Matteo Renzi (foto LaPresse)

Tra Padoan e Cottarelli. Cosa funziona e cosa no nel dispotismo democratico di Renzi

Claudio Cerasa

A cinque mesi dal suo insediamento a Palazzo Chigi il presidente del Consiglio ha ancora dalla sua un consenso straordinario che gli deriva da una miscela composta da alcuni ingredienti.

La storia di Carlo Cottarelli, rassegnato commissario alla spending review che sarà forse la prima vera vittima dei tagli del governo (speriamo non l’unica), rappresenta la fotografia migliore per capire cosa diavolo sta succedendo attorno al mondo di Renzi. A cinque mesi dal suo insediamento a Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio, al di là delle singole partite economiche e istituzionali, ha ancora dalla sua un consenso straordinario che gli deriva da una miscela composta da alcuni ingredienti.

 

C’è il fattore “velocità”, perché il governo Renzi, come dice lo stesso Renzi, è davvero come una bicicletta: va avanti solo se si pedala come i pazzi e se non si pedala come i pazzi conviene scendere e andare a votare. C’è il fattore “duello”, perché la bicicletta di Renzi acquista velocità e anche popolarità quando Renzi indica un nemico da battere (e il gioco ovviamente funziona bene quando i nemici sono deboli, modello Mineo, e quando i nemici sono invisibili, modello corporazioni, gufi, rosiconi, funziona meno bene quando i nemici non si chiamano Mineo ma si chiamano Merkel). C’è il fattore “contemporaneità”, ovvero  il suo vivere naturalmente nel tempo presente e il suo viaggiare su una lunghezza d’onda che nessun altro politico è in grado di interpretare come il segretario  (“Le egemonie si svuotano quando cessano di essere attuali – scriveva il filosofo ceco Vaclav Belohradsky –  e solitamente diventa portatore di un’egemonia alternativa quel gruppo che riesce a rappresentare l’attualità, a convincere gli elettori di saper governare la minacciosa differenza tra il passato e il futuro che costringe la maggioranza dei cittadini a ridefinire i loro progetti di vita”). Ma soprattutto il dettaglio o meglio il filo che unisce Renzi agli italiani che lo hanno votato è legato a un concetto che si può inquadrare in un’espressione semplice: il dispotismo democratico. E qui, ovviamente, il caso Cottarelli è un caso di scuola.

 

Gli amici del Fatto quotidiano, con il loro accigliatissimo appello contro la svolta autoritaria di Renzi, esagerano sapendo di esagerare quando provano a dare del fascistoide al presidente del Consiglio (siamo sinceramente convinti che al Fatto continuino a raccogliere firme solo perché senza un appello da firmare ogni tre settimane i Settis, le De Monticelli e i Rodotà entrerebbero in una irreversibile crisi mistica). Al Fatto, però, non hanno tutti i torti a notare che c’è qualcosa di particolare nella leadership del presidente del Consiglio. Il dispotismo democratico, se così possiamo chiamarlo, è infatti l’essenza del renzismo.

 

E’ l’idea che chi vince le elezioni sia legittimato a prendersi tutto (vedi il premio di maggioranza nella legge elettorale). E’ l’idea che i grandi partiti non possano essere ostaggi dei piccoli partiti (vedi le soglie di sbarramento non troppo basse sempre nella legge elettorale). E’ l’idea che la politica non possa essere bloccata da mille corpi intermedi (vedi il rapporto di Renzi con i sindacati, con le corporazioni, con Confindustria, con Cgil). E’ l’idea che il presidente del Consiglio possa essere senza problemi anche il leader del suo partito (a sinistra non era mai successo). E’ l’idea che il premier debba avere un governo costruito a sua immagine e somiglianza (non servono esempi, no?). E’ l’idea che il capo del governo debba avere più dossier possibili sotto il proprio controllo (vedi il desiderio di trasferire la revisione della spesa pubblica a Palazzo Chigi affidandola al suo consigliere economico Yoram Gutgeld). E’ l’idea, ancora, che sia non un diritto ma un dovere di una maggioranza passare come una ruspa sui ribelli alla Mineo (vedi le sostituzioni fatte dal Pd in commissione Affari costituzionali al Senato). Ed è l’idea, infine, che un buon leader per essere tale debba accentrare tutto il potere nelle proprie mani delegando il meno possibile ai collaboratori (non è proprio un caso, se ci pensate, che dopo cinque mesi di governo Renzi a Palazzo Chigi non abbia ancora nominato ufficialmente un capo di gabinetto, un capo di segreteria, un portavoce, un ufficio stampa, un dipartimento economico, per non parlare della segreteria del Pd, che è da venti settimane che aspetta di essere nominata).

 

Renzi è Renzi, dunque, perché a differenza dei suoi predecessori (vedi Bersani ma vedi anche Letta) non ha subordinato il processo decisionale al processo di mediazione e da molti punti di vista anche questo elemento è un punto di forza della sua miscela (in Italia per ora, a parte qualche scherzetto dei franchi tiratori, funziona, mentre in Europa la tecnica non ha ancora portato risultati e chissà se li porterà). E Renzi non può essere Renzi se tutti questi elementi della miscela non convivono giooisamente uno vicino all’altro. Finora è andata così. Ma il caso Cottarelli – che di fatto ieri è stato scaricato dal segretario  durante la direzione del partito pochi minuti dopo le parole più tiepide del sottosegretario Graziano Delrio sul tema – dimostra che nella miscela del Rottamatore è presente una miccia che potrebbe far diventare esplosiva la benzina che tiene in vita la macchina del governo.

 

Dietro il bisticcio con il commissario alla spending c’è infatti un problema di carattere culturale che riguarda una contraddizione potenzialmente letale per Renzi: l’indecisionismo applicato ai dossier economici. Cottarelli, come dicono con malizia da Palazzo Chigi, è forse entrato in modalità vittima per potersi ricostruire una verginità dopo l’esperienza al governo. Ma attorno al tema della spending review la verità è che dare la colpa a Cottarelli è un alibi dietro cui si nasconde un problema più grande. Il programma di spending review, come notano anche alcuni esponenti del Pd non ostili a Renzi, non dipende dal commissario ma dipende unicamente dalla volontà del governo. E se fino a oggi il governo non ha chiarito cosa vuole tagliare è perché non ha avuto ancora il coraggio di scegliere cosa tagliare (e non è incoraggiante sentire dire da Renzi che “dalla spending non dipende la situazione economica dell’Italia”, affermazione vera solo se la spending review ha l’ambizione di tagliare poco o nulla). In questo senso, dove mettere le mani in campo economico è il terreno sul quale si misurerà la capacità di Renzi di andare in bicicletta. E il presidente del Consiglio – che ieri ha  dovuto incassare la botta di amaro realismo arrivata dal ministro Padoan (“La situazione economica in Italia e in Europa è meno favorevole di quanto aspettavamo all’inizio di quest’anno”) –  prima o poi capirà che mostrare timidezza, insicurezza e scarso dispotismo su questo campo oggi è il modo migliore per smetterla di essere contemporaneo.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.