ci saranno tassi di crescita e inflazione più elevati. Le politiche dell’offerta non bastano, anzi da sole e non coordinate rischiano di essere controproducenti, e Bruegel – come il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi – invita la Commissione a tenere in considerazione la situazione complessiva dell’area euro e non solo dei singoli stati e chi può, alias la Germania, a spendere per gli investimenti necessari.

 

Il ruolo possibile della presidenza italiana

 

Bruegel, però, chiede anche un salto qualitativo alla politica economica europea. Non solo concentrarsi sulla sorveglianza ma creare anche i primi elementi di una reale politica fiscale europea. Per fare questo serve un bilancio degno di questo nome: nel 2016 è prevista una revisione del quadro finanziario 2014-2020 e quella dovrà essere l’occasione per una riflessione sulle modalità di finanziamento del budget dell’Unione. Fin da subito, invece, bisogna realizzare il piano di investimenti promesso da Juncker, da una parte stimolando i singoli stati a investire e a rendere più facile l’afflusso di capitali privati insieme all’aumento di capitale della Banca europea degli investimenti (Bei) e la creazione di project bond europei. Nel medio periodo, poi, la nuova leadership europea deve discutere delle forme di una “capacità fiscale”, magari nella forma di un sussidio di disoccupazione europeo che si attivi nei momenti di crisi per aiutare i paesi in difficoltà.

 

La seconda grande sfida che i ricercatori di Bruegel vedono per l’Ue è quella della riforma delle istituzioni. Il successo dei partiti euroscettici alle ultime elezioni europee ha dimostrato, nero su bianco, che Bruxelles è percepita come “sprecona, burocratica e non democratica”. La futura leadership dovrà riconquistare almeno parte della fiducia perduta e trovare un equilibrio in un’Unione sempre più a due velocità, tra chi è dentro e chi è fuori l’euro, tra chi vuole più Europa e chi vuole meno Europa, o addirittura pensa di uscirne come il Regno Unito.

 

Infine, a coronamento di tutto questo, i nuovi strumenti creati durante la crisi e la riforma delle istituzioni rendono ormai inevitabile una riforma dei trattati. In questi cinque anni, l’Ue ha reagito alla crisi lavorando troppo spesso a margine (qualcuno dice anche oltre) di accordi che prevedevano solo un’unione nella buona sorte.

 

La tre sfide, economica, istituzionale e di revisione dei trattati, secondo Bruegel vanno affrontate insieme, ma l’urgenza richiede di avere già a dicembre una strategia di crescita chiara. In questo la presidenza italiana dovrà giocare un ruolo forte in supporto a Juncker. Poi da metà 2015 sarà necessario cominciare a riflettere sul futuro dell’Unione e magari su una nuova Convenzione che porti a una riforma dei trattati. Vaste programme. Ma inevitabile.

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