"Il mangiatore di fagioli", di Annibale Carracci

Oggi brodo

Pietrangelo Buttafuoco

Nel Sud del Sud dei Santi il pranzo di Ferragosto è come un letto apparecchiato di lussuria.

Oggi brodo. Domani, poi, ancora festa. A Ferragosto si mastica il brodo di gallina. Oppure quello di tacchino (detto anche, il Pipì-u). E si mangia, il brodo – lo si morde – perché si accompagna con le palline. Sono i composti di manzo tritato, piccole polpette roventi più del liquido, messe a galleggiare insieme ai formati di pasta adatti: corallino e risoni.

 

La conversazione è ridotta al minimo. Sgranocchiare il brodo, ad agosto, richiede energia. Si suda, ovvio, ma al tempo stesso ci si conforta. E’ un supplizio cui ci si presta volentieri. Serve a incamerare ciò che è buono. E ciò che è bello. Il brodo, infatti, più che buonissimo è “bellissimo”. La lingua che lo lavora, il brodo, fa più degli occhi. Ne contempla i vapori, ne sprigiona i riflessi: olio d’oliva e sprazzi di odori. E la lingua – nel gusto – fa rumore.

 

Il consommé si consuma nelle sale da pranzo. Le mura, spesse un metro, conservano le stanze fresche per scongiurare così quel che Henry Miller descriveva come “L’incubo ad aria condizionata”. Nel Sud del Sud dei Santi – dove tanti erano quelli che aspettavano l’occasione della Festa per concedersi l’unica passeggiata dell’anno, lungo il cassero  – l’uscita del dopopranzo, col dopo brodo, basta per dodici mesi. E’ l’unica epifania di panza e il pranzo di oggi, fabbricato secondo i princìpi della festa, prosegue secondo il codice ruspante di proteine e sostanza. E’ l’ingozzo e il sollazzo del paese in una tavola imbandita dove le “signorine” sono le fette sottili di melenzane fritte e asciugate, raccolte nei piatti per essere tagliate a strisce per poi condire di semplicità l’unicità della salsa di pomodoro con il tocco di ricotta salata. E’ il “secondo” primo, è dato come rinforzo – prima del polpettone – rispetto alla presunta volatilità del brodo. E’ la pasta alla Norma, così chiamata in omaggio al capolavoro di Vincenzo Bellini, una meraviglia di pochi ingredienti che fa onore al sapore totale del Sud del Sud dei Santi: la fame. Anzi, no. La voglia.

 

E’ come un letto apparecchiato di gustosità il pranzo di Ferragosto. Si officia nella penombra e l’ombra, Deo Gratias, è sempre apportatrice di fantasticherie. Fa sudare come quando si fa l’amore, il pranzo. Il respiro passa nel respiro. Corre il vino e l’acqua trasuda nei cocci. Il mio amico Angelo ci lasciò le penne un’estate di qualche anno fa. Morì d’indigestione ancor prima che d’infarto. La vedova raccontò di un ragù, quello della pasta al forno, mischiato alla cassata gelato, un retrogusto di complicazione propriamente bastardo e siccome ogni dolore porta con sé il rispetto che gli è dovuto non c’è Ferragosto dove avendone già abbastanza di cupezze non ci si adatti alla fame che comunque sopravviene, anzi, no: alla voglia. Che viene sempre.

 

Oggi brodo, dunque. E domani ancora festa. Nel Sud del Sud dei Santi il 16 agosto è il giorno del Carmelo. Ogni paese sposta la propria festa patronale il giorno dopo Ferragosto per consentire alla campagna – impegnata nei primi di giugno, nella mietitura – di passeggiare in città. Domani è giorno di vestito, certo, ma da quando è venuto in uso il tempo libero per camminare in calzoni corti, torso nudo e marsupio al fianco è cominciato il materialismo tanto atteso da Carlo Marx. Sono sempre meno, infatti, le ringhiere dei balconi dove – a modo di ornamento, in attesa della Madonna – vengono collocati i copriletto ricamati, orgoglio di popolo e vanto della padrona di casa.

 

Oggi, intanto, brodo. La tavola è un letto e il pranzo è lussuria. Ognuno lì ha modo di infuriarsi come un leone, abbaiare come un canazzo, mordere come una tigre e supplicare, come un coccodrillo in pieno pianto, voglia e ancora voglia di suggere caldo. E masticare il bello. In un buon brodo di Pipì-u.

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  • Pietrangelo Buttafuoco
  • Nato a Catania – originario di Leonforte e di Nissoria – è di Agira. Scrive per il Foglio.