Draghi spaventa Berlino

Giovanni Boggero

Alla vigilia dell’attesa conferenza stampa di domani del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, in Germania torna ad alzarsi il livello delle polemiche sulla gestione dell’eurocrisi.

Alla vigilia dell’attesa conferenza stampa di domani del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, in Germania torna ad alzarsi il livello delle polemiche sulla gestione dell’eurocrisi. Non ci sono soltanto le telefonate di fuoco (smentite) della cancelliera Angela Merkel al banchiere centrale, ma anche le nuove uscite pubbliche euroscettiche di importanti settori dell’establishment, come quella registrata nelle ultime ore e di cui protagonista è Thomas Mayer, capo economista di Deutsche Bank fino alla fine del 2012.

 

Il 22 agosto scorso a Jackson Hole, negli Stati Uniti, Draghi aveva auspicato che, accanto alla leva monetaria attivata dalla Bce e all’accelerazione delle riforme strutturali, l’Eurozona considerasse anche un possibile maggiore utilizzo della leva fiscale per combattere la recessione. Sottinteso: specie negli stati che se lo possono permettere, visto lo stato migliore dei loro conti pubblici. Di conseguenza sulla stampa tedesca si è riacceso il dibattito sulla bontà delle attuali strategie anticrisi di Francoforte. Alla questione se l’Eurotower agisca o meno nei limiti del proprio mandato, quando annuncia di voler allontanare lo spettro della deflazione con interventi straordinari sui mercati, si aggiunge la mai sopita querelle relativa al grado di flessibilità nel percorso di consolidamento fiscale da concedere agli stati membri che promettono riforme strutturali. Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, e la cancelliera Merkel si sono limitati di recente a esprimere fiducia in Draghi, anche se le loro dichiarazioni pubbliche suonano più come un tentativo di ridimensionare la portata degli annunci provenienti da Francoforte che non come un sostegno incondizionato al presidente della Bce.

 

Il governo di Berlino, d’altra parte, deve misurarsi con un’opinione pubblica diffidente nei confronti delle sempre più frequenti richieste di “flessibilità fiscale”. Il consenso per la gestione della crisi da parte della cancelliera è solido. Le voci dell’opposizione parlamentare ecologista e della sinistra estrema al governo di grande coalizione tra cristiano-democratici e socialdemocratici sono flebili e sparute. Nondimeno, una discreta fetta di classe dirigente continua a essere insoddisfatta di come il governo affronta la crisi dell’Eurozona. Per molti osservatori tedeschi, il rilassamento e la flessibilità tollerati da Berlino, insieme con le misure non convenzionali annunciate da Francoforte, pongono le basi per nuove crisi economiche in futuro.

 

Di questo avviso sono innanzitutto gli euroscettici di Alternative für Deutschland (AfD), che nelle recenti elezioni nel Land della Sassonia hanno raccolto addirittura il 9,7 per cento dei consensi, il miglior risultato dalla loro fondazione nel 2013. Ma il malcontento non è incanalato soltanto nel partito dei professori e giornalisti che lottano contro la moneta unica. In questi giorni, Frank Schäffler, un ex parlamentare liberale con il piglio da intellettuale, ha gettato le fondamenta per un nuovo think tank che scuota le coscienze tedesche intorpidite dallo statalismo di destra e di sinistra.

 

Il pensatoio, che si chiamerà “Prometeo-L’istituto della libertà”, avrà tra i suoi principali sostenitori e analisti anche Thomas Mayer, ex capo economista di Deutsche Bank tra il 2010 e il 2012. Oggi Mayer rimane un consulente del principale istituto bancario tedesco ed è anche editorialista della Frankfurter Allgemeine Zeitung, il più influente quotidiano conservatore del paese. L’istituto analizzerà la crisi da una prospettiva euroscettica, qual è quella difesa da Schäffler, ex parlamentare del Fdp. Creato sul modello dell’americano Cato Institute, con il quale Schäffler ha avuto contatti di recente, l’istituto proporrà analisi e commenti economici al servizio di opinione pubblica e classe politica.

 

Mayer al Foglio: “Differenze culturali”
Raggiunto telefonicamente dal Foglio, Thomas Mayer sostiene che non è più possibile svolgere un simile lavoro intellettuale all’interno della Friedrich Naumman Stiftung, la Fondazione del Partito liberale. Il nuovo think tank Prometeo invece non ha secondi fini politici: “Il mio sostegno non è motivato da un interesse per la nascita di un nuovo partito politico. Non credo peraltro di avere alcun talento per la politica”. Certo è che le tesi di Mayer, in linea con quelle della cosiddetta “scuola austriaca di economia”, riprendono molti punti fermi della vulgata anti euro. “Dopo la crisi finanziaria – dice Mayer – oggi l’Eurozona è nel bel mezzo di una crisi dell’economia reale. Il motivo è che i membri dell’Unione monetaria sono troppo diversi culturalmente ed economicamente per poter vivere insieme in armonia. Fintantoché tali differenze rimarranno non sarà possibile assicurare alcuna stabilità finanziaria e dei prezzi”. E qui cala il giudizio negativo sul banchiere centrale Mario Draghi. “Draghi ha soltanto allontanato nel tempo i problemi. Oggi c’è senz’altro stabilità finanziaria, ma si è persa la stabilità dei prezzi. Se la Bce dovesse riuscire a sconfiggere la deflazione, questo porterà alla fine a nuova inflazione. Stabilità finanziaria e dei prezzi si avranno soltanto quando le differenze sopra citate saranno scomparse. Ma questa evoluzione non è né probabile, né auspicabile”. Il rimedio anche per Mayer, ex capo economista di una delle più importanti istituzioni finanziarie tedesche, sembra essere soltanto uno: la frammentazione delle aree monetarie e la fine dell’euro.

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