Vizi privati, pubbliche tivù

Andrea Affaticati

Come eravamo. La Germania scopre il biopic, anche irriverente. In attesa del film su Angela Merkel.

Quando Luis Trenker, regista, scrittore, ma soprattutto alpinista e cantore delle sue Alpi, era morto il 12 aprile del 1990, all’età di 97 anni, fan e concittadini si erano recati in processione al cimitero di Ortisei. Tutti volevano salutare per l’ultima volta il loro idolo. La tomba rimase per mesi sommersa dai fiori freschi. L’unica consolazione era saperlo per sempre circondato dalle sue amate montagne. E nessuno aveva più voluto sentir parlare del Trenker un po’ furbo, un po’ bugiardo, un po’ truffatore. E’ passato quasi un quarto di secolo dalla sua scomparsa. Chi l’ha amato, sicuramente non l’ha dimenticato. Un fatto però lascia perplessi: il sito ufficiale Luis Trenker non racconta dell’attore che, da provetto alpinista, si arrampicava veramente sulle pareti, e nemmeno del regista e dello scrittore, ma di un marchio di moda e lifestyle che porta il suo nome. Un altro link dà invece il benvenuto al “Garni appartamenti Luis Trenker” e un altro ancora rimanda a un omonimo chalet situato nel bel mezzo di un verde pascolo delle Alpi austriache. Per sapere qualcosa in più sull’uomo non resta dunque che consultare Wikipedia e pazientare fino all’anno prossimo. In occasione del 25esimo anniversario della morte, il canale pubblico tedesco Ard, con il contributo di quello austriaco, ha voluto mettere in cantiere un film su di lui. Non un film agiografico però. Trenker non aveva una biografia, e nemmeno la fedina penale, del tutto immacolata. Durante gli anni del nazismo aveva sfruttato, finché era stato possibile, il favore del Führer, a cui piacevano molto i suoi film di montagna. Trenker stesso (di origine sudtirolese, era nato a Ortisei) nel 1940 aveva optato per il Reich tedesco e si era iscritto anche al partito. Ma non era un nazista convinto, tanto che alcuni colleghi invidiosi lo denunciarono per commenti poco rispettosi. Delazioni che gli procurarono il “Berufsverbot”, divieto di lavorare. Dopo la guerra era stato accusato ripetutamente e a volte anche condannato per plagio.

 

Un film su di lui non poteva prescindere da queste note biografiche. Certo non era facile abbinare l’idolo e il truffatore, ma il compito è stato risolto elegantemente. Partendo proprio da un falso. Tra i vari casi che avevano visto Trenker imputato, c’era stato anche quello del diario di Eva Braun, amante e moglie per un giorno di Hitler. Trenker l’aveva spacciato per originale ed era riuscito a venderlo nel 1948 al settimanale Wochenend. Andava in giro dicendo che Eva Braun in persona gliel’aveva consegnato nel 1944, durante un incontro nel Grand Hotel di Kitzbühel. Il direttore di Wochenend aveva iniziato a pubblicarlo con grande successo di vendite. Il diario infatti era ricco di dettagli bizzarri e piccanti. Si veniva a sapere che Hitler non amava fare il bagno; che a Göring piaceva allungare le mani; che Leni Riefenstahl ballava nuda davanti al Führer, mentre Eva doveva attendere nella stanza da letto. La quale Eva doveva anche indossare indumenti intimi di pelle. Purtroppo, per Wochenend e per i lettori, il divertimento durò poco. La famiglia Braun passò immediatamente per vie legali, diffidando dal continuarne la pubblicazione, diffida alla quale si unì Leni Riefenstahl. Impossibile che Eva avesse scritto quelle cose, dicevano madre e sorella. La segretaria del Führer Traudl Junge, dal canto suo, smentiva l’indiscrezione sugli indumenti intimi di pelle, mentre l’autista Erich Kempka, sdegnato per quanto letto, affermava che il Führer era persona molto attenta all’igiene personale e ogni giorno faceva il bagno. La sentenza del tribunale aveva comunque autorizzato la pubblicazione del manoscritto, ma a condizione di indicare che non si trattava di un testo autografo di Eva Braun, ma opera di un autore sconosciuto. Wolfgang Murnberger, il regista, e Peter Probst, lo sceneggiatore del film tv per Ard, hanno invece deciso di fare come se il diario fosse stato scritto da Trenker (cosa assai probabile, non provata però), come si evince da uno stralcio di sceneggiatura pubblicato dalla Süddeutsche Zeitung qualche giorno fa.

 

Scena prima. Terrazza, il Berghof di Hitler sull’Obersalzberg: si vede un uomo ripreso di spalle, seduto nella vasca da bagno. E’ Hitler. Una donna dai capelli biondo scuro arriva con una brocca e versa acqua nella vasca. Hitler: “Troppo calda, Eva!”. Eva: “Scusa”. Scena seconda. Un uomo, sulla cinquantina, seduto sulla terrazza di una villa, davanti a una macchina da scrivere. Scuote irritato la testa, toglie il foglio e lo strappa. Si mette a riflettere. Scena terza. Hitler è seduto, vestito, sul bordo della vasca, i piedi senza calze infilati nelle pantofole. Eva con in mano il contenitore del sale si inginocchia davanti a un mastello di legno. Con un cucchiaio versa il sale nell’acqua. Hitler: “Di più!”. Eva ne aggiunge un altro po’. Hitler con gesto imperioso le fa capire: basta così. Immerge i piedi e borbotta soddisfatto. Scena quarta. L’uomo della macchina da scrivere imbratta il manoscritto intonso con strutto e polvere di grafite… Ora, a parte il soggetto e l’attore (per interpretare Trenker è stato scelto l’austriaco Tobias Moretti (l’ex padrone del commissario quadrupede Rex), la scena ricorda moltissimo quella di “Schtonk!”, il film del 1992, con cui il regista Helmut Dietl portava sul grande schermo la bufala dei diari di Hitler. Diari che il settimanale Stern aveva acquistato nel 1983 a suon di milioni di Deutsche Mark e che si erano poi rivelati un clamoroso falso. Anche in quel caso si trattava di diari contraffatti e “invecchiati” con patacche di unto e fuliggine.

 

Al telespettatore tedesco piace molto il filone biografico con il quale narrare il “come eravamo”. Al tempo stesso però, l’indole intrinsecamente protestante (al di là della confessione abbracciata), lo rende avverso a qualsiasi genere di santificazione (secondo Lutero i santi venivano usati dai cattolici surrettiziamente in sostituzione degli dèi pagani) e abitato da un forte senso del pudore, indotto sicuramente anche dalla storia recente. Nel saggio del 1954 “Il piacere del naufragio” lo scrittore Friedrich Sieburg (1893-1964) affermava: “Sospingere l’essere umano sull’orlo del baratro è da sempre una specialità tedesca”. Thomas Mann, dal canto suo, constatava: “Il tedesco è un abisso, teniamoci aggrappati a questo”. Dunque poche o punto storie su santi ed eroi (eccezion fatta per il monaco di Wittenberg e i ragazzi della Rosa Bianca che tentarono di boicottare il regime nazista, e pagarono con la vita). Si preferisce l’uomo, anche se idolo, comunque ridimensionato dai suoi errori. Un po’ come Trenker. Ma soprattutto, vanno forte oggi le storie e i ritratti dei politici, quelli che hanno determinato le sorti della Germania post 1945. Può trattarsi di un personaggio nel frattempo morto, oppure anche di uno vivo. E’ il caso di Helmut Schmidt: l’anno scorso, in occasione del 95esimo compleanno dell’ex cancelliere, la tv pubblica ha trasmesso il docufilm sulla sua vita e quella di sua moglie Loki (morta nell’ottobre del 2010). E non si era certo lesinato con i mezzi: il film era ricco di spezzoni d’epoca, ma anche di ricostruzioni, per le quali ci sono voluti ben cinque attori diversi, visto che si raccontava la storia di Schmidt dal primo vagito ai giorni nostri. Ovvio che anche al suo successore Helmut Kohl è già stato reso questo omaggio. Per quanto, il vero film su di lui lo si farà solo dopo la sua morte. La vita privata del cancelliere dell’unificazione, soprattutto quella degli ultimi quindici anni, è diventata infatti non meno interessante di quella del politico: la malattia della prima moglie Hannelore, che la indusse, nel 2001, a togliersi la vita; la guerra che i figli hanno intentato contro di lui e contro la seconda moglie che, a dire anche dei suoi migliori amici, l’ha segregato dal resto del mondo.

 

E’ dalla fine degli anni Sessanta, ricorda Lorenz Bomhard, storico e giornalista, che i tedeschi cominciano a fare i conti con il passato, quello più recente. Fino ad allora il paese si era imposto – anche per precisa volontà del cancelliere Konrad Adenauer – di guardare avanti, di concentrare tutti gli sforzi nella ricostruzione del paese per ritornare a far parte della comunità delle nazioni. Il passato era stato messo in ghiacciaia, e forse non sarebbe mai stato tirato fuori (vedasi Austria), mai elaborato, se la generazione dei figli non avesse iniziato a chiedere ai padri spiegazioni su cosa avessero fatto durante gli anni del nazismo. Domande sollecitate anche dai cosiddetti “Auschwitzprozesse”, ricorda Bomhard, in tutto sei, celebrati a Francoforte, sempre a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, con alla sbarra gli addetti al lager. E infine, nel 1969, entrava in vigore, grazie alla prima grande coalizione (1966-1969) e dunque alla presenza dei socialdemocratici al governo, la riforma dell’istruzione. Da quel momento non solo è diventato più semplice l’accesso al liceo e all’università, a prescindere dal censo, ma anche i contenuti e i metodi di insegnamento sono cambiati radicalmente. Ora ci si confronta con la storia. E il paese scopre una vera e propria passione per la verità storica.

 

Una verità che a lungo si è limitata a ricostruire le biografie pubbliche, e giammai a rovistare tra le lenzuola o semplicemente ad andare a caccia di indiscrezioni. A meno che la vita privata non venisse servita quasi su un piatto d’argento all’opinione pubblica. Come nel caso di Willy Brandt, politico non solo molto capace, ma anche di grande fascino. Un fascino che a un certo punto gli è stato fatale: le storie amorose l’avevano probabilmente reso meno attento a chi gli stava accanto, e così si era ritrovato una spia tra i collaboratori più stretti. Kohl, invece, della sua vita privata sarebbe ben lieto che nessuno si occupasse. Ma anche la Germania è cambiata in questi venticinque anni dall’unificazione, è diventata “moderna” come scrive qualcuno. E in questo essere moderna ci sta anche la tentazione, non più repressa, di gettare di tanto in tanto uno sguardo attraverso il buco della serratura. Così, se da una parte si continuano a proporre trasmissioni storiche di un certo spessore (pioniere del genere in televisione è stato Guido Knopp), c’è una richiesta sempre più esplicita anche di ritratti di personaggi in vista, raccontati più in stile Bild Zeitung, e poco importa se finiscono nel tritacarne pure personaggi istituzionali.

 

Visto che i tempi in cui si poteva ancora fare gli schizzinosi sono passati, pena la perdita di telespettatori, anche la televisione pubblica s’è dovuta adeguare. Gli ultimi anni, per fortuna non sono stati avari di fatti più o meno scandalosi. Il caso per eccellenza ha riguardato ovviamente l’ex capo di stato Christian Wulff, dimessosi nel febbraio del 2012 perché sospettato di essersi fatto pagare un paio di notti d’albergo in cambio di un favore (questa primavera è stato però scagionato totalmente dall’accusa). Su di lui, vista l’eccezionalità del caso, si sono girati addirittura due film. “La caduta - Il fascicolo Christian Wulff”, andato in onda lo scorso dicembre sulla rete pubblica Ard, aveva pretese documentaristiche, per quanto, a voler essere pignoli, sposava una posizione più colpevolista, lasciando intendere ristrettezze economiche, sete di notorietà e amicizie non sempre raccomandabili di Wulff. Più solidale con il povero ex presidente si mostrava, invece, il film “Le dimissioni”, trasmesso dal canale privato Sat 1, il 25 febbraio 2014. Data di per sé curiosa, visto che due giorni dopo il tribunale avrebbe pronunciato la sentenza definitiva. Anche in questa pellicola Wulff è il protagonista ufficiale, ma ce n’è anche uno ufficioso, e si chiama Kai Diekmann, il direttore del tabloid Bild. Diekmann viene raffigurato come il vero puparo di Wulff, quello che l’aveva prima portato a toccare le stelle e poi fatto precipitare. Un taglio interessante e audace (per la Germania), perché lascia intendere che al dovere di cronaca, nel frattempo si è aggiunto qualcosa d’altro (sete di potere?) che rischia di trasformare i giornalisti a volte in un branco di segugi assetati di sangue e accecati dalla ricerca dello scoop a ogni costo.

 

Altro personaggio politico la cui storia ha fatto la felicità di registi e sceneggiatori televisivi è stato il barone Karl-Theodor von und zu Guttenberg. Come spiega ancora Bomhard, i tedeschi, nonostante quasi un secolo di sistema politico repubblicano, non sono ancora indifferenti al fascino del sangue blu. E così sin dalla prima apparizione sulla scena politica di Berlino nel febbraio del 2009, il barone aveva conquistato i cuori. A quei tempi c’era già chi voleva vedere in Karl-Theodor non solo il futuro leader del Partito cristiano sociale (Csu), ma anche il Kanzler in divenire (avrebbe potuto essere il Kennedy tedesco, physique du rôle e famiglia da libro di fiabe non gli mancavano). Il canale Ard, già nel novembre del 2010 – Guttenberg era allora ministro dell’Economia – aveva mandato in onda il documentario su questo casato nobiliare bavarese, dove il nonno del ministro era stato un oppositore di Hitler, mentre il padre è ancora un noto direttore d’orchestra. Peccato che due anni dopo, nel marzo del 2013, questa volta il canale privato Sat 1, mandava in onda la caduta rovinosa dell’ex shooting star. Il film “Il ministro” raccontava la storia della scoperta della tesi plagiata, che aveva costretto Guttenberg alle dimissioni. Il regista Uwe Janson si era provato in un film-satira, non proprio riuscito, visto che la satira si era limitata alla storpiatura dei nomi: Karl-Theodor von und zu Guttenberg diventava Franz Ferdinand von und zu Donnersberg, mentre Angela Merkel era Angela Murkel, alla quale il marito, ogni sera, massaggiava devotamente i piedi.

 

Anche se poco riuscito, il film su Guttenberg è già un tentativo di uscire dall’agiografia, dal documentario ingessato e passare al genere più gossip, per quanto non ancora voyeuristico. E questo per due motivi: perché le storie di Guttenberg e Wulff non sono storie di letto, dunque non possono competere con i “reali tampax” del principe Carlo e dell’allora sua amante Camilla, e poi perché l’opinione pubblica è ancora a metà del guado. Il tedesco medio non perdona chi sbaglia, e dunque è disposto a buttarla in “caciara” solo fino a un certo punto. E poi i registi tedeschi ci devono ancora prendere la mano, come ha dimostrato il tentativo quasi subito abortito di fare con “Kanzleramt” una versione teutonica di “The West Wing”. Tornano più utili escamotage tipo il diario falso, per commemorare i 25 anni dalla morte di Luis Trenker: soddisfa chi in Trenker vede ancora un idolo, senza per questo dare adito a chi lo avversa di accusare la televisione di commemorare un personaggio controverso. Ma è chiaro che il film che tutti attendono è quello su Angela Merkel. Ovviamente fino a oggi non c’è sentore di qualcuno che stia provando a cimentarsi nell’impresa. E verrebbe da fare il tifo che si dimetta veramente, come qualcuno va insinuando, Quando nel giugno del 2012 in Germania uscì il film su Margaret Thatcher “Lady di Ferro”, il settimanale Brigitte si era provato a immaginare come poteva essere un film su Merkel. L’unica idea divertente che gli era venuta (peraltro senza spiegarne il perché) era di far interpretare a George Clooney il ruolo della Kanzlerin.

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