Draghi e altri mostri spaventano Merkel

Marco Valerio Lo Prete

Angela Merkel non ha alzato il telefono per chiamare Mario Draghi. La cancelliera tedesca, piuttosto, ha afferrato la cornetta per rispondere a una telefonata del presidente della Banca centrale europea. Un dettaglio tutt’altro che ininfluente.

Roma. Angela Merkel non ha alzato il telefono per chiamare Mario Draghi. La cancelliera tedesca, piuttosto, ha afferrato la cornetta per rispondere a una telefonata del presidente della Banca centrale europea. Soltanto un dettaglio, quello aggiunto ieri dal portavoce della Merkel sul turbolento colloquio tra i due leader europei svelato domenica dallo Spiegel. Un dettaglio tutt’altro che ininfluente, però, per un paese come la Germania che dell’autonomia della Banca centrale dalla politica ha fatto un totem intoccabile. Dopodiché è stata confermata la smentita sui contenuti della conversazione; per il portavoce di Berlino, “non ha nulla a che vedere con la verità” la ricostruzione fornita dallo Spiegel, quella secondo cui Merkel avrebbe richiamato Draghi al rispetto prioritario dell’austerity, dopo le aperture del banchiere “a un ruolo maggiore della politica fiscale” in occasione del summit americano di Jackson Hole la settimana scorsa.

 

Altri dettagli potrebbero saltare fuori,  oppure tutto verrà declassato a episodio di retroscenismo minore. Per il momento, per esempio, il presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, che pure finora non si è risparmiato schermaglie verbali (a distanza) in Europa, ha detto: “Dobbiamo smetterla di parlar male della Germania”. Meglio prendere Berlino come “un modello” per riforme strutturali come quella del mercato del lavoro, ha detto Renzi in conferenza stampa, proprio mentre a Parigi stava per iniziare un incontro tra Draghi e il presidente francese François Hollande. D’altronde adesso le cancellerie europee, più che ai contenuti del misterioso colloquio telefonico Draghi-Merkel, sembrano interessate all’apparecchio telefonico di Merkel. E’ alla luce infatti di altre telefonate ricevute in queste settimane dalla cancelliera che si capirebbe il senso politico del colloquio con Draghi, avvenuto alla vigilia della riunione di giovedì della Bce, e nel pieno di un pressing montante per chiedere scelte più espansive della politica monetaria a sostegno dell’economia reale. Draghi o non Draghi, di questi tempi la linea telefonica dell’ufficio di Merkel sarà stata spesso occupata per questioni spinose e decisamente domestiche. E così a Berlino non mancano i motivi per tornare a impugnare in pubblico la bandiera rigorista in Europa. E poi magari smentire. Lasciando che a fare il duro con la Bce sia il ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble.

 

Situazione macroeconomica meno rosea del previsto, rapporti con l’establishment industriale più burrascosi delle attese e segnali elettorali di difficile interpretazione. Ecco le grane domestiche di Merkel, scrutate con attenzione in tutta Europa. Ieri la cancelliera ha liquidato l’affermazione degli euroscettici di Alternative für Deutschland (AfD) alle elezioni del Land di Sassonia parlando di “voto di protesta”. L’AfD ha ottenuto il 9,6 per cento dei consensi alle elezioni del Land facendo leva sul tema dell’immigrazione incontrollata, quindi l’euro non c’entra. E’ la tesi più consolatoria per Berlino. Effettivamente è probabile che tanti elettori della Sassonia, dove comunque la Cdu di Merkel ha vinto, non abbiano votato esclusivamente per testimoniare la propria insofferenza rispetto a politiche europee considerate troppo lassiste verso i paesi periferici, e quindi vessatorie per il contribuente tedesco.

 

E’ però innegabile, secondo gli analisti tedeschi, che l’AfD da un paio d’anni sia riuscito a occupare lo spazio politico che un tempo era dei Liberali (con cui la Cdu di Merkel ha governato in coalizione), e che le tesi esplicitamente euroscettiche siano responsabili dell’avanzata elettorale del movimento: 4,7 per cento alle elezioni federali del 2013 (a un soffio dallo sbarramento del 5 per cento), 7,6 per cento alle elezioni europee del 2014, 9,6 per cento nel Land di Sassonia. Si rivelasse pure un fuoco di paglia, l’odore di bruciato viene comunque avvertito ai vertici del partito merkeliano.

 

 

Proprio l’uscita dal Bundestag dei Liberali tedeschi ha infatti contribuito l’anno scorso a spingere Merkel verso il governo di grande coalizione con i socialdemocratici. Le scelte di politica economica di Berlino ne hanno risentito. Si pensi alla retromarcia sull’età pensionabile, da luglio abbassata da 67 a 63 anni senza alcuna penalità per i lavoratori che abbiano versato almeno 45 anni di contributi. Oppure all’introduzione del salario minimo, seppure annacquata per modalità e tempistica. Misure apertamente avversate da ampi settori del mondo industriale tedesco. Lo stesso mondo industriale che da mesi chiede a Berlino di procedere con cautela, per usare un eufemismo, prima di incrinare i rapporti con la Russia per colpa della crisi ucraina. A inizio agosto Gabor Steingart, direttore del quotidiano finanziario Handelsblatt, ha scritto un lungo e puntuto editoriale per chiedere alla leadership politica tedesca di non farsi trascinare dagli Stati Uniti in una escalation geopolitica dannosa per la prima economia europea.

 

La crisi ucraina è uno dei fattori citati di recente dalla Bundesbank per spiegare la frenata dell’economia tedesca. A fine anno si attendeva una crescita dell’1,9 per cento del pil della Germania, ma dopo la flessione registrata nel secondo trimestre quell’obiettivo si allontana. Di ieri poi la notizia che ad agosto l’indice Pmi per il settore manifatturiero in Germania è calato in agosto a 51,4 punti, il minimo da undici mesi. Un dato da leggere assieme alla flessione agostana dell’indice di fiducia Ifo per le società tedesche, ai minimi da più di un anno. Per alcuni osservatori europei è l’ennesima dimostrazione che non esiste alla lunga una via solitaria fuori dalla crisi dell’Eurozona: o tutti o nessuno. E questo mentre Berlino fa segnare, nella prima metà del 2014, l’avanzo di bilancio più consistente dai tempi della riunificazione. Seguiranno plausibilmente richieste di maggiori investimenti da parte del governo tedesco. Una telefonata tonitruante a Draghi, perfino se smentita, può allentare le pressioni domestiche per un po’.