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Ecco perché il sud non è un deserto industriale come si dice

La Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel mezzogiorno, mercoledì ha illustrato in Parlamento un’anticipazione del suo Rapporto sull’economia meridionale.

1 Agosto 2014 alle 13:17

Ecco perché il sud non è un deserto industriale come si dice

La Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel mezzogiorno, mercoledì ha illustrato in Parlamento un’anticipazione del suo Rapporto sull’economia meridionale che verrà poi presentato nella sua interezza a ottobre. Certo, i dati pubblicati sono indicativi di grandi difficoltà economiche dell’area, ma non è condivisibile l’affermazione secondo cui il sud sarebbe a rischio di “desertificazione industriale”. Un’affermazione del genere non è condivisibile per diverse ragioni.

 

Sicuramente dalla fine del 2008 anche l’industria nel meridione ha conosciuto in settori labour intensive, e in loro fabbriche d’ogni dimensione ma in particolare in quelle minori, flessioni di domanda e di redditività, ricorso agli ammortizzatori sociali, forti difficoltà economico-finanziarie, ristrutturazioni e scorpori di rami d’azienda, quando non anche pesanti riduzioni occupazionali, o vere e proprie dismissioni o messa in stand-by (Fiat a Termini Imerese e Irisbus nell’avellinese, Alcoa nel Sulcis).

 

Tuttavia proprio dal 2008 – anche per le esigenze di competitività imposte dalla crisi – sono stati completati, sono iniziati o stanno per essere avviati taluni massicci investimenti in stabilimenti e siti produttivi capital intensive di Eni, Enel, Fiat, Ilva, Alenia Aermacchi, Isab, Sorgenia, Terna, per ammodernamenti tecnologici, miglioramento dell’ecosostenibilità e riconversioni di alcuni loro impianti (Eni-Versalis a Priolo, Sarroch e Porto Torres); innovazioni di processi e prodotti (Fiat a Pomigliano, Pratola Serra e Melfi); programmi di adeguamento a nuove normative ambientali (Ilva);  incremento di estrazioni e ricerche petrolifere in Basilicata (Eni e Total); costruzioni e progettazioni esecutive di centrali a turbogas (Sorgenia, En.Plus, Ergosud) e di rigassificatori (Enel a Porto Empedocle); potenziamento di linee di trasmissione (Terna), e anche estesi ampliamenti di insediamenti preesistenti (Alenia Aermacchi) con creazione di capacità e occupazione aggiuntive. Tali interventi consentono di affermare che sono stati difesi molti stabilimenti e loro supply chain di valenza strategica per il paese.

 

Nel mezzogiorno infatti sono ormai consolidati primati nazionali assoluti nelle seguenti produzioni: 1) del 57 per cento dei laminati piani grazie all’Ilva di Taranto; 2) di piombo e zinco a Portovesme e di fluoroderivati inorganici per l’industria dell’alluminio della Fluorsid a Cagliari; 3) di petrolio estratto in Basilicata e in minor misura in terra ferma e al largo della Sicilia; 4) di oltre il 60 per cento della raffinazione petrolifera con i siti di Saras, Isab, Exxon, Eni R&M a Gela e Taranto, e della Ram a Milazzo; 5) di polietilene nei 3 steam cracker della Versalis-Eni a Brindisi, Priolo e Porto Torres ove si è avviata la produzione di chimica verde; 6) di oltre la metà di quelle prodotte in Italia di auto e veicoli commerciali leggeri, negli impianti di Fiat Auto a Pomigliano e Melfi e della Sevel ad Atessa; 7) dell’energia generata da fonte eolica; 8) di aerogeneratori di grande potenza costruiti alla Vestas di Taranto; 9) della macinazione di grani duri e teneri in vari molini, 10) di paste alimentari; 11) di conserve di pomodori e di legumi.

 

Nel sud inoltre si compartecipa con forti quote alle seguenti produzioni nazionali, anch’esse di valenza strategica: di energia da combustibili fossili con le centrali di Enel, Enipower, Edipower, Edison, Sorgenia, E.On, Egl, En.Plus; di energia da fonte solare, eolica e da biomasse; di costruzioni aeronautiche in due dei cinque distretti aerospaziali italiani, localizzati in Campania e Puglia; di nautica da diporto concentrata soprattutto nell’area partenopea; di materiale ferroviario rotabile con i siti della AnsaldoBreda a Napoli, Reggio Calabria e Palermo, della Firema a Caserta e Potenza, della Keller a Villacidro e della Mer.Mec a Monopoli (BA); di farmaceutica, grazie soprattutto agli impianti delle multinazionali Sanofi, Merck Serono, Novartis, Pfizer, Menarini, e di altre aziende italiane minori come Dompé, Pierrel e Sifi; di industrie olearie e vitivinicole. Tutti i comparti e gli stabilimenti appena ricordati alimentano articolate filiere di attività indotte con migliaia di addetti che non possono in alcuno modo essere ignorate.

 

Dopo avere ricordato che nel sud hanno sede le due più grandi fabbriche d’Italia ovvero l’Ilva di Taranto e la Sevel di Atessa, sottolineamo che gli stabilimenti da 500 addetti in su nel sud sono poco più di 60 con sedi produttive di beni e servizi, con circa 80.000 occupati diretti. Diciotto sono le fabbriche che, fra le poco più di 60, superano i 1.000 addetti. Le maggiori sono l’Ilva (11.514 diretti), la Sevel in Val di Sangro (6.185), la Sata a Melfi (5.581), la Fiat Auto a Pomigliano d’Arco (4.515), la STMicroelectronics a Catania (3.930), l’Alenia Aermacchi a Pomigliano (2.535), la Fiat a Termoli (2.475). Ma le regioni meridionali continuano a ospitare anche un numero rilevante di impianti da 100 a 499 addetti di imprese italiane e straniere, spesso affiancate da Pmi di subfornitura. Insomma, pur se il suo apparato industriale è stato duramente stressato dalla fase recessiva, non si è affatto all’anno zero, o alle soglie della desertificazione.

 

(Federico Pirro è docente di Storia dell'Industria e di Storia dell'Industria editoriale contemporanea nell'Università di Bari, Centro studi Confindustria Puglia e consigliere di Svimez)

Federico Pirro

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