Mercato rionale

Jack O'Malley

Bolliti, ignorati e avanzi di Premier League. La Serie A sembra ormai una partita per la pace.

    Londra. Ho seguìto le ultime ore di calciomercato sorseggiando brandy davanti al camino della mia casa in campagna, e non sono riuscito a trattenere più di un sorriso vedendo come andavano le cose. Molto, se non tutto, si gioca sui giornali. La percezione che un tifoso italiano ha del mercato delle grandi (altro sorriso, scusate) è l’iperattivismo sfrenato, le mire altissime e gli obiettivi mancati di un soffio. Il merito, o la colpa, è dei giornali sportivi, in combutta con le società di calcio. Lo schema funziona sempre: si fa credere di essere sulle tracce di fenomeni per settimane, poi si compra uno scarto dicendo che più di così non si poteva proprio, che quando l’accordo era quasi fatto si è inserita un’altra società, e insomma la prossima volta non ci faremo più fregare. Il Milan ha fatto così da giugno: prima aveva promesso Iturbe, poi Cerci e infine si è buttato su Torres (ma di lui parliamo dopo). La Juve ha comprato un paio di giovani interessanti e poi fatto credere di avere quasi chiuso per Hernández prima e Falcao poi (andati rispettivamente al Real Madrid e al Manchester United). La verità è che il mercato dei campioni si svolge a un piano al quale nessuna società di serie A riesce ad arrivare, e così il campionato italiano è costretto a cibarsi delle briciole che cadono dalla tavola dei padroni inglesi, spagnoli o tedeschi. Non che chi ha speso molto stia benissimo per ora, anzi: il Manchester United di Louis Van Gaal sembra il Chievo Verona. Due pareggi e due sconfitte in quattro partite, una delle quali un umiliante 4-0 contro il MK Dons, squadra di terza categoria il cui attaccante si è tolto pure lo sfizio di segnare un gol di petto, come quando si gioca al parco con i ragazzini più piccoli e li si vuole umiliare. Il manager olandese si è messo a svuotare il portafogli della società e ha comprato Di Maria e Falcao (che non giocherà la Champions manco quest’anno, ma pur di fuggire dal campionato francese avrebbe accettato anche il Burnley). Ma un difensore proprio no? Chi gode, e parecchio, è Mourinho: il suo Chelsea dà l’impressione di potere fare a pezzi chiunque, Manchester City compreso. Nel frattempo il Tottenham è il solito Tottenham, e il Liverpool si avvia a fare un’altra bella ma inutile stagione.

     

    Pace e péne. Leggo sul Daily Star che la storia fra Mario Balotelli e Fanny è finita. Fosse vero – difficile star dietro alla rapidità del gossip balotelliano – sarebbe la prova definitiva che il Mondiale dell’Italia è stato anche più terribile di quello dell’Inghilterra, perché ai risultati inguardabili si aggiunge l’aggravante della finzione, con gli anelli, le promesse, le congratulazioni dei compagni, la favola che si avvia verso un inesistente happy ending, triste analogia con le inesistenti possibilità di un gruppo tenuto faticosamente insieme da un codice etico. Alla prima occasione Antonio Conte ha buttato a mare il codice etico e non ha convocato Balotelli. Su quest’ultima decisione si può discutere (e si discuterà), ma per la distruzione del flessibile decalogo prandelliano l’Italia intera dovrebbe già incoronare il nuovo ct come eroe nazionale. Corre anche l’obbligo di intonare un inno di lode a Tavecchio, contestatissimo presidente di federazione che si è distinto per avere eliminato quella solenne vaccata della chiusura automatica delle curve per chi commette reato di “discriminazione territoriale”. Le multe rimangono – la Juventus è riuscita già a prenderne una – ma potrebbe essere il primo passo per tornare a rendere lo stadio un luogo un po’ sporco dove s’insultano gli avversari e non l’ecumenico teatro di una Partita Interreligiosa per la Pace. A proposito: l’iniziativa papale è ovviamente commendevole e piace a tutti, da Sant’Egidio a Maradona, ma forse avrebbero dovuto giocarla a Ratisbona.

     

    Charlotte Jackson, conduttrice televisiva di Sky Sport inglese, giornalista scomoda.

     

    Spremute. Credo di avere capito perché l’Inter di Mazzarri continua a non trovare pertugi nelle difese avversarie. Come dite? No, il fatto che non mette due punte prima del settantesimo minuto potrebbe entrarci, ma non è determinante. La verità è che l’allenatore dell’Inter ha letto le “dieci regole della creatività” scritte da Beppe Severgnini e generosamente donate al Festival della Mente di Sarzana (risparmiate le battute idiote sul nesso tra Severgnini e la mente, please). Fra le altre cose ha letto “non forzare” e “non illudersi”, note chiavi d’accesso alla creatività, e ha deciso quindi di attenersi rigorosamente alla sua filosofia rinunciataria e inoffensiva. Nella pagina di appunti filtrata sui social, “l’uomo che sapeva l’inglese” (copyright Alfonso Berardinelli) suggerisce anche di “non improvvisare” (Miles Davis notoriamente non era creativo) e dal canestro delle tautologie tira fuori “non copiare”. “La realtà è creativa per definizione”, spiega Severgnini, e Mazzarri lo prende alla lettera: se la realtà è creativa per definizione posso mettere in campo la solita formazione imbottita di centrocampisti e qualcosa succederà. Squadra che pareggia non si cambia. Se poi qualcosa va storto è colpa dell’arbitro, che crea rigori dal nulla, questa la sintesi. Che poi altro non è che “una spremuta di pensiero che prepari per gli altri”, come dice lo spremitore della mente del Corriere.

     

    Si consiglia di leggere questo articolo sorseggiando il brandy Jack's